Merkel si tira fuori dalla contesa tra Renzi e l’Ue

Europa
epa05133502 German chancellor Angela Merkel (L) receives Italian Prime Minister Matteo Renzi at the chancellery in Berlin, Germany, 29 January 2016. Renzi is on an official visit to Germany.  EPA/MICHAEL KAPPELER

Tra Renzi e la Cancelliera una discussione franca, ma “con il sorriso”. Su flessibilità e aiuti alla Turchia, però, la palla torna a Bruxelles

La conferenza stampa che è seguita al vertice bilaterale tra Angela Merkel e Matteo Renzi ha mostrato due capi di governo di Paesi amici, pronti a collaborare su molti fronti, la cui stima reciproca è fuori discussione. Non però due leader pronti a guidare l’Europa fianco a fianco. Il premier italiano più volte si è trovato nella posizione di dover chiarire che “su alcune cose la pensiamo diversamente” e quando ha spinto sul tasto della flessibilità, chiedendo alla Commissione europea di prendere le proprie decisioni in linea con quanto affermato un anno fa, ha ricevuto dalla Cancelliera una fredda presa di distanze: “Una comunicazione può essere interpretata sempre in modo diverso. Ogni Paese può aprire un dibattito con la Commissione, noi ne prendiamo atto”. Renzi, insomma, non si aspetti da Berlino un aiuto decisivo per raggiungere i suoi obiettivi.

Ma il premier italiano ha anche ricordato che “la flessibilità è stata una condizione per l’elezione di Juncker”. Il Ppe, Merkel in testa, non può pensare insomma di guidare l’Europa autonomamente, come fatto in passato.

Merkel ha sottolineato come il governo italiano abbia finalmente intrapreso la strada delle riforme e, soprattutto per quanto riguarda le norme sul lavoro, “sta andando nella giusta direzione”. Da questo punto di vista, le Germania è non solo disponibile, ma perfino interessata a consolidare un rapporto già esistente. L’annuncio di una conferenza economica congiunta su industria, digitalizzazione e banda larga va in questa direzione.

Sulle partite europee, però, il discorso si è fatto subito più complicato. L’Italia resta “disponibile” a sbloccare la propria quota del contributo da concedere alla Turchia per contenere il flusso di migranti. Ma Renzi ha fatto presente di continuare ad attendere prima “le risposte che abbiamo chiesto a Bruxelles sulla computazione di questi denari”, che riguardano non solo la cosiddetta tratta balcanica, ma anche quella che proviene dal nord Africa. La domanda che il nostro governo fa a Bruxelles è semplice: perché i soldi spesi per bloccare i migranti che provengono da est possono essere scomputati dal calcolo del deficit e quelli impiegati per la tratta libica – cioè quelli che spendiamo soprattutto noi – invece no.

 

 

L’impressione è che su questo punto la Merkel abbia dimostrato comprensione, riconoscendo l’impegno del nostro Paese sul tema dell’immigrazione “sin dall’inizio”, ma niente di più. Mentre Renzi ha detto di aspettarsi una risposta dall’Ue “prima del vertice di giovedì prossimo” che vedrà partecipare a Londra i ‘donatori’ per la Siria. “Alla Commissione sono molto impegnati – è stata la stoccata rivolta a Bruxelles – ma trovano spesso il tempo per fare conferenze stampa, quindi mi auguro che possano affrontare anche questo problema”.

L’impegno comune va comunque al di là delle dichiarazioni di principio. Non solo un generico “salvare Schengen”, ma anche la necessità ribadita dalla Cancelliera di un ruolo più forte dell’Europa nel controllo dei “confini marittimi”, cioè nel pattugliamento nel Mediterraneo. Con Renzi che – ringraziando “Angela perché già nel Consiglio europeo di giugno fu decisiva per affermareil principio che questo fosse un problema europeo” – cala sul tavolo anche le sue carte: “Lo sforzo che possiamo fare per salvare Schengen – ha detto – deve essere fatto insieme. Vale per i rimpatri, per i confini, per le procedure di identificazione”. Su tutto questo, l’Italia si aspetta una maggiore collaborazione da Bruxelles. E Merkel non ha negato il proprio sostegno.

Il confronto, insomma, è stato franco. Non uno scontro – non avrebbe aiutato nessuno dei due – ma nemmeno una pura formalità. Renzi e Merkel si sono detti tutto quello che avevano da dirsi, anche se “con il sorriso” (parole del premier italiano). “Per me le politiche di austerity da sole non funzionano”, è stato il refrain renziano, perché “portano alla sconfitta dei governi, portano l’Europa a fallire” e aiutano l’avversario comune, cioè il populismo. “Per me – ha spiegato – è necessaria una crescita economica che combatta la disoccupazione e quindi il populismo”. Merkel non si è spinta così in là, attenta a mantenere i panni di Cancelliera piuttosto che di leader ombra dell’Ue (ma il premier si è premurato di portare con sé il futuro ambasciatore italiano in Europa, Carlo Calenda, per presentarglielo). Berlino si limiterà a osservare la partita tra Roma e Bruxelles, intervenendo solo quando sarà necessario. Per i propri interessi, anche elettorali.

Vedi anche

Altri articoli