Mi chiamo Di Maio, sono europeista, pronto a fare il premier

M5S
Il vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, partecipa ad una manifestazione a Napoli sui costi della Rca auto, 29 gennaio 2016.
ANSA/CIRO FUSCO

Il viaggio di “accreditamento” (pagato da chi?) comincia male

La prima polemica per il sedicente antirenzi Luigi Di Maio e per il suo viaggio “istituzionale” a Westminster (ma non solo) in qualità di presidente del Comitato per la documentazione della Camera dei deputati, ha riguardato il pagamento della missione, interamente a carico di Montecitorio. Al collega Di Battista era fatto sfuggito che la missione di Luigi era “in qualità di esponente della seconda forza politica del paese” confermando quello che a molti era già chiaro: i pentastellati iniziano la campagna elettorale, tentando di intessere relazioni internazionali e cercando sponde politiche all’estero.

Del resto il terreno era fertile. Dopo la scomparsa prematura di Gianroberto Casaleggio e l’apertura di credito che alcune testate inglesi (in primis l’Economist) hanno fatto ai grillini (interpretando, per esempio, come un segno di maturazione politica la candidatura di Virginia Raggi a sindaco di Roma), va registrato l’interesse e la curiosità dei britannici nei confronti dei pentastellati, soprattutto in vista del referendum sul futuro europeo del Regno Unito fissato per il 23 giugno.

E invece Di Maio che fa? Alla prima occasione di debutto internazionale come volto rassicurante del Movimento 5 Stelle, inciampa.

Così, in mezzo ad un agenda fitta di incontri con esponenti di governo e parlamentari di ogni orientamento, conservatori e laburisti, favorevoli e contrari alla cosiddetta Brexit, il vicepresidente della Camera si lascia sfuggire: “Sono contrario all’uscita della Gran Bretagna dall’Europa”. Una dichiarazione inappropriata per un politico in visita istituzionale tanto che viene corretta poco dopo. Di Maio spiega di non pretendere – da ospite – di voler suggerire ai sudditi di Sua Maestà come votare e puntualizza che “il M5S è contro” un’ipotetica uscita dell’Italia dall’Ue che considera “una risorsa”, anche se “tutt’altro discorso vale per l’euro”.

Un equilibrismo che fa entrare comunque in crisi l’alleanza del M5S con gli euroscettici dell’Ukip di Nigel Farage, compagni di avventura del Movimento 5 Stelle in Europa. Euroscettici nel senso che sono contro l’Unione europea. La dimostrazione è non c’è stato alcun incontro con Farage. E anche il tentativo di salvare la faccia rispetto all’alleanza sponsorizzata da Gianroberto e Davide Casaleggio (la cui era è iniziata davvero male) è naufragata, nonostante Di Maio abbia osservato come l’alleanza con gli euroscettici dell’Ukip a Strasburgo sia fondata “sulla passione comune per la democrazia diretta e la libertà di voto”. Tra gli incontri saltati ci sono anche quello con  Kenneth Clarke, ex cancelliere dello Scacchiere, ministro con Cameron nel 2010, nostalgico della politica economica lacrime e sangue della Thatcher e con il sindaco di Londra Boris Johnson.

Eppure quello del M5S, come forza politica euroscettica che considera la Ue dispensatrice di sola burocrazia ed austerity, è un passato alquanto recente. Fino a pochi mesi fa il movimento promuoveva la raccolta firme per un referendum sull’uscita dalla moneta unica e l’hashtag #fuoridelleuro impazzava tra gli account grillini e nel blog.

Ora tutto è in discussione. Ma per Di Maio candidato premier, questo ed altro.

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