Massimo D’Antona: il valore rivoluzionario del riformismo

IeriOggi
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Questi sono estratti del ricordo di Massimo D’Antona svolto ieri da Walter Veltroni in occasione dell’intitolazione di una sala di palazzo Vidoni, sede della Funzione pubblica, al giurista ucciso nel maggio del ‘99 dalle Brigate Rosse

“Non esiste separazione definitiva – ha scritto una volta Isabel Allende – finché esiste il ricordo”. Ecco. Io credo che sia proprio qui il senso profondo del nostro trovarci insieme, oggi. La decisione del ministro Marianna Madia – alla presenza del ministro Poletti e degli ex ministri Bassanini, Sacconi, D ell’Aringa – di dedicare questa sala a Massimo D’Antona significa aggiungere un altro mattone, un mattone prezioso, a quella speciale costruzione della mente e dell’anima che è il ricordo, che è la memoria di ciò che è stato e che ha rappresentato Massimo. (…) La ragione della sua morte è nel suo essere un giurista.

È nel mestiere che faceva. È nel modo in cui aveva liberamente e consapevolmente scelto di interpretarlo, questo mestiere. Non in senso puramente accademico. E nemmeno dedicandosi alla libera professione. Ma impegnandosi, da riformista, nelle is tituzioni. Come Ezio Tarantelli prima di lui. Come Marco Biagi dopo di lui. Proprio Biagi ne aveva fatto un ritratto che dice molto, descrivendo – sono parole di un suo articolo – “la straordinaria capacità di Massimo D’Antona di porre doti non comuni di ricercatore al servizio dello Stato. Non rinunciava mai a segnalare gli aspetti anche più sgradevoli, sapendo però suggerire sempre soluzioni concrete. Affrontava tutto con un senso dello Stato davvero innato: non la semplice mediazione, ma la ricerca dell’intere ss e pubblico. Forse anche per questo l’hanno ucciso… “.

Sì, per questo sono stati uccisi riformisti come Tarantelli, come D’Antona, come Biagi. “Eroi borghesi”, se volete. Come Giorgio Ambrosoli. O come Carlo Casalegno, Vittorio Bachelet e Roberto Ruffilli. Come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E volendo, l’elenco potrebbe essere davvero molto più lungo, purtroppo. Uomini onesti, competenti, coraggiosi. Determinati a cambiare concretamente le cose per rispondere alle esigenze e alle aspettative dei più deboli, per far funzionare al meglio le nostre istituzioni, per affermare il valore della legalità.

Sono sempre stati loro, i bersagli di chi ha costantemente cercato, al contrario, di conservare l’esistente, di mantenere lo status quo. Massimo D’Antona credeva invece nel cambiamento. Credeva nella possibilità di introdurre nella società italiana elementi di novità, di maggiore equità, di efficienza e razionalità. Credeva nella dignità del lavoro e dei lavoratori, nelle prospettive delle giovani generazioni e nei loro diritti, che tanto avevano a che fare con la loro vita, con le loro speranze, con il loro futuro. (…) Insomma, la convinzione di Massimo D’Antona era che si dovessero cercare le strade non per impedire o frenare il cambiamento, ma per g overnarlo.

Vorrei tornare , in conclusione, alle tre parole con le quali Massimo aveva definito il valore del lavoro dell’uomo: “identità”,“reddito”,“sicurezza”. (…) L’uomo moderno, stretto tra la crisi e una rivoluzione tecnologica che riduce lavoro invece di crearlo, sente che il suo cammino si è fatto precario. Precario come lo è la sua sicurezza di mantenere l’impiego, precario come il futuro di figli che, ne è ormai certo, vivranno peggio di lui, precario come lo sono le prestazioni sociali di uno Stato che esige e non accompagna.

E così reddito e sicurezza, due delle parole di Massimo, si trasformano in ansia, paura, sensazione di precarietà. E la sua terza parola, “identità”, diventa non la serena consapevolezza di un ruolo sociale in permanente, positivo, movimento ma il tentativo di definirsi in contrapposizione all’altro, l’altro visto sempre come un pericolo, come un concorrente, come qualcosa che ci spinge a farci locali, non globali, chiusi non aperti.

Qualcuno che ci farà vivere peggio di ieri. Che nel paese regno dell’inclusione e delle nuove frontiere si facciano strada i valori opposti può meravigliare solo i distratti, chi non vede che da anni è in corso un processo di radicale e gigantesco mutamento del modo di produrre, di distribuire la ricchezza, di sentirsi parte di un tessuto sociale. Cambia la composizione demografica, il modo di comunicare, di sapere, di vivere e persino di amare.

Cambia il rapporto con il tempo, con la dimensione del progetto in ogni angolo della vita. Tutto, subito. Come si fa a non vedere che in ogni parte dell’Occidente è in corso da un decennio una crisi della democrazia, della sua autorevolezza e legittimità, delle sue istituzioni e dei suoi partiti? Si fa strada il bisogno di trovare costantemente dottori diversi, non importa più se laureati o esperti, per curare una malattia che si sente come minacciosa per la propria vita.

Conta distruggere ciò che esiste e che si considera a torto o a ragione responsabile di questo dolore collettivo piuttosto che affidarsi a chi credibilmente possa risolverlo. E per farlo bisogna alimentare l’odio come cemento di questa effimera e casuale identità momentanea. Sono tornate ideologie fatte di nulla e passioni semplicemente tristi. Sono tempi difficili per i riformisti, gli unici rivoluzionari che siano mai esistiti, tempi difficili per chi vive felicemente attraversato dal dubbio, per chi cerca di capire gli altri per essere più sicuro delle proprie idee, per chi non grida ma ragiona, per chi immagina comunità aperte e non società blindate.

Per quel cambiamento, quello radicale perché possibile, Massimo D’Antona “tesseva”, come abbiamo detto. O come anche è stato osservato, cercava di “costruire ponti”. In entrambi i casi, spesso dovette avvertire tutta «la solitudine del riformista», per citare Federico Caffè. Eppure andava avanti.

Perché era il mestiere che aveva scelto e che amava. Perché era ciò in cui credeva A noi, a tutti voi, oggi, spetta il compito non solo di ricordare il suo impegno, ma anche di continuare a far camminare le idee per le quali ha speso, con passione, la sua vita. La vita di un uomo onesto e coraggioso, che aveva messo tutto se stesso, la sua intelligenza, le sue energie, al servizio del suo Paese.

 

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