Merkel isola Hollande. Cosa c’è dietro il silenzio della Cancelliera

Terrorismo
epa04896520 French President Francois Hollande (L) and German Chancellor Angela Merkel (R) attend a brief press conference in the Federal Chancellery in Berlin, Germany, 24 August 2015. Chancellor Angela Merkel and French President Francois Hollande are ste ho hold talks with Ukrainian President Petro Poroshenko focussing on the fragile ceasefire deal hammered out in Minsk in February amid fears of its collapse following an upsurge in fighting between government forces and pro-Russian separatists.  EPA/KAY NIETFELD

L’appello rivolto dal presidente francese all’Europa era rivolto a Berlino più che a Bruxelles. La Cancelliera però è prudente sull’idea di una guerra. Ecco perché

Il 7 ottobre 2015 Angela Merkel e François Hollande hanno tenuto un discorso congiunto davanti al Parlamento europeo. Gli ultimi leader dei due paesi a farlo furono Helmut Kohl e François Mitterrand, nel lontano 1989. Un intervento, quello del mese scorso a Strasburgo, che ha toccato tutti i temi principali in agenda, dalla Siria alla Grecia, fino all’immigrazione. Un’occasione per mostrare al mondo la rinsaldata immagine di un’Europa a chiara trazione franco-tedesca.

Quanto sembra lontano, oggi, quel 7 ottobre? Dal 13 novembre, il giorno dell’orrore di Parigi, qualcosa sembra essersi rotto. Il silenzio (verbale e visivo) di Angela Merkel dopo gli attentati è stato assordante. Ed è arrivato, forte e chiaro, in tutte le cancellerie, non solo quelle europee. “Siamo in guerra, l’Europa ci aiuti“, ha tuonato Hollande da Versailles poco più di 48 dopo la strage. Un appello rivolto non tanto a Bruxelles, quanto più a Berlino. Che ha taciuto e, per il momento, continua a tacere.

Angela Merkel non ha mai pronunciato la parola “guerra” e non vorrebbe mai pronunciarla. La condanna al terrore è ferma, ci mancherebbe, così come l’appoggio logistico che la Germania continuerà a garantire in Mali o nell’addestramento dei curdi per la loro guerra all’Isis. Da qui a bombardare la Siria ce ne passa. Quanto successo la sera del 17 novembre ad Hannover (con l’annullamento della partita Germania-Olanda e la fuga della stessa Cancelliera e di mezzo governo) invece che scatenare l’ira di Berlino, sembra indicare, ancor di più, la strada della prudenza. D’altronde, un conto è subire un attacco con centinaia di morti, un conto è subire una (seppur grave e attendibile) minaccia.

In questo senso, c’è maggiore sintonia con le posizioni assunte da Matteo Renzi, (anch’egli restio a pronunciare la parola “guerra”) che ieri ha esplicitamente affermato testualmente: “Non si vince con le sole azioni militari“. Con il premier italiano il comune timore riguarda la possibilità che in Siria si riproponga la situazione devastante che si è venuta a creare in Libia, dopo che la Francia, praticamente in maniera unilaterale, decise di destituire Gheddafi consegnando il paese ad una voragine istituzionale in cui, piano piano, si sono inseriti gli avamposti dello Stato Islamico.

Il timore, in poche parole, è che le bombe, se non dovessero risultare decisive, potrebbero essere anche controproducenti e creare una situazione ancor più esplosiva. Che, tra l’altro, si ripercuoterebbe dentro i confini, come dimostrato dal terrore scatenato generalizzato per le minacce di Hannover. E la Merkel, per come abbiamo imparato a conoscerla, è sempre molto attenta ai suoi indici di gradimento interni (in calo), in base ai quali ha spesso preso decisioni (vedi Grecia, vedi austerity) che hanno avuto ripercussioni dirette su tutta l’Europa.

La Germania è il Paese con la percentuale di stranieri più alta del continente (8,8%), ha oltre 4 milioni di cittadini di fede musulmana (il 4,9% della popolazione), è in procinto di accogliere milioni di rifugiati che, in stragrande maggioranza, arrivano proprio dalla Siria. E, soprattutto, da anni, persegue un modello di integrazione diametralmente opposto rispetto a quello francese. Se Angela Merkel è al potere da dieci anni ed è già stata rieletta due volte è anche perché è stata in grado di gestire con equilibrio un decennio di cambiamenti radicali. Un equilibrio che è una garanzia per lei e per la Germania e che farà di tutto per non mandare all’aria.

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