Perché ora Syriza può diventare a vocazione maggioritaria

Grecia
epa04797826 Greek Premier Alexis Tsipras (L) and Greek Finance Minister Yanis Varoufakis (R) take a walk in a park in central Athens, Greece, 13 June 2015. Greece will submit a new proposal which includes fiscal measures in its meeting with the representatives of the institutions, formerly referred to as the Troika and consisting of the European Commission, the European Central Bank (ECB) and the International Monetary Fund (IMF), on 13 June in Brussels.  EPA/ORESTIS PANAGIOTOU

La linea pragmatica di Tsipras potrebbe portargli consensi al centro. Varoufakis resta nel partito, una scelta che indebolisce gli scissionisti

Da Syriza vanno via i duri e puri – è nata Unità popolare – ma non il controverso alfiere della lotta contro l’austerity alla tedesca, l’ex ministro dell’economia Yanis Varoufakis e neppure la presidente del parlamento Zoe Konstantopoulou, altra portabandiera della linea intransigente. Nel momento della verità, le elezioni, hanno scelto di restare con Alexis Tsipras.

La scissione, con questo fatto, perde molto della sua forza evocativa. Vedremo se anche sul piano dei voti.

La scelta del ministro “ribelle”, sostituito nella fase cruciale della trattativa con Bruxelles andata a buon fin anche grazie all’uscita di scena dell’eccentrico ministro, è una spia importante delle buone possibilità di vittoria dell’attuale primo ministro. Varoufakis, che tutto sembra tranne che uno sprovveduto, probabilmente intuisce che il futuro politico della Grecia è tutto nelle mani della “nuova Syriza” e che pertanto vale la pena restarci, ritagliandosi il ruolo di capo dell’ala sinistra del partito che verosimilmente guiderà ancora il paese ellenico.

La scena politica greca, all’inizio di una campagna elettorale storica, appare infatti largamente dominata da Tsipras. Lui lo sa bene, e con le elezioni punta in sostanza ad avere pieni poteri e un consenso chiaro per marginalizzare le estreme, i duri e puri scissionisti di sinistra e la pattuglia di Alba dorata che secondo molti osservatori potrebbe stavolta subire una battuta d’arresto. Le formazioni centriste e riformiste – To Potami, Pasok – dinanzi alla correzione in senso riformista di Tsipras dovrebbero avere meno spazio. La destra storica non appare in grado di esprimere una leadership e una politica alternativa a quelle della “nuova Syriza”.

Già, una “nuova Syriza”: sia perché depurata da più estremisti sia soprattutto perché dominata da uno Tsipras che, partito da una piattaforma aggressiva e poco compatibile con i vincoli di un’economia con le ruote sgonfie e inevitabilmente dipendente dai rapporti con l’Europa, è giunto in un solo anno a una politica più realista e pragmatica. Non è pensabile che affronterà le urne, Alexis, col piglio rivoluzionario anti-Europa tenuto fino all’inutile referendum di luglio ma è chiaro che chiederà i voti per fare le riforme e risanare così il suo Paese. Altrimenti non si capisce perché ha preteso le elezioni se non per misurare il consenso su questa nuova linea.

Ed è proprio grazie a questo realismo che la “nuova Syriza”  può presentarsi come il partito che unisce la Grecia senza rinnegare – anzi – l’impostazione progressista, radicalmente progressista. Le urne diranno se ad Atene sarà nato un partito che tendenzialmente esce dai vecchi confini diventando quello che da noi si è chiamato a vocazione maggioritaria. Le premesse sembrano esserci.

 

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