Ma non è che il M5S è diventato di destra?

M5S
Beppe Grillo (S) e Gianroberto Casaleggio (D) sul palco in piazza della Vittoria per il terzo V-Day, 01 dicembre 2013 a Genova.
ANSA/LUCA ZENNARO

Verificata l’impossibilità di “pescare” nell’elettorato Pd, i grillini si starebbero naturaliter voltando dall’altra parte per consolidare i loro consensi. Ne abbiamo parlato con tre esperti: Roberto D’Alimonte, Elisabetta Gualmini e Massimiliano Panarari

Il sospetto è che il M5S cominci ad occhieggiare alla sua destra. Verificata l’impossibilità di “pescare” nell’elettorato Pd, i grillini si starebbero naturaliter voltando dall’altra parte per consolidare i loro consensi. Per molti osservatori, i recenti slalom sulle unioni civili (prima la “libertà di coscienza” proclamata da Grillo, poi il no al “canguro” che avrebbe facilitato l’approvazione del ddl Cirinnà) sarebbero la prova provata di questa “conversione”. Con tanti saluti alla originaria impostazione – sui generis – di sinistra.

Secondo Roberto D’Alimonte, politologo e direttore del dipartimento di Scienze Politiche della Luiss di Roma, è avvenuta una “trasformazione da movimento a vocazione progressista e liberal ad un partito di massa o meglio, ad un vero e proprio Partito della nazione. Questo – continua D’Alimonte – è il suo punto di forza ma anche di debolezza: come si fa ad accontentare tutto il proprio elettorato, così composito?”.

Non parla di cambiamento o di virata Elisabetta Gualmini. Secondo la politologa, docente di Scienza Politica all’Università di Bologna, la caratteristica costante e fondativa  più importante del Movimento è sempre stata “la sua estrema trasversalità. Il Movimento 5 Stelle è forse il partito più trasversale che ci sia in Europa. Del guardare un po’ a destra e un po’ a sinistra, o meglio oltre la destra e la sinistra, hanno sempre fatto la loro bandiera”.

“Ciò che sorprende – dice D’Alimonte – è che questa trasversalità era nota da tempo ai sondaggisti, ma forse non era ben chiara all’interno del Movimento che ha capito soltanto da poco l’importanza di un elettorato differenziato dal punto di vista numerico e si sono mossi di conseguenza”.

Infatti, anche se i gruppi parlamentari cinquestelle sembrano spesso avere posizioni più a sinistra, i vertici e alcuni elementi del direttorio sembrano aver mostrato una posizione molto più moderata soprattutto sui temi più divisivi come l’immigrazione e successivamente la stepchild adoption, le adozioni da parte delle coppie gay e ora la maternità surrogata.

“Che si tratti di ricerca farmaceutica o di utero in affitto, l’elettorato a cui il M5S si rivolge si pone questa visione del mondo e queste resistenze; sono nel loro patrimonio genetico politico”, spiega Massimiliano Panarari, saggista, docente universitario e consulente di comunicazione pubblica e politica. E’ un elemento, questo, che “ha a che fare con l’unica componente ideologica forte di questo partito post ideologico: Beppe Grillo tradizionalmente – spiega Panarari – ha mostrato una forte diffidenza nei confronti delle frontiere scientifiche e biotecnologiche (dai vaccini alla medicina tradizionale)” contrapponendo a queste “un’attenzione nei confronti della natura”.

Secondo Panarari, quello dei grillini è anche un partito che presenta una forte “dimensione rabdomante“, che cioè “va a fiuto, per usare un’espressione gergale. E a fiuto hanno percepito che il tema delle unioni civili è un tema controverso, è un tema che trova un pezzo della Chiesa cattolica fortemente contrario che non ha più sponde politiche. E verosimilmente hanno deciso anche di cercare di porsi come interlocutori di una parte delle gerarchie cattoliche oltre che di una parte degli elettori moderati, visto che ora in palio c’è anche Roma”.

Per il resto, prosegue Panarari, il M5S è in tutto e per tutto “un partito post ideologico con una fortissima adattabilità, dal punto di vista strategico, al mutamento delle circostanze. Mi sembra difficile parlare di una strategia centralizzata in questo partito-movimento soprattutto perché non esistono degli organigrammi istituzionalizzati; la strategia tende spesso a diventare una tattica molto collegata alla percezione degli umori dell’opinione pubblica”.

E un risultato di questa percezione degli umori è senza dubbio quello di porsi come partito che si opponga a Matteo Renzi: “Dal momento che la issue, il tema politico più forte è di nuovo un tema binario – funziona perché molto semplice – cioè ‘renzismo-antirenzismo’, anche per la capacità di Renzi di occupare lo spazio politico e di polarizzare, il M5S intende presentarsi come il vero soggetto politico alternativo a Renzi“.

La posizione molto moderata di Grillo e Di Maio si spiega chiaramente nel rapporto con il Pd, anche secondo Gualmini: “Di fatto nella scena politica italiana oggi esistono due grandi competitori che sono il M5S e il Pd, quindi anche la scelta di non votare il supercanguro è dovuta al fatto di non voler regalare una vittoria piena al partito di Renzi. E’ un gioco strategico e di tattica politica – sottolinea Gualmini – quello di dire all’elettorato: ‘Guardate, noi siamo diversi dal Pd’. Questo non so quanto pagherà in termini di voti perché c’è anche una parte di elettorato – fondamentalmente più di sinistra – che capirà poco degli attacchi così forti”.

“L’altro aspetto da notare è che la linea è decisa dall’alto, cioè da Grillo e Casaleggio. Il M5S continua a essere un partito fondamentalmente leaderistico e nelle mani di pochi e la retorica dell’uno vale uno non funziona; è sempre Grillo che con i suoi post, con un diktat dall’alto – che può arrivare da lui o dai pochi del direttorio (pochi colonnelli come Di Maio) – fermano tutto e scompaginano il quadro. L’idea di una democrazia interna è ancora a mio parere piuttosto lontana”.

Ma qual è l’elettorato del Movimento 5 Stelle? “Una serie di sondaggi recenti – spiega Panarari – hanno evidenziato che questo partito post ideologico in questa fase suscita le simpatie prevalentemente dell’elettorato del centrodestra. Questi sondaggi sono mutevoli, ma sono molto mutevoli anche le tattiche del M5S soprattutto in assenza di organismi politici dirigenti istituzionalizzati. A parte la diarchia Grillo-Casaleggio fortemente centralizzata, il resto è molto intermittente. Da un lato c’è un posizionamento populista in sintonia con lo spirito dei tempi”.

Ma perché il Movimento 5 Stelle è così competitivo quando si sondano le intenzioni di voto nei ballottaggi? Secondo D’Alimonte, “un grande contributo lo sta dando l’instabilità politica nel centrodestra che ha trasformato i grillini in una seconda preferenza plausibile per il suo elettorato di riferimento”.

Non ci si deve sorprendere quindi che le politiche del Movimento stiano virando in quella direzione, anche a costo di perdere qualche elettore della base. “Di certo – continua D’Alimonte – si trovano in una situazione difficile da gestire e molto del loro consenso dipenderà da fattori contingenti e dall’agenda politica che verrà imposta. Per mantenere il loro successo dovranno insistere sui temi che piacciono sia a destra che a sinistra, come il reddito di cittadinanza”.

Il prossimo banco di prova sarà quello delle elezioni amministrative. Il Movimento, secondo Gualmini, sa perfettamente che “deve guardare a destra e a sinistra”. “Puntano a raccogliere tutti gli insoddisfatti dell’offerta politica tradizionale sia di destra che di sinistra; per questo, su diversi temi, giocano strategicamente senza mai connotarsi da una parte e dall’altra. Finora poi la strategia è riuscita perché sono ancora molto alti nei sondaggi. Questo è un loro elemento caratteristico, altrimenti non avrebbero raccolto il 25% nel 2013. La grandissima trasversalità sia di categorie di persone – dal giovane, al disoccupato, all’imprenditore, al ricercatore universitario – sia di appartenenza ideologica. Altrimenti non sarebbero mai arrivati a risultati come quelli. Infatti la Lega che è anche lui un partito antisistema con caratteristiche populistiche che però guarda solo a destra non arriverà mai al 25%, al massimo è arrivato al 15-16%. Oltre è difficile che vada”.

“Guardando alle due realtà metropolitane del Paese, in cui si gioca la scommessa elettorale fondamentale, sembra difficile dire che a Milano ci sia stata la volontà da parte dei vertici grillini di mettere in campo una candidatura competitiva – afferma Panarari -. Mentre quello a cui stiamo assistendo a Roma – lo dimostra anche la difesa intransigente di Virginia Raggi da parte di due leader come Di Maio e Di Battista – sembra una scelta di chi vuole giocare la partita, anche rispetto alle aspettative”. La candidata sindaco del M5S nella capitale, aggiunge Panarari, “può piacere a una serie di elettori del centrodestra e non è una candidatura che si colloca rispetto all’asse politico in termini di sinistra e centrosinistra”.

Al di là della prova delle amministrative, però, il M5S, al momento non sembra guardare al futuro, a un’eventuale trasformazione del partito stesso per sopravvivere. O comunque è difficile capire se il partito si stia interrogando sul futuro. È difficile, afferma Panarari, fare delle previsioni. Quelle che leggiamo come contraddizioni hanno a che fare con il loro rifiuto di un processo di istituzionalizzazione in forza politica e in forza parlamentare. Laddove lo fanno, come a Parma e a Livorno, le due amministrazioni locali-vetrine, il M5S non tiene: si sfalda, si creano liti, scissioni e fuoriusciti”.

“Qui c’è la tensione costitutiva. Ad oggi non esistono, all’interno di sistemi politici occidentali, movimenti in una situazione gassosa, non definita, che siano resistiti – spiega Panarari -. O le forze politiche si istituzionalizzano, accettano in toto le dinamiche istituzionali, parlamentari e una qualche forma di strutturazione (che può essere anche la forma del comitato elettorale) oppure è difficile che possano costituire una forza di governo o anche resistere”.

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