Il Senato dice sì ai diritti. Renzi: “Ha vinto l’amore”

Unioni civili
Abbracci a Monica Cirinna' nell'aula del Senato dopo la votazione di fiducia sul ddl in materia di unioni civili. Roma, 25 febbraio 2016, ANSA/GIUSEPPE LAMI

Approvato il maxiemendamento del governo con 173 favorevoli e 71 contrari. M5S non partecipa al voto

Il Senato ha approvato il maxiemendamento su cui il governo ha posto la fiducia, con 173 voti a favore e 71 contrariDopo una lunga giornata di trattative che si è conclusa ieri sera finalmente con l’intesa tra Pd e Area popolare il testo proposto dal governo, interamente sostitutivo del testo del ddl Cirinnà, va ora alla Camera per il sì definitivo.

“La giornata di oggi resterà nella cronaca di questa legislatura. E nella storia del nostro Paese”, è il commento a caldo di Matteo Renzi. Il premier ricorda che, ponendo la fiducia, “abbiamo legato la permanenza in vita del governo a una battaglia per i diritti”. Un passaggio che “non era accaduto prima, non è stato facile adesso. Ma era giusto farlo“.

Renzi non trascura le critiche giunte su questa decisione: “Rispetto tutti e ciascuno, dal profondo del cuore – afferma – ma quel che conta è che stasera tanti cittadini italiani si sentiranno meno soli, più comunità. Ha vinto la speranza contro la paura. Ha vinto il coraggio contro la discriminazione. Ha vinto l’amore”. Quindi aggiunge: “Se come minaccia qualcuno, io andrò a casa perché ‘colpevole’ di aver ampliato i diritti senza aver fatto male a nessuno, lo farò a testa alta. Perché oggi l’Italia è un Paese più forte. Perché oggi siamo tutti più forti”.

Oltre alla maggioranza, i sì sono arrivati da Ala, Idv, da Riccardo Villari (Gal) e dai senatori a vita Giorgio Napolitano e Mario Monti. Contro si sono espressi i gruppi del centrodestra e Sel. Il M5S non ha partecipato al voto.

 

A uscire dall’aula sono stati anche alcuni esponenti della maggioranza, contrari al testo approvato, come i dem Luigi Manconi e Felice Casson e – su posizioni opposte – gli ncd Di Biagio, Formigoni, Mariniello e Sacconi.

La novità politica principale è rappresentata dal voto di fiducia concesso per la prima volta al governo dal gruppo capitanato da Denis Verdini. Un passaggio che provoca malumori nella minoranza dem e che viene stigmatizzato dalle opposizioni: sia Sel con Arturo Scotto che FI con Paolo Romani chiedono che Matteo Renzi formalizzi questo passaggio salendo al Quirinale per riferirne al capo dello Stato. Ma Luigi Zanda frena: “Non ce n’è alcun bisogno, i voti di Ala sono stati aggiuntivi e non determinanti“. E il ministro Andrea Orlando ricorda che ieri lo stesso gruppo non ha votato la fiducia sul Milleproroghe, testimoniando che il passaggio di oggi “non certifica” l’ingresso dei verdiniani in maggioranza.

 

Cosa prevede il testo approvato (qui il pdf completo)

Il maxiemendamento riporta sostanzialmente il testo del ddl Cirinnà da cui è stata tolta la parte riguardante la stepchild adoption e l’obbligo di fedeltà tra i partner. Per evitare qualsiasi equiparazione delle unioni civili al matrimonio – cosa che potrebbe creare problemi di incostituzionalità – inoltre, sono stati eliminati tutti i riferimenti agli articoli del codice civile che regolamentano il matrimonio, come previsto già negli emendamenti presentati dal senatore dem Beppe Lumia.

A rimanere sono il mantenimento, la possibilità di assumere il cognome del partner e aggiungerlo al proprio, oltre ai diritti successori e la possibilità di una separazione più snella rispetto al divorzio per una coppia sposata. Resta, soprattutto, la libertà di azione della magistratura ordinaria in tema di stepchild adoption. È stato questo, nei giorni scorsi, il vero nodo nelle trattative tra il Pd e i centristi, i quali sul tema cercavano di tirare il più possibile la corda minacciando di far saltare l’intesa.

Ancora oggi, Angelino Alfano – nel tentativo di rivendicare per il proprio partito un successo che in realtà appare molto discutibile – ha alzato i toni, parlando dell’eventuale concessione della stepchild adoption come “una rivoluzione contro natura e antropologica”. Un’affermazione fortemente contestata dal Pd, compreso il capogruppo Luigi Zanda durante il suo intervento in aula al Senato, e che va contestualizzata nel tentativo di compensare a parole le accuse furenti di tradimento che gli rovesciano addosso i sostenitori del Family day.

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