Mali, dal golpe del 2012 all’accordo di pace

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La crisi nel Mali è scoppiata nel gennaio del 2012 con la ribellione dei Tuareg nel nord del Paese

La crisi interna in Mali, un tempo considerato un modello di democrazia in Africa, è scoppiata nel gennaio del 2012 con la ribellione dei Tuareg nel nord del Paese ed è sfociata nel marzo di quell’anno nella destituzione da parte dei militari del presidente Amadou Toumani Tourè.

Così si era aperta la strada alla conquista del nord da parte di ribelli separatisti e islamisti. Tre anni fa tutto il nord era stato occupato dai jihadisti un tempo alleati dei ribelli Tuareg del Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (Mnla). A gennaio 2013 la Francia avviava un intervento militare (Operation Serval) per allontanare gli insorti dal nord, dalle città di Timbuctu, Kidal e Gao. Poi, dopo le operazioni dei soldati francesi e africani, il primo luglio 2013 era partita la missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite (Minusma), che ha contribuito alla sicurezza del voto del luglio di due anni fa, le prime elezioni presidenziali dopo 18 mesi di crisi politica e guerra.

Dal voto è uscito vincitore Ibrahim Boubacar Keita, che oggi dovrebbe rientrare in patria dal Ciad, dove era arrivato ieri per il G5 del Sahel. Risale invece solo alla scorsa estate la firma dell’accordo di pace in Mali, sottoscritto il 20 giugno anche dall’ultimo gruppo di separatisti Tuareg (Coordinamento dei Movimenti per Azawad, Cma) che ne era rimasto fuori dopo l’adesione – il 15 maggio – di diversi movimenti ribelli arabi e tuareg a una road map di due anni, sostenuta dall’Onu e definita con la mediazione dell’Algeria. La road map concede maggiori poteri ai leader regionali nel nord del Paese e prevede la promozione dello sviluppo economico nell’area.

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