Marò, tutte le tappe di una storia lunga quattro anni

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I fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone  a New Delhi  6  febbraio 2014.
 ANSA

Dall’arresto al rientro: la storia che vede coinvolti i due fucilieri della Marina, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone

Salvatore Girone è tornato in Italia. Ma come siamo arrivati fino a questo punto? Ripercorriamo le tappe del caso che ha tenuto sospesa l’Italia per 4 anni.

 

L’uccisione di due pescatori indiani

Il 15 febbraio 2012, due pescatori indiani, Valentine Jalstine e Ajesh Binki, vengono uccisi da colpi di arma da fuoco a bordo della loro barca al largo delle coste del Kerala. Per la loro morte, quattro giorni dopo, vengono fermati due fucilieri italiani, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone,  in servizio anti-pirateria sulla petroliera Enrica Lexie. Per molto tempo la situazione resterà bloccata fra Italia e India su chi detiene la giurisdizione sul caso mentre l’opinione pubblica indiana non ha dubbi: gli italiani sono i veri colpevoli. I due fucilieri sono rinchiusi nel carcere indiano di Trivandrum, capitale dello Stato federale del Kerala.

Nel maggio 2012, la petroliera Enrica Lexie ottiene i  permessi per lasciare l’India e fa rotta sullo Sri Lanka. Intanto continuano i viaggi diplomatici del sottosegretario agli Esteri, Staffan De Mistura, che si dice ottimista per il rilascio dei due italiani.  Dopo aver passato quasi tre mesi in carcere, i fucilieri della Marina vengono trasferiti in una struttura a Kochi e viene loro concessa la libertà su cauzione, con il divieto di lasciare la città.

A dicembre 2012, viene accolta la richiesta di un permesso speciale per trascorrere in Italia le festività natalizie con l’obbligo di tornare in India. Il 22 dicembre atterrano a Roma, per ripartire alla volta di Kochi il 3 gennaio. Al rientro la Corte Suprema indiana stabilisce che il governo del Kerala non ha giurisdizione sul caso e dispone che il processo venga affidato a un tribunale speciale da costituire a New Delhi.

 

Il tribunale speciale e il contenzioso sul rientro in Italia

Soltanto nel marzo 2013 il governo indiano avvia a New Delhi le procedure per la costituzione del tribunale speciale. Intanto ai due viene concesso un permesso per tornare in Italia e votare alle elezioni, ma il rientro è previsto tassativamente per il 23 marzo.

Pochi giorni prima, l’11 marzo, l’Italia annuncia che Latorre e Girone non rientreranno in India come previsto adducendo come motivazione che New Delhi ha violato il diritto internazionale. Roma si dice però disponibile a giungere ad un accordo per una soluzione della controversia, anche attraverso un arbitrato internazionale o una risoluzione giudiziaria.  La reazione indiana non si fa attendere: viene convocato l’ambasciatore italiano, Daniele Mancini, mentre si dimette in India l’avvocato difensore dei marò, Haris Salve. La Corte Suprema indiana ordina all’ambasciatore Mancini di “non lasciare l’India”. Interviene Napolitano, che auspica una soluzione “amichevole basata sul diritto internazionale” ma tre giorni dopo la Corte Suprema decide di non riconoscere più l’immunità diplomatica di Mancini. L’Italia reagisce accusando l’India di “evidente violazione della Convenzione di Vienna”.

Il 21 marzo 2013, Palazzo Chigi annuncia che i due marò torneranno in India, precisando che in cambio è stata ottenuta da Delhi assicurazione scritta sul trattamento sulla tutela dei diritti dei due militari, nello specifico non verranno puniti con la pena di morte.

 

Il processo in India e le ripercussioni in Italia

Il 25 marzo 2013 viene costituito a New Delhi il tribunale speciale che giudicherà i due militari, che ha potere di imporre pene solo fino a 7 anni di carcere e cominciano le indagini. Il giorno dopo il ministro degli Esteri Terzi annuncia in Parlamento le sue dimissioni, perché “in disaccordo con la decisione di rimandare i due marò in India”.

Un anno dopo, una nuova svolta.  La Corte Suprema indiana accoglie il ricorso presentato dai due fucilieri italiano contro l’utilizzo della Nia, la polizia antiterrorismo. I giudici hanno sospeso il processo a carico dei marò presso il tribunale speciale.  La strategia dell’Italia è quella di internazionalizzare il caso e chiedere un arbitrato sulla giurisdizione, invocando anche l’immunità funzionale di cui godevano i due militari.

Nell’agosto del 2014 Massimiliano Latorre viene colpito da una leggera ischemia cerebrale. Viene ricoverato  a New Delhi e ottiene un permesso di 4 mesi per essere curato in Italia, dove viene operato per un’anomalia cardiaca. Dal governo indiano arriveranno poi una serie di proroghe. L’ultima scadrà nel settembre 2016. Girone rimane invece in India.

 

L’intervento dell’Europa e l’arbitrato internazionale

Nel 2015 interviene sulla faccenda anche il Parlamento europeo che approva una risoluzione nella quale si chiede il rimpatrio dei due fucilieri e l’auspicio che il giudizio per risolvere il contenzioso sia affidato alla giurisdizione italiana o tramite arbitrato internazionale. L’Italia opta per questa seconda soluzione, chiedendo anche misure che consentano la permanenza di Latorre in Italia e il rientro in patria di Girone durante l’iter della procedura arbitrale.

La decisione passa quindi al Tribunale arbitrale de l’Aja a cui appartiene la sentenza nel merito. Il 29 aprile scorso il Tribunale autorizza il rientro in Italia del fuciliere della Marina Girone, fino alla conclusione del procedimento arbitrale. La Corte Suprema indiana ha dato urgente attuazione a quanto stabilito dal Tribunale arbitrale.

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