Mantova, un cantiere aperto alla bellezza

Cultura
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Siamo andati a vedere cosa bolle in pentola tra i creativi della capitale della cultura: Palazzo Te, Galleria Corraini e Festivaletteratura

Troppo facile dire “bella”, quando si parla di Mantova i luoghi comuni spuntano a fiotti e ci si casca a scivoloni: da “la città è sempre stata isolata per questo è rimasta meravigliosa” a Mantova la città della zucca (vedi tortelli), della sbrisolona (vedi dolce) o dello stracotto d’asino. Certo è che Mantova non è facile da raggiungere – cinque ore di treno da Roma, tre ore da Milano – e quando si è arrivati non sappiamo se siamo in Emilia Romagna, Veneto o Lombardia. D’altra parte, la nostra esperienza, ci ha mostrato una città sfuggente per i visitatori senza piantina: i mantovani non sanno rispondere alle classiche domande dei turisti che cercano Palazzo Te o Palazzo Ducale. Per carità, sono molto gentili, ma ti mandano spesso dalla parte sbagliata. Forse è un gioco tipo: confondi lo straniero, oppure un sortilegio antichissimo per la salvaguardia della città, che, ricordiamo, è stata dichiarata nel 2008 Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco e va trattata come si deve a una vecchia signora. Va ricordato che ha dato i natali a Virgilio, all’opera lirica, alla maschera di Arlecchino e a Tazio Nuvolari, accolto Romeo nel suo esilio e qui comprò il veleno con cui si uccise. La magia c’è per davvero a Mantova (anche questo è un luogo comune? pazienza) e si chiama Corraini, FestivalLetterature e soprattutto Mantegna, il primo artista che ha usato la prospettiva in verticale per dipingere La Camera degli sposi che una volta finita, nel 1474, fu definita: “La stanza più bella del mondo”. «Tutto è rivelato e tutto è nascosto dalla pittura» ha scritto John Berger in un celestiale librino (Edizioni Corraini), omaggio sentimentale alla stanza del Mantegna: «L’intera stanza è dipinta. Siamo dentro un dipinto. Dipinte sono le altre due pareti, coperte di drappi dorati. E dipinte sono le tende che incorniciano e separano quelle scene, e i pilastri e le modanature sulle pareti. Tutto è dipinto. Tutto è rappresentazione. Sappiamo che si tratta di tende dipinte. Sappiamo che si tratta di figure dipinte, cielo dipinto, colline dipinte. Tutto è superficie. Potremmo tirare la tenda dipinta e nascondere il paesaggio dipinto. Potremmo aprire la tenda dipinta e, il mattino dopo, vedere il paesaggio dipinto».

1. Salvare la memoria

Ne ha da raccontare Mantova, e ora che è stata scelta capitale della cultura italiana, ha sfoderato le sue bellezze e la sua creatività. Il via alle danze è partito all’inizio di aprile e da allora la città si è riempita di turisti. Gongola Mattia Palazzi, il sindaco (Pd). Non siete partiti un po’ tardi? «Era già stato stabilito che saremmo partiti in primavera – replica Palazzi -. E poi siamo stati scelti fra le dieci finaliste soltanto a ottobre. In pochi mesi abbiamo organizzato un programma che le prossime Capitali della cultura metteranno a punto in un anno. L’importante, ora, è che una piccola comunità di 50mila abitanti, in questo anno sarà in grado di parlare all’Italia e anche al mondo». Seduti da Caravatti con un caffè ci accorgiamo che il mondo è già tutto là, in città si parlano tutte le lingue. I turisti sono tanti anche se c’è ancora molto da fare. Mantova è un cantiere a cielo aperto: tre le gru nel centro cittadino, Palazzo della Ragione è puntellato, di Palazzo Podestà si vedono solo le impalcature. Sono i lasciti del terremoto del 2012, un terremoto di serie B, dicono i mantovani, l’attenzione del Paese è stata tutta per l’Emilia Romagna. Ma i danni ci sono stati anche qui, pensiamo ad esempio al campanile della basilica palatina di Santa Barbara, la chiesa della reggia dei Gonzaga. E non a caso la rinascita di Santa Barbara è stato l’evento che ha inaugurato la Capitale della cultura: la mostra “Salvare la memoria”, dedicata al patrimonio mantovano distrutto dai terremoti, dalle alluvioni, dalle guerre, che il Museo archeologico – famoso per i resti neolitici degli “Amanti di Valdaro”- ospiterà fino al 5 giugno. Si discute, in città, sulla performance dell’artista mantovano Stefano Arienti – inaugurata il 23 aprile – che per Palazzo Te ha immaginato “Quadri da un’esposizione. Stefano Arienti interpreta l’arte a Mantova nel Novecento”. C’è chi l’ha stroncata, altri l’hanno considerata ingenua, chi interessante e chi l’ha sostenuta fortemente. L’installazione riporta in mostra 300 opere di artisti locali o attivi a Mantova, finora conservate nei depositi del Museo Civico con un allestimento firmato da Arienti che esasperando la collocazione delle opere la trasforma nell’opera. «I quadri appesi alle pareti – ci spiega l’artista – diventano tessere di un gioco che prolifera sui muri in forme che crescono e mutano, costruendo una sorta di pittura murale fatta di quadri e cornici».

2. La signora Corraini

Oppure un murale o una partitura musicale?, chiedo. «Sì – risponde Arienti – un unico racconto murale e anche un movimento, come una danza e la sua musica». All’apertura della mostra a Palazzo Te non si vedono i ragazzi, è l’ora dell’aperitivo. Ed è molto probabile che l’installazione d’artista non piaccia ai più giovani. È normale, soprattutto in provincia. Persino nella prospera Mantova i giovani non hanno sbocchi, non sanno cosa fare. Ne parliamo con Stefano Baia Curioni, manager culturale docente alla Bocconi, ora direttore di Palazzo Te, alla fine dell’inaugurazione.«Chi ha voglia di fare fugge, persino dall’università. E la città rischia di diventare un reperto – commenta -. Lo straordinario patrimonio che Mantova possiede non può ridursi a una icona, deve dialogare con l’uomo contemporaneo». Cerchiamo, allora l’uomo contemporaneo! E’ una donna, Marzia Corraini, meravigliosa creatura, che per vent’anni ha collaborato con Bruno Munari e ha convissuto con l’arte contemporanea, il design, l’illustrazione e l’editoria. Nel ‘73 ha fondato con il marito Maurizio l’omonima galleria e più tardi la casa editrice Corraini, una cosmopolita nel cuore di Mantova. «Sapevamo dall’inizio che la nostra casa editrice parlava a un lettore di nicchia, infatti ci percepiscono più le persone strane. E così i lettori li abbiamo cercati all’estero», ci dice.

3. Eccellenze editoriali

Al di là dei numeri, Corraini è una delle eccellenze della nostra editoria, non solo casa editrice, ma anche officina di ricerca e sperimentazione aperta ad artisti, illustratori, designers, in pratica un laboratorio aperto alla creatività. Entriamo. Tutto è avvolto dall’arte, dai disegni di Giosetta Fioroni appesi ai muri dell’ingresso agli affreschi sulle pareti della redazione. Giovani quasi tutte le persone che lavorano qui. E giovani gli artisti che cercano qui uno spazio per lavorare. Nella stanza spoglia, dove stiamo parlando con Marzia ci accorgiamo che qualcuno ha allestito una piccola mostra. Deve essere il ragazzo giapponese che ha vissuto questa settimana in redazione e ha lasciato lì le sue opere prima di andare via. «Succede spesso che gli artisti usino questo spazio per lavorare, ai ragazzi piace, ne vengono tanti. Abbiamo un parco artisti notevole, italiani e stranieri», racconta Marzia. Lo credo, questo è un luogo incredibile. «Sono fortunata, vivo nel mondo dell’arte, faccio l’editore da tanti anni. Frequento per lavoro e per piacere mostre d’arte, fiere, incontri un po’ in tutto il mondo e di “idee” in giro ne incontri tante e tante belle e interessanti. Nel mio lavoro è importante saper vedere, magari vedere prima, mescolare e rimettere insieme. Come sempre, nulla nasce dal nulla e come diceva in un famoso titolo – non mio ahimè, ma di Laterza – Bruno Munari: “Da cosa nasce cosa”. Lui ha saputo anche “far vedere l’aria”. Con lui ho lavorato per anni, ho tanto imparato e sono felice di avere nel catalogo Corraini i suoi straordinari libri. Ecco, lui sarebbe stato l’ospite perfetto per Festivaletteratura, ma spero che un po’ di ciò che mi ha insegnato in fondo sia dentro a questo Festival». Marzia è uno degli otto fondatori del Festivaletteratura, ma un’amica di Mantova dice in segreto che è stata Marzia ad avere l’idea. Quest’anno, la mamma di tutti i festival letterari celebrerà i vent’anni di vita.

4. Sogni e sculture

Mantova 2016 punta molto sull’arte contemporanea, per dare un’altra immagine di sé, non solo tesoro rinascimentale. Ecco allora che sono previste almeno nove tra mostre, performance e installazioni, curate da grandi nomi dell’arte italiana. Due a Palazzo Ducale, dove si inaugura il nuovo spazio dedicato all’arte contemporanea; da giugno a novembre si declinerà il progetto in cinque stazioni di Cristiana Collu, direttore della Gnam di Roma,“Un sogno fatto a Mantova” dove una delle stazioni sarà affidata allo scultore giapponese Hidetoshi Nagasawa, che creerà una scultura di grandi dimensioni. Abbiamo chiesto al coreografo e ballerino Virgilio Sieni, che sarà in luglio a Mantova con un progetto che coinvolgerà un centinaio di mantovani, cos’è il contemporaneo nella danza. «È’ qualche spazio rimasto e non ancora occupato – ci dice parafrasando il filosofo Agamben –. Il contemporaneo non è chi vede le luci del suo tempo, ma chi riesce a percepirne l’oscurità. Anche nella danza è necessario lavorare con la propria ombra per trovare ognuno il proprio movimento e di conseguenza ritrovare il proprio sé: chi sono». È ora di cena, ringraziamo Mantova. Perché non è una città per Vegani.

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