Manca una sponda politica che raccolga il grido di Bergoglio dopo Rouen

Papa Francesco
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Il martirio di padre Hamel ha scosso la Chiesa

L’agguato mortale contro l’anziano sacerdote Jacques Hamel, 86 anni, nella parrocchia di Saint Etienne de Rouvray, vicino Rouen, ha lasciato il segno, ha scosso la Chiesa di Roma, ha scritto una pagina di martirio.

Dal Vaticano, ma anche da molti vescovi, missionari, conferenze episcopali, è arrivato forte il richiamo a non lasciarsi trascinare nella spirale della vendetta, della divisione, dello scontro di civiltà. Perché Oltretevere hanno ben inteso fin dal principio la gravità di quanto era avvenuto: la forza sconvolgente di quella ferita inferta all’interno di una chiesa per porre una pietra tombale su quelle parole di dialogo e convivenza possibile che papa Francesco, e con lui gli ultimi pontefici, hanno speso in questi anni in cui, più di una volta, il mondo si è trovato sull’orlo del precipizio di un conflitto generalizzato e incontrollabile.

L’assassinio di padre Hamel, fra l’altro, è capitato – non si sa più quanto per caso – a ridosso del viaggio del papa a Cracovia per la Giornata mondiale della gioventù, il che aggiungeva timori e inquietudini per la sicurezza del pontefice e di tutti i sacerdoti, religiosi e le religiose sparsi per il mondo, potenziali vittime di attentati criminali rivendicati da una sigla – l’Isis – che ormai è sinonimo di terrorismo internazionale.

Ma Francesco, sul volo che lo portava verso la Polonia, ha fatto qualcosa di più, ha affrontato il nodo principale del problema che del resto lui stesso – e per primo – aveva sollevato coniando l’espressione di “terza guerra mondiale combattuta a pezzi”. Di fatto, diceva il pontefice, la strage è già iniziata sia pure in forme e con metodi nuovi rispetto a quelli che abbiamo conosciuto in passato, ma siamo già con un piede nell’abisso. “C’è guerra di interessi,- ha scandito Bergoglio – c’è guerra per i soldi, c’è guerra per le risorse della natura, c’è guerra per il dominio dei popoli: questa è la guerra. Qualcuno può pensare: ‘Sta parlando di guerra di religione': no. Tutte le religioni, vogliamo la pace. La guerra, la vogliono gli altri. Capito?”. Quindi ha aggiunto: “Una parola che si ripete tanto è ‘insicurezza’. Ma la vera parola è ‘guerra’. Da tempo diciamo: ‘Il mondo è in guerra a pezzi’. Questa è guerra. C’era quella del ’14, con i suoi metodi, poi quella del ’39 – ’45, un’altra grande guerra nel mondo, e adesso c’è questa”. “Non è tanto organica, forse, organizzata sì, non organica, dico, ma è guerra. Questo santo sacerdote che è morto proprio nel momento in cui offriva le preghiera per tutta al Chiesa, è ‘uno’, ma quanti cristiani, quanti innocenti, quanti bambini … Pensiamo alla Nigeria, per esempio: ‘Ma, quella è l’Africa!’. Quella è guerra! Non abbiamo paura di dire questa verità: il mondo è in guerra, perché ha perso la pace”.

Parole chiare, che hanno dato il senso della reazione vaticana: non si cada, strumentalmente o in buona fede, nella trappola della guerra di religione con l’Islam, non c’è una religione che dice di tagliare le gole, non c’è una fede che chieda ai suoi credenti di uccidere.

Fra l’altro, in questa occasione, più che in altre, la voce dei leader religiosi musulmani si è levata per condannare non solo l’attentato ma per porsi in contrasto e in conflitto con settori estremisti, nichilisti, distruttori (come in genere avviene per ogni forma di terrorismo) che ha trasformato definitivamente la religione in ideologia. In particolare è stata chiara la reazione di Al Azhar, il celebre centro teologico sunnita del Cairo, il cui grande imam, Ahmed al Tayeb ha incontrato rato di recente il papa: “Gli autori di questo attacco barbaro – ha detto al Tayeb – si sono spogliati dei valori dell’umanità e dei principi tolleranti dell’Islam che predica la pace e ordina di non uccidere gli innocenti”. “Anche noi siamo vittime e nemici dell’Isis” hanno detto molti capi musulmani in Europa e non solo, mentre si è aperta una discussione pure sulla natura dell’estremismo islamico. Il che fra l’altro importa per un punto: ovvero il possibile contributo che l’Islam europeo potrà dare a questa discussione.

Ma Francesco ha compiuto un passo in più, ha detto che le motivazioni delle guerre sono sempre dovute a ragioni di dominio, al controllo delle risorse, – tema quanto mai attuale – all’oppressione dei popoli; verità semplici, elementari, che hanno destato però la rabbia di molti sostenitori dello scontro di civiltà pronti non da oggi a una radicalizzazione ‘cristiana’ e occidentale del conflitto.

Ed è appunto per queste ragioni che il pontificato di Francesco costituisce una variabile fuori controllo rispetto agli attuali equilibri o squilibri organizzati, per dirla alla Bergoglio, del mondo: il suo magistero non rientra infatti negli schemi precostituiti di una contrapposizione fra nazioni e culture inevitabile quanto funzionale agli interessi di una geopolitica in movimento a livello globale. Francesco, nelle settimane scorse, ha chiesto a gran voce una soluzione politica e negoziata del conflitto siriano, per questo ha rivolto un forte appello alla comunità internazionale.

Manca però oggi una grande visione politica che faccia da sponda al messaggio di Bergoglio, una leadership internazionale in grado di raccogliere il messaggio profetico, di renderlo praticabile attraverso le strade della diplomazia e anche della realpolitik di cui in questo momento, soprattutto guardando al Medio Oriente, c’è un disperato bisogno.

Francesco ha colto prima di altri che una globalizzazione dei mercati che non si accompagnasse a una globalizzazione umanistica, dei diritti umani, dei diritti di cittadinanza, di un minimo di giustizia sociale, avrebbe avuto conseguenze nefaste. Considerazioni, queste, che non cancellano la necessità di aprire un dialogo forte con il mondo islamico, con quella sua parte ampia e maggioritaria, che oggi ha un disperato bisogno di interlocutori per confrontarsi fino in fondo con i temi della modernità.

L’agenda insomma sarebbe ricca, e il sacrificio di padre Hamel si inserisce in questo discorso; lui stesso era uomo di dialogo e confronto con i rappresentanti dell’islam della Normandia, così sono di particolare importanza le parole di amicizia nei suoi confronti pronunciate da Mohammed Karabilia, guida spirituale della mosche di Saint-Etienne, il quale dopo aver espresso il proprio sconcerto, ha parlato di padre Jacques come di un vecchio amico con il quale parlavamo “del saper vivere insieme”.

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