Michele Santoro alla prova d’esordio, pregi e difetti della prima puntata di “Italia”

Televisione
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8.1 % di share per una trasmissione ben confezionata e pensata per essere fruibile ma al tempo stesso di approfondimento. Che però ha palesato anche dei limiti

Satisfaction dei Rolling Stones in sottofondo e una folla che balla in discoteca: “C’è l’Ibiza dei ricchi e quella dei poveri; qua il popolo è proprio popolo e il jet set è proprio jet set”. Una voce maschile fuoricampo introduce il tema intorno al quale ruota la prima puntata di Italia, dal titolo Tutti ricchi per una notte. “Tutti quelli che partono per Ibiza vanno con l’idea di trovare donne, sesso. droga e rock n roll, poi tornano sfasciati e non hanno combinato niente”: questa volta è la voce di Alba Parietti ad accompagnare le immagini dei corpi danzanti sotto i bagliori delle luci stroboscopiche.

Michele Santoro torna in Rai con il suo nuovo talk show, con il quale prometteva di sperimentare “un’altra grammatica e un’altra sintassi televisiva”; entra in scena nello studio sul quale domina la riproduzione del dirigibile Italia, progettato nel 1928 per volare fino al Polo Nord, e chiarisce subito: “torno a casa, alla Rai, che non ho esitato ad abbandonare quando mi ha chiesto di rinunciare alla mia passione per le idee, per il volo. Verso il Polo Nord”. Dopo il piccolo accenno autobiografico, il conduttore chiarisce quali sono i temi della serata: da una parte l’omologazione che ci immette in un circuito di sogni vacui, dove i ricchi e i poveri si confondono, indistinguibili in quella che è la famosa notte hegeliana in cui tutte le vacche sembrano nere; dall’altra ciò che questo mondo ovattato sottende, la frustrazione, la rabbia e l’invidia sociale che ribolle sottotraccia, pronta ad esplodere da un momento all’altro.

Il reportage che apre la puntata, diviso in tre parti, costituisce l’ossatura di tutto il programma, alternato a fasi di talk show tradizionale, monologhi di satira e teatrali (ad opera di Geppi Cucciari e Mimmo Borrelli) e gli interventi di Giulia Innocenzi e Saverio Costanzo a fare da tramite tra la televisione e il web. Tra le voci del mondo dei ricchi Flavio Briatore, che incarnerà con fede incrollabile una visione del mondo basata sul liberismo più sfrenato.

Dopo la concisa presentazione, Santoro lascia spazio di nuovo al documentario sul mondo patinato, tutto lusso e lustrini, al quale apparentemente anelano sia ricchi che poveri; “Ci sono troppi filippini, se li vede Briatore diventa matto. Niente filippini!”: una ragazza che lavora nel locale di Briatore si preoccupa di selezionare gli avventori in base al dress code, ma evidentemente i criteri si allargano anche alle caratteristiche razziali. “Noi prendiamo solo persone alte e i filippini sono bassi, ma ci obbligano a prenderli – dice l’imprenditore dallo sfarzoso bancone del suo locale – quindi sono di secondo servizio, adibiti a mansioni tipo portare via il ghiaccio, accendere le sigarette etc… non siamo razzisti”. E poi ecco Lele Mora e Iva Zanicchi che si lamentano di come il Belpaese abbia mandato via i ricchi dalle spiagge, per colpa della finanza: “i ricchi portano commercio e soldi e noi invece abbiamo messo delle tasse”.

Ma insieme a chi i soldi può spenderli davvero c’è anche chi risparmia tutto l’anno per partecipare a scampoli di vita al di sopra delle proprie possibilità: “Magari arrivassimo a 1800 euro al mese”, dicono due ragazzi italiani sparsi tra i giovani che fanno la fila per entrare nei locali notturni. Tutta la trasmissione offre uno spaccato di questo abbaglio collettivo in cui i ricchissimi, i “normali” e i poveri stanno insieme. Perché tutti aderiscono a questa visione edonistica, dove si fluidificano le differenze e dove il peccato più grave è quello di non ostentare un certo tenore di vita: “purtroppo c’è una massa di giovani che non vuole fare niente, gli italiani sono viziati”, dice Briatore. Si torna in studio e Santoro gli chiede se vuole entrare in politica come Donald Trump: “Quello che fa lei coi filippini lo fa Trump coi messicani negli States” dice. L’imprenditore non si scompone e si dichiara vicino al magnate americano: “conosco Donald da 22 anni, e ha fatto una strada lunga e difficile.. La gente si identifica molto di più in lui che in una Hilary..”

Poi di nuovo le strade di Ibiza, gente che fa ore di fila per rubare uno scatto con i vip, Zucchero, Renga e Bonolis: la moglie di quest’ultimo ha creato molte polemiche in rete fotografando l’aereo privato che li ha portati in vacanza. E infine le fashion blogger, che servono per introdurre l’argomento della vita virtuale, della realtà illusoria che transita dai club di lusso e dalle spiagge più in, per arrivare sulle bacheche dei social network. C’è Selvaggia Lucarelli a commentare lo sciovinismo di queste ragazzine che sembrano non distinguere tra la vita vera e quella online: “Potrei essere la zia, non voglio criticare – dice la Lucarelli, per poi biasimarle aspramente – forse più che apparire in quel modo sarebbe meglio nascondersi un po'”. Applausi. Viene fuori che internet è uno strumento per fomentare l’invidia sociale, apparente motore di quello che la Lucarelli, citando il boss Carminati (sic), chiama mondo di mezzo (il mondo dei social).

Infine entra in scena la droga, ulteriore elemento portante di questo mondo ovattato. Il reportage riprende con uno spacciatore che lascia il contatto facebook ai reporter; degli after party ai quali si può comprare droga addirittura con il bancomat; l’intervista a un altro ex trafficante italiano che equipara la sua (ex) attività a quella dello stato italiano che vende le sigarette: “loro mettono i bollini sui pacchetti, con scritto ‘fa male’. Cosa dovrei fare io? Mettere l’avvertimento ‘fa male’ sui panetti di cocaina?”

Nell’ultima parte della puntata fanno il loro ingresso Beppe Sala e Luigi De Magistris. Nel confronto con i sindaci di Milano e Napoli, è lo stesso Santoro che approfondisce la connessione che lega simbolicamente la realtà di Ibiza, nel suo indistinto melting pot di poveri e ricchi, con quella delle nostre città: “si viene a creare una città virtuale dove la droga è legalizzata – dice il conduttore rivolgendosi a Sala – in questa città virtuale la periferia e il centro non esistono: c’è l’illusione che si viva tutti insieme. Ed è il problema fondamentale che avete in città, evitare lo stacco tra centro e periferia, che porti poi le periferia a covare ed esplodere la propria rabbia”.

Proprio in chiusura arriva il modello edificante, Alex Zanardi; quello che potrebbe rappresentare una deriva salvifica, l’esempio incarnato di chi “ha attraversato il mondo di Briatore per arrivare a una realtà completamente diversa”, dalle parole dello stesso Santoro. Il conduttore è infatti convinto che questo equilibrio illusorio su cui si basa la convivenza coatta tra ricchi e poveri, privilegiati e sfruttati, debba rompersi: l’ex pilota è colui il quale ha resistito all’impatto di venire catapultato fuori da quel limbo “tutto donne e motori”, riuscendo a canalizzare le proprie energie residue per farsi costruttore di una vita alternativa; e quindi aprendo lo spiraglio su di un mondo alternativo. La ricetta è, nelle parole di  Zanardi, “lavorare su se stessi, migliorarsi: quella cosa che ci porta a spostare le montagne, rimanere curiosi verso una condizione che genera una forma di pregiudizio”. Sostanzialmente, un richiamo a tornare alla vita vera, per quanto questo possa costare sacrifici; sempre meglio, diremmo noi, che vivere in una bolla.

Lo share del programma è arrivato al 8,1 per cento, con un 1,771,00 spettatori. L’impressione finale è che lo sforzo di una trasmissione ben confezionata e pensata per essere fruibile ma al tempo stesso di approfondimento abbia palesato anche alcuni limiti. Proprio perché le cose si presentano spesso come un complicato intreccio di piani sovrapposti (e la comunione notturna di ricchi e poveri del titolo sta a testimoniare questo fatto), ha pesato la mancanza di qualche ospite che offrisse una chiave di lettura meno semplicistica. Il tentativo, esplicitato da Santoro, di indagare la realtà tramite “un realismo integrale, crudo e senza mediazioni”, non deve essere confuso con la possibilità di sottrarsi alla profondità dell’analisi concettuale: ingrediente fondamentale, tanto quanto l’esperienza sul campo, di una narrazione priva di inconcludenti mediazioni.

 

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