Milan, così si chiude una storia lunga trent’anni

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Si chiude oggi l’era Berlusconi. Mai come in questo caso la storia di un club è coincisa con la biografia personale di un uomo. Il futuro è un’incognita ma la strada era ormai segnata da tempo

La notizia arriva in una mattinata di agosto che altrimenti sarebbe scivolata via come tutte le altre. La svolta è epocale: il Milan, la società calcistica italiana più vincente a livello internazionale, un brand globale, conosciuto e seguito in tutto il mondo, per la prima volta nella sua storia passa in mani extra-europee. Si chiude l’era Berlusconi, si apre quella della della Sino-Europe Investment Management Changxing, una società veicolo creata dalla cordata cinese che rileva il club fondato nel lontano 1899 da un gruppo italo-inglese di appassionati di football.

Otto scudetti, una Coppa Italia, sei Supercoppe italiane e, a livello internazionale, cinque fra Coppe campioni e Champions League, cinque Supercoppe europee, tre tra Coppe intercontinentali e Mondiali per club: questo è il bilancio sportivo di trent’anni di presidenza di Silvio Berlusconi. Una collezione di trofei che sarà difficile, se non impossibile, eguagliare. Trent’anni in cui l’Ac Milan è diventato un mito mondiale. Trent’anni in cui da San Siro sono passati i migliori giocatori del mondo, da Ruud Gullit a Marco Van Basten, da George Weah ad Andriy Shevchenko e Ricardo Kakà solo per citare i campioni che hanno alzato il Pallone d’Oro in maglia rossonera. Gli anni dei trionfi di Barcellona, di Vienna, di Atene, di Manchester.

Trent’anni in cui, assieme ai risultati sportivi, Berlusconi ha fatto del Milan un potentissimo strumento attraverso il quale ha esteso la sua egemonia in campo politico ed economico. Dal 1986, gli anni rampanti di Milano 2 e della nascita della Fininvest, al 2016, l’apogeo del declino, la presidenza del Milan, tra molti alti e pochi bassi, ha coinciso con la biografia di un uomo. Raramente si è visto qualcosa del genere, nella storia del calcio e dello sport in generale.

Oggi, venerdì 5 agosto, cambia la storia. Con la cessione del Milan Silvio Berlusconi si mette alle spalle parte di se stesso e segna un capitolo decisivo della sua lunga uscita di scena. Fino all’ultimo ha tentato di resistere, ha provato a tenersi stretto il suo gioiello, sperando che alcuni buoni risultati sul campo potessero aiutare a perpetuare questa incredibile storia di successi personali e di squadra. C’ha provato l’ultima volta l’anno scorso, dopo alcuni anni di oggettivo disimpegno, con una campagna acquisti onerosa ma in buona parte sbagliata.

Di fatto, è dal 2012 che il Milan non è più il Milan. Dalla cessione di Zlatan Ibrahimovic e Thiago Silva, gli ultimi due “fenomeni” ad aver vestito la maglia rossonera, è iniziata la triste era dei “parametri zero”, ex campioni attempati e in crisi, mollati dalle loro squadre e accasatisi a Milanello senza stimoli e senza grosse pretese. Anni bui in cui i tifosi hanno preso di mira soprattutto il braccio destro di Berlusconi, quell’Adriano Galliani che ha accompagnato passo passo, da protagonista, l’epopea del Milan degli anni ’90-2000. Inutili gli ultimi timidi tentativi di rilancio: l’ingresso in società della figlia Barbara, la deludente svolta “verde” con gli acquisti dei vari Romagnoli e Bertolacci.

Ma non c’è stato niente da fare: il declino è stato costante e inesorabile, soprattutto se paragonato alla portentosa ascesa dei rivali di sempre, la Juventus degli Agnelli. San Siro è andato svuotandosi e intristendosi anno dopo anno. Quello che ha fatto più male ai tifosi (e probabilmente anche a Berlusconi) sono state le critiche dei big del passato. Uno dopo l’altro, i protagonisti dei successi che hanno reso grande il Diavolo non hanno risparmiato bordate alla società: “Il nostro Milan non esiste più”. Tra tutti, colpisce un gesto significativo, passato relativamente sotto silenzio. Uno dei pochi, anzi l’unico superstite delle squadre che hanno trionfato in Italia e in Europa, Cristian Abbiati, ha abbandonato quest’anno perché “non sopportava più di giocare in una squadra senza stimoli, senza voglia, senza idea del peso della maglia che indossa”. Un’accusa ai suoi compagni, certo, ma anche a quella società che una volta veniva presa a modello in Italia e nel mondo per la sua integrità, la sua disciplina e la sua capacità di formare uomini ancor prima che giocatori.

Da un anno ormai, la cessione del Milan era nell’aria. Cinesi, thailandesi, mister Bee, cordate di ogni tipo, Jack Ma, vari intermediari, trattative segrete, snervanti a infinite. Poi la svolta. Da oggi il controllo della società passa nelle mani della Sino-Europe Investment Management Changxing, una società veicolo creata apposta per l’operazione all’interno della quale ci sono, tra gli altri, Haixia Capital (il fondo di stato cinese per lo sviluppo e gli investimenti) nonché Yonghong Li, manager che ha condotto la trattativa. Non si conoscono ancora i nomi degli altri investitori.

Quale sarà il futuro del Milan? Si chiedono i tifosi rossoneri in tutto il mondo. Difficile dirlo, anzi impossibile. Lo si capirà forse nei prossimi giorni. L’ultimo gesto d’amore di Berlusconi è stato quello di inserire nella trattativa un vincolo che obbliga i cinesi a fare tutti gli investimenti necessari per riportare il Diavolo sul tetto d’Italia e d’Europa. Solo il tempo ci dirà se ciò possa veramente accadere e quanto tempo ci vorrà. Quel che è certo è che si chiude un’epoca, non solo per il Milan ma per tutto il calcio italiano. Oggi le due squadre di Milano sono entrambe controllate da cordate cinesi. Un segno del tempo che passa, della società che cambia, certo. Ma ci piace pensare che, anche se un po’ meno italiano e un po’ più globale, il derby della Madonnina sarà sempre, un eterno scontro tra Baüscia Casciavit.

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