Ma quale diversità: per i grillini metodi da Prima Repubblica

M5S
ANSA/ANGELO CARCONI

In due mesi in Campidoglio il Movimento ha rinnegato gran parte delle promesse di diversità: il Cencelli per la giunta e il candidato unico in Ama

L’estate breve del movimento romano, fra scandali polemiche guerre intestine, ha già il sapore di un autunno anticipato. In meno di due mesi la rivoluzione a cinque stelle che doveva rivoltare come un calzino la Capitale si è già avvitata su se stessa finendo per replicare, in scala, tutti i vizi e le storture del potere che prometteva di voler combattere in campagna elettorale.

Se per conquistare i voti dei romani era bastato puntare il dito contro le nefandezze dei partiti, governare è faccenda tremendamente più seria e Virginia Raggi lo ha scoperto in queste sette settimane al Campidoglio scontrandosi, innanzitutto, con le contraddizioni di un Movimento che di granitico non ha proprio nulla e che fra fazioni e correnti si è diviso in un campo di minato su cui la prima cittadina rischia costantemente di saltare. Per ora, a rimetterci, è stato il suo portavoce Augusto Rubei che dopo averla accompagnata in campagna elettorale è stato sacrificato sull’altare degli equilibri interni pretesi dallo staff della comunicazione dei gruppi parlamentari (e quindi dalla Casaleggio) che accanto al sindaco hanno preferito imporre un nome più gradito.

C’era una volta la discontinuità

Arrivata in Campidoglio promettendo di fare piazza pulita e tagliare i ponti con le amministrazioni precedenti che «hanno condannato la Capitale al disastro», Virginia Raggi ha finito per rimangiarsi gran parte dei propositi di rivoluzione volendo attorno a se, in ruoli chiave, uomini che alle passate amministrazioni sono stati invece legatissimi. Emblematico il caso di Raffaele Marra, uomo inizialmente indicato come vice-capo di gabinetto con potere di firma e poi dirottato ad altro ruolo dopo le polemiche con il Direttorio romano.

La Raggi lo ha difeso a spada tratta, si dice addirittura minacciando le dimissioni, e secondo i ben informati Marra fa ancora parte in pianta stabile del “Raggio magico”dei fedelissimi del sindaco. Chi è Marra? Classe ‘72, ex ufficiale della Guardia di Finanza fra i fedelissimi di Alemanno, col quale ha lavorato fin da quando l’ex sindaco era ministro dell’Agricoltura, poi all’Unire con Franco Panzironi, che ha seguito in Campidoglio come direttore delle Politiche abitative, per poi passare alla Rai con il presidente berlusconiano Mauro Masi e infine alla Regione Lazio dell’allora governatrice Renata Polverini. Dicono che il suo nome alla sindaca lo abbiano fatto ambienti vicini allo studio Sammarco in cui lei ha lavorato (incrociando sulla sua strada e collaborando con uomini vicinissimi a Panzironi, sotto processo per Mafia Capitale), di certo non è proprio il nuovo che avanza.

Come senza dubbio non lo è neanche l’assessora all’ambiente Paola Muraro, che dopo la nomina ha attaccato a testa bassa i vertici di Ama “dimenticando”il piccolo dettaglio di una consulenza milionaria durata dodici anni e diventata ancora più “p e sante” economicamente proprio quando Panzironi, ancora lui, era al vertice della municipalizzata dei rifiuti. E proprio sui rifiuti, con la scelta di rimettere al centro della scena “il supremo” Manlio Cerroni e i suoi impianti, la discontinuità col passato tanto predicata si è infranta sugli scogli della realpolitik con cui sindaco e Movimento hanno presto dovuto fare i conti.

Addio trasparenza

Streaming, riunioni in diretta internet, curriculum vitae disponibili e consultabili da tutti. Le promesse elettorali sono finite nel dimenticatoio non appena Virginia Raggi ha varcato la soglia del Campidoglio. Al loro posto il M5S ha scoperto le pratiche meno virtuose della politica: le riunioni segrete con il Direttorio per “processare” la sindaca, gli incontri segreti con Cerroni per mettere a punto la strategia di gestione dei rifiuti in piena emergenza e poi il “manuale Cencelli” a 5 stelle che ha bloccato per settimane le nomine di giunta poi accuratamente spartite fra correnti interne e gruppi di influenza nazionali e romani. Fare opposizione è facile, è quando è arrivato il momento di governare, gestire il potere, fare nomine e trasformare in “peso”sul territorio la propria forza elettorale che il Movimento ha dimostrato di non essere diverso da qualsiasi altro partito. Con le proprie faide, i propri capibastone e le guerre intestine combattute nell’oscurità.

Emblematico lo scontro fra le due “zarine” romane Roberta Lombardi e Paola Taverna, con la prima che ha lasciato il minidirettorio in polemica con le nomine di giunta del sindaco. Posto immediatamente assegnato al deputato Stefano Vignaroli, compagno della Taverna e grande sponsor della Muraro.

Meritocrazia e lotta agli sprechi

Uno dei cavalli di battaglia del Movimento, da sempre, è quello della selezione dei dirigenti in base a competenze e curriculum da sottoporre al controllo pubblico. Proposito clamorosamente smentito al momento della formazione della giunta, decisa nelle segrete stanze delle riunioni con il Direttorio nazionale, e soprattutto al momento della nomina del nuovo amministratore unico di Ama dopo le dimissioni di Daniele Fortini. Quello di Alessandro Solidoro, infatti, è stato l’unico nome presentato alla commissione Ambiente del Campidoglio. Nessuna alternativa, nessuna selezione pubblica. Detto del metodo, dubbi anche nel merito visto che Solidoro, fortemente voluto dall’assessore al Bilancio Marcello Minenna, è commercialista esperto di crisi aziendali senza alcuna esperienza nel settore rifiuti. Insomma, le deroghe ai principi del Movimento sembrano diventati la norma e sempre più imbarazzate le argomentazioni in difesa. Come nel caso dello stipendio del capo di gabinetto di Virginia Raggi Carla Romana Raineri: pagare un capo di gabinetto più di chiunque l’abbia mai preceduta in quell’incarico non è certo una certificazione di coerenza con quanto promesso in campagna elettorale quando si predicava la lotta agli sprechi che avevano spolpato la Capitale.

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