Turchia alla prova dei rimpatri. Ma non può bastare senza un accordo nell’Ue

Immigrazione
Alcune donne appena sbarcate dalla nave Dattilo. La nave della Guardia Costiera e' giunta nel porto di Reggio Calabria con a bordo 717 migranti, tra i quali 533 uomini, 164 donne e 20 minori, Reggio Calabria, 6 ottobre 2015. ANSA/QUOTIDIANO DEL SUD

Primo giorno di verifica per il piano concordato con Erdogan. Intanto Amnesty International accusa Ankara d’espellere illegalmente i profughi siriani

È iniziato oggi il rimpatrio dei primi profughi dalla Grecia verso la Turchia, secondo quanto stabilito dall’accordo firmato tra Unione europea e il governo di Ankara il mese scorso a Bruxelles. I migranti senza diritto d’asilo, inclusi i siriani, verranno espulsi dall’isola di Lesbo per essere ricollocati nel campo profughi turco di Dikili. In base a quanto confermato dalle autorità greche, i migranti verranno trasportati in autobus e poi in nave verso la Turchia, scortati da poliziotti in numero pari a quello dei profughi. Solo nella giornata di oggi è previsto il rimpatrio di diverse centinaia di migranti, ma l’obiettivo sembra poco realistico per essere raggiunto.

Intanto, lo scorso venerdì si sono registrate tensioni nell’isola greca di Chios, quando centinaia di profughi sono scappati dal campo che li accoglieva verso il porto per protesta contro l’accordo Ue-Turchia. Alcuni rifugiati sono stati trasportati in ospedale, dopo che la polizia ha aperto il fuoco per placare la ribellione e ha distrutto un centro di Medici senza Frontiere. L’organizzazione, insieme all’alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e il Comitato Internazionale di Soccorso, ha deciso di sospendere il proprio lavoro nei campi profughi greci, dichiarando che i rimpatri violano il diritto internazionale.

Molto dura anche la posizione presa da Amnesty International che, nel report rilasciato il 1 aprile, ha accusato il governo di Ankara di deportare illegalmente i profughi dalla Turchia verso la Siria. Secondo l’organizzazione, sarebbero circa 100 i siriani, inclusi bambini, che sarebbero espulsi giornalmente da metà gennaio, in violazione del diritto europeo e internazionale. “I leader europei hanno ignorato il fatto che la Turchia non è un Paese sicuro per i rifugiati siriani”, ha affermato John Dalhuisen, Direttore di Amnesty International per l’Europa e l’Asia centrale. “Il grande numero di rifugiati siriani rimpatriati evidenzia i difetti dell’accordo tra Ue e Turchia. […] L’Ue, lontana dall’incentivare la Turchia a proteggere i siriani, sta invece promuovendo l’opposto”, ha aggiunto il direttore. Parole dure che al momento non hanno suscitato la risposta del governo di Ankara, che però aveva già negato in precedenza di espellere illegalmente profughi siriani.

Mentre la Turchia si prepara ad accogliere i primi migranti dalla Grecia, la Germania di Angela Merkel ha affermato che prenderà, in cambio, i primi siriani, come previsto dall’accordo che stabilisce che per ogni profugo rimpatriato in Turchia uno dovrà essere ricollocato in Europa. Tutt’altra posizione è stata assunta dall’Austria, che secondo quanto dichiarato dal ministro della Difesa Hans Peter Doskozil al quotidiano tedesco Die Welt, è pronta a intensificare i controlli alla frontiera con l’Italia per fermare l’arrivo dei migranti. Soldati austriaci saranno stanziati al passo del Brennero poiché le altre frontiere europee non sono considerate sufficientemente sicure dal governo di Vienna.

Alla fine di oggi si potrà giudicare quanto l’accordo avrà funzionato nel suo primo giorno d’implementazione. Fatto sta che non risolverà il problema nel lungo periodo e non riuscirà a controllare il rispetto dei diritti umani da parte della Turchia. L’unica soluzione sarebbe un accordo, vero, tra gli stati membri Ue, soprattutto in un momento critico come quello che sta vivendo l’Europa. Ma la posizione dell’Austria dimostra quanto i Paesi membri non si fidino gli uni degli altri, preferendo soluzioni autonome che rassicurano l’opinione pubblica (e assicurano, forse, più voti), ma che non pensano al bene reale di tutti i cittadini europei.

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