Migranti e clima, così la “nuova” Polonia si allontana dall’Ue

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epa05020864 Polish nationalists during the 'March of Independence' under the slogan 'Poland for the Poles, the Poles for Poland', which is part of Polish Independence Day celebrations in Warsaw, Poland, 11 November 2015. The Independence Day marks the restoration of Poland's independence after 123 years of partitions by Austria-Hungary, Prussia, and Russia, at the end of the First World War on 11 November 1918.  EPA/JAKUB KAMINSKI POLAND OUT

Approfittando del cambio della guardia al potere, Varsavia diserta il vertice sull’immigrazione in corso a Malta

A Malta, oggi e domani, si tiene il maxi vertice tra l’Unione europea e l’Africa. Il tema in cima all’agenda è quello dei rifugiati. Bruxelles, offrendo incentivi economici in cambio, chiederà ai governi africani di controllare con maggiore rigore le frontiere, o quanto meno di riprendere chi viene espulso dal territorio comunitario. Punto non del tutto secondario, quest’ultimo. Alcuni Paesi non si fanno carico della questione. Le ragioni stanno nei buchi anagrafici, nelle carenze di risorse, nell’assenza di volontà politica. Le conseguenze sono che coloro che sono fuggiti dall’Africa restano in Europa, con il rischio di rimanere a lungo senza diritti o di costare troppo ai paesi che li ospitano.

Un’assenza costruita a tavolino
Che li si prenda da un lato (c’è chi denuncia la “fortezza Europa”) o dall’altro (dell’Africa non ci si può fidare), i contenuti della sessione maltese sono seri. E all’incontro con i politici dell’Africa, seguirà il vertice informale tra capi di stato e governo europei. Anche in questo caso si parlerà di rifugiati. Ma senza la Polonia. La sua assenza dal tavolo stupisce. Da Varsavia non arriveranno esponenti del governo. Proprio oggi, giorno in cui è convocata la prima sessione parlamentare dopo le elezioni del 25 ottobre, sono tenuti a dimettersi. Perdono dunque ogni potere di rappresentanza. Il primo ministro uscente, la centrista Ewa Kopacz, ha pertanto chiesto all’omologo ceco, Bohuslav Subotka, di agire come portavoce. Onere simbolico, proprio perché il governo di Varsavia se ne sta uscendo da palazzo. Il nuovo, un monocolore di Legge e Giustizia (PiS), il partito nazionalista e populista che ha stravinto il voto di due settimane fa, è in fase di formazione.

Al posto di Ewa Kopacz sarebbe potuto andare il presidente della repubblica Andrzej Duda. Non lo farà. Presenzierà la seduta del parlamento. Avrebbe potuto però inviare un suo delegato, ragiona qualcuno. Nemmeno questo.

Non pochi sostengono che il capo dello stato abbia studiato tutto a tavolino, facendo in modo che ci fosse sovrapposizione tra il vertice maltese e la prima seduta delle due camere polacche (Sejm e Senato), tra la procedura dimissionaria del vecchio governo e quella di insediamento del nuovo.

Andrzej Duda è un uomo del PiS, benché formalmente non sia più iscritto al partito (la prassi è che i presidenti polacchi lascino le loro famiglie politiche dopo l’elezione). Viene quindi il legittimo dubbio che abbia agito tenendo conto dell’esigenza post-elettorale dei suoi compagni populisti, in una certa misura “dovuta”, di manifestare una rottura con l’esecutivo uscente, tanto in merito alle questioni legate ai rifugiati, quanto nel più ampio cerchio dei rapporti con l’Europa.

La Polonia sarà meno “tedesca”
In questi mesi la vicenda complessa dei rifugiati ha fatto discutere molto. Ewa Kopacz, che era subentrata alla guida del partito (la Piattaforma civica) e del governo a Donald Tusk, dopo che quest’ultimo ha assunto la carica di presidente del Consiglio europeo, ha scelto di appoggiare la politica di redistribuzione dei rifugiati proposta dalla Germania e fatta sua dalla Commissione europea.

Kopacz, prima di allinearsi, aveva avanzato non poche riserve nei confronti di questo piano, pretendendo che la Polonia accogliesse un numero di rifugiati minore del previsto e che essi fossero possibilmente di fede cristiana. Ma il dato finale è che Varsavia si è sintonizzata con Berlino e Bruxelles. Beata Szydlo, l’esponente di Legge e Giustizia che andrà a coprire la carica di primo ministro, ha ferocemente contestato questa decisione. La visione, sua e del partito, è che l’arrivo dei rifugiati possa fare da apripista a contaminazioni culturali non volute.

Szydlo non potrà opporsi a una decisione formalmente assunta dal governo uscente. Non ci sarà marcia indietro sulle quote, insomma. Ma sui rifugiati il nuovo governo sarà sicuramente più vicino alla postura ungherese, rigida e netta, che alle aperture alla tedesca (Angela Merkel fronteggia tuttavia crescenti resistenze nel partito e nel governo). La politica della sedia vuota a Malta si salda con questa dimensione, suona come un annuncio programmatico. La Polonia targata PiS – il partito milita con i Tory britannici nel Parlamento europeo – sarà meno “tedesca”, non solo sul tema dei migranti. La stagione di governo della Piattaforma civica, cominciata nel 2007, è stata in effetti caratterizzata da un dialogo stretto e costante con la Germania.

Il braccio di ferro sul clima
Szydlo, che secondo molti è una marionetta di Jaroslaw Kaczynski, il vero grande capo del PiS, sta facendo capire non si farà scrupoli, se ci sarà da ingaggiare duelli muscolari con Berlino e Bruxelles. Sui cambiamenti climatici già si sta battagliando. Di recente Duda ha messo il veto a una legge che avrebbe assorbito gli emendamenti al protocollo di Kyoto, rompendo l’unità con cui l’Europa intende presentarsi al vertice mondiale di Parigi sull’ambiente, previsto a fine mese.

Il capo dello stato e il governo entrante della Polonia (in parte anche quello uscente) convergono sull’idea che la Polonia, che va praticamente a carbone (da esso dipende il 90% dell’energia elettrica prodotta nel Paese), non possa seguire il resto del continente sulla politica delle emissioni. C’è bisogno di una deroga e il veto di Duda sembra funzionale a questo: si tratta di comprare tempo, di strappare concessioni. Ma si gioca su un filo sottile. Varsavia, dovesse insistere, potrebbe ritrovarsi isolata in Europa.

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