Michelle e l’idealista Barack, coppia vincente

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epa05612037 US President Barack Obama and first lady Michelle Obama shake hands with children during a Halloween event in the East Room of the White House in Washington, DC, USA, 31 October 2016. The first couple hosted local children and children of military families for trick-or-treating at the White House.  EPA/Olivier Douliery / POOL

Davvero questa coppia –la coppia più bella del mondo – se ne andrà? Difficile crederlo, l’America ha bisogno di loro. E c’è davvero da sperare che stiano in circolazione ancora per un po’

Appena trenta giorni fa, era tutto diverso. Il presidente aveva preparato la cerimonia degli addii e si stava discutendo del suo ruolo nella Storia. Ieri invece Obama era a Miami, in maniche di camicia ad urlare in un microfono di andare a votare perché «la democrazia in America è in pericolo». E oggi, domenica, sarà di nuovo lì, a battere le strade della Florida, a stringere mani nelle chiese, ad accompagnare materialmente gli afroamericani ai seggi. Dal voto degli afroamericani in Florida dipende la vittoria di Hillary nello Stato. E se i dem la prendono, hanno vinto. E solo Obama poteva portarli al voto. Dopo la sua prima apparizione, 50.000 persone si sono messe in fila. Se domenica ripete il risultato, Hillary può sperare.

Qualche mese fa, Obama aveva concesso una sterminata intervista a Jeffrey Goldberg della rivista The Atlantic, un bilancio di otto anni della sua politica estera e in generale della sua visione dell’America e del mondo. Un onesto rendiconto (l’onestà intellettuale è una delle maggiori virtù del presidente), che a un certo punto il presidente condì con una frase resa famosa da Al Pacino: «Più cerco di venirne fuori, più mi ricacciano dentro». Era Michael Corleone nel Padrino III, ormai vecchio, che si sfogava per le difficoltà che aveva a lasciare il crimine organizzato. Spiritoso che Obama lo abbia citato (il sense of humour è un’altra delle sue doti). Il premio Nobel per la pace che sperava nella pace in Medio Oriente dopo l’avventura del suo predecessore, ed invece si trova l’Isis. Il presidente nero che si ritrovava davanti il razzismo di Trump. E quindi ecco Obama in maniche di camicia.

La Storia ha bisogno dell’ultimo capitolo prima di essere scritta. E Obama ha solo 53 anni. La sua presidenza resterà comunque contemporanea di una svolta nella storia della civiltà. Nei suoi otto anni l’America ha interrotto il più grande impegno militare che avesse mai avuto; ha plasmato in maniera democratica una nuova demografia, accogliendo milioni di immigrati; ha difeso i diritti delle donne e incredibilmente aperto la strada al matrimonio omosessuale; ha superato la più grave crisi economica del capitalismo dopo quella del 1929 e dato un’assistenza sanitaria a venti milioni di poveri; ha cambiato le fonti di approvvigionamento energetico, riducendo (un po’) l’inquinamento, è stata capofila delle misure concrete contro il riscaldamento del pianeta, ha fatto la pace con Cuba e condotto un difficile accordo con l’Iran allontanando la minaccia nucleare.

I risultati di martedì prossimo diranno se tutto ciò è stato solo una parentesi in un ciclo storico che invece va dall’altra parte. E solo allora Obama sarà un po’ più libero sul suo futuro. In maniera ancora più imprevedibile, Michelle Obama è stata protagonista di una spettacolare metamorfosi. Avvocato di un grande ospedale di Chicago con un buon salario di 250.000 dollari l’anno, aveva lasciato il lavoro per seguire quell’idealista di suo marito nella sua carriera politica. Era entrata alla Casa Bianca con l’immagine della «angry black woman», la donna nera arrabbiata, a disagio in un ruolo pubblico, disinserita da giochi di potere e di partito, per poi mutare via via nel corso degli anni.

Persona di buona grazia e di supremo stile (come il marito), la si è vista come autonomamente tenace nelle sue convinzioni, per esempio l’importanza di una buona alimentazione, dell’educazione dei figli, della parità dei doveri nella vita famigliare fino a diventare crescente role model di una nuova generazione di donne. Ma il grande salto è avvenuto nell’ultimo mese. Dopo la rivelazione delle aggressioni sessuali di Donald Trump, Michelle Obama, con la massima naturalezza è salita su un palco e, parlando a braccio, con una passione solo appena controllata, ha pronunciato un discorso destinato a restare nella storia. Sulla dignità femminile, sulla necessità delle donne di reagire a chi la calpesta, sulla forza che le donne hanno conquistato per rendere tutto ciò possibile, sull’urgenza di rendere l’uguaglianza tra uomo e donna il principale terreno di confronto in tutti gli ambiti della vita sociale. Nella famiglia, nel lavoro, nella politica.

Nel luglio scorso, parlando alla convention democratica, Michelle aveva ricordato in maniera del tutto inusuale i suoi otto anni alla Casa Bianca; la soddisfazione di aver visto le sue due figlie crescere e giocare in un bel prato. E poi, aveva lasciato cadere: «Nel prato di un grande edificio che venne costruito dagli schiavi….». E se quelle poche parole avevano dato il segno di un ricordo di sofferenza a milioni di donne nere; ora il suo appello a combattere contro l’arroganza maschile suonava un messaggio femminista universale. Davvero questa coppia –la coppia più bella del mondo – se ne andrà? Difficile crederlo, l’America ha bisogno di loro. E c’è davvero da sperare che stiano in circolazione ancora per un po’.

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