Merkel o Spd? I sondaggi (spiegati) sul test elettorale in Germania

Scenari
ARCHIV - Der SPD-Bundesvorsitzende Sigmar Gabriel empfängt am 23.05.2013 zum Festakt anlässlich des 150. Geburtstages der SPD vor dem Gewandhaus in Leipzig (Sachsen) Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU). Die SPD will mit der Union über eine große Koalition reden. Foto: Hendrik Schmidt/dpa (zu dpa "SPD will über große Koalition reden" vom 27.09.2013) +++(c) dpa - Bildfunk+++

Si avvicina l’appuntamento con le elezioni regionali in alcuni Lander tedeschi. Un test vitale per Angela Merkel, sotto accusa anche dai suoi compagni di partito per aver aperto le frontiere ai profughi

Sassonia-Anhalt, Baden Wurttemberg e Renania-Palatinato. Sono i tre Länder dove il 13 marzo si apriranno le urne. Passaggio locale, ma decisivo in chiave nazionale. Misurerà la forza di Angela Merkel. La forza residua, azzarda qualcuno. In effetti negli ultimi tempi il consenso della cancelliera è andato calando. La fonte dell’erosione è nota. Una parte crescente della società tedesca ritiene che l’emergenza rifugiati sia diventata troppo grande, troppo onerosa da gestire.

L’opposizione alle “porte aperte” viene anche dall’interno della Cdu. Qualche peso massimo e molti quadri medi sono sempre meno tolleranti verso l’accoglienza, per quanto essa sia stata limata nel corso dei mesi. La Csu, tradizionale alleato bavarese, sta su posizioni ancora più dure.

Fine dell’empatia

Ciò che si rimprovera alla cancelliera è la gestione “creativa” di questa partita e i rischi politici, sempre più complessi da sostenere, che si è assunta. È la stessa critica che le viene mossa in Europa. La sovrapposizione tra fattori domestici e comunitari sta anche nei tempi. Il voto locale tedesco sarà preceduto dal vertice straordinario sui rifugiati che si terrà a Bruxelles il 7 marzo. Quanto ai contenuti, è il caso di riavvolgere il nastro e partire dall’inizio della storia.

Sul finire dell’estate Angela Merkel s’è assunta la responsabilità di scortare i profughi nel cuore dell’Europa, nel cuore della Germania, mentre l’Ungheria alzava muri e il tema dei rifugiati veniva fondamentalmente schivato da tutti, con il silenzio o con la demagogia.

L’apertura della Merkel ha innalzato momentaneamente il livello della sensibilità e dell’empatia verso i rifugiati, ma ha anche fatto saltare le regole che l’Europa s’era data sull’asilo politico e creato una sorta di effetto domino al rovescio, dove ognuno, captando i brontolii dei rispettivi elettorali, agisce mettendo in campo soluzioni unilaterali. L’approccio austriaco e l’ostracismo dei paesi dell’Europa centrale, uniti nell’offrire assistenza a Bulgaria e Macedonia per bloccare le frontiere della Grecia, isolata e sfiduciata, parla da solo.

A tutto questo si aggiunge il diffuso scetticismo sulla soluzione esterna prospettata dalla Merkel: responsabilizzare la Turchia nella gestione dei rifugiati, offrendo in cambio incentivi economici e politici. Ci si può fidare di uno come Erdogan? Stenta a decollare, infine, il sistema obbligatorio con cui i paesi membri dell’Ue sarebbero tenuti a ospitare una precisa quota di rifugiati non decolla.

Ieri anti-euro, oggi anti-rifugiati

Il disappunto sui rifugiati nutrito da una buona fetta della società tedesca è la benzina elettorale di Alternativa per la Germania. Il partito, nato dalla contestazione all’approccio di Angela Merkel alla crisi del debito in Europa – giudicato morbido – e dall’idea che la Germania, con la moneta unica, si sia vincolata eccessivamente al destino degli altri paesi europei e pertanto strutturalmente indebolita (l’esatto contrario di una linea di pensiero molto diffusa in Europa), sta accantonando le posizioni della prima ora, capitalizzando il risentimento dei tedeschi sui rifugiati.

Alternativa per la Germania, che alle ultime elezioni federali non riuscì a entrare in parlamento, potrebbe accrescere nettamente il proprio spessore. I sondaggi lo danno intorno al 10% nel Baden Wurttemberg e all’8,5% nella Renania-Palatinato. Nella Sassonia-Anhalt parrebbe oltre il 15%, a conferma che l’est tedesco è terra fertile, per chi si oppone in un modo o nell’altro al sistema.

Dov’è la Spd?

Se la Germania fosse la vecchia Germania, il possibile passaggio a vuoto della Cdu e di Angela Merkel, tutto comunque da verificare a urne chiuse, si sarebbe tramutato in un discreto bottino per la socialdemocrazia. Difficilmente sarà così.

La Spd stenta a trarre vantaggio dalla situazione, nonostante Sigmar Gabriel, numero uno del partito, vice cancelliere e ministro dell’economia e dell’energia, si stia dando molto da fare. Gabriel, in modo particolare, sta spingendo per uscire da quella che lui stesso ha definito “la spirale dell’austerity”. E su questo ha snocciolato due proposte interessanti: riformare i parametri di Maastricht alzando al 3,5% del Pil il tetto del deficit e prevedere in Europa regole vincolanti sugli investimenti pubblici, così come sono  vincolanti quelle sulla disciplina fiscale. “Perché siamo così precisi quando si tratta di controllare il deficit e così vaghi quando si parla di crescita?”, s’è chiesto Gabriel nei giorni scorsi, insistendo inoltre sull’esigenza di applicare una tassa europea sulle transazioni finanziarie.

Cose di sinistra, verrebbe da dire. Che si coniugano, tra l’altro, con l’agenda europea che il governo italiano sta portando avanti. Ma da un lato il momento per proporle non è felicissimo, visto che tutto il dibattito è schiacciato sui rifugiati. Dall’altro, vale sempre il vecchio adagio: tra il dire e il fare corre una certa distanza. Gabriel, infatti, non è all’opposizione. Governa con la Merkel e con Wolfgang Schaeuble, il sacerdote del rigore. Il suo predicare cambiamento si scontra dunque con l’essere parte di una coalizione, per giunta in qualità di socio minore e con una cancelliera che anche in questa esperienza di governo, come nelle precedenti, si è dimostrata scaltrissima nel riscuotere tutti i meriti di ogni successo e di riuscire a redistribuire i demeriti dei fiaschi.

Gabriel non riesce a smarcarsi dall’ombra della Merkel e della “balena bianca” tedesca. Al punto che non sta riuscendo a sfruttare il recente bisticcio tra Schaeuble e gli industriali, i quali,  giunti a questo punto, con la crisi dei rifugiati che fa rima anche con spesa, pretenderebbero dal ministro delle Finanze un po’ più flessibilità sui conti per favorire crescita, competitività ed economia digitale. Le cose che dice Gabriel. Restando inascoltato, non solo presso gli industriali (che si sono legati al dito l’aumento del salario minimo voluto dalla Spd).

Il vice cancelliere ha dei problemi anche dentro il partito. All’ultimo congresso della Spd, tenutosi a Berlino a dicembre, è stato rieletto con il 74% dei voti: una percentuale molto bassa, rispetto alla media delle incoronazioni precedenti.

graficiE a proposito di percentuali, quelle relative all’imminente voto locale, riportate in un recente articolo del Financial Times, sono davvero poco incoraggianti. Nella Sassonia-Anhalt la Spd è data a poco più del 15%, dietro Cdu, Linke e Alternativa per la Germania. Nel Baden-Wurttenberg vanta grosso modo gli stessi numeri, ed è terzo partito dopo Cdu e Linke. Il consenso cresce nella Renania-Palatinato (33%), ma i cristiano-democratici (35%) sono avanti di un’incollatura.

E non sarà facile, andasse a finire così, spostare gli equilibri della coalizione di governo.

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