Ma la sinistra che si ritrova alla Leopolda non è il Partito della Nazione

Leopolda 2015
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Renzi torna a dare più spazio al suo “popolo” per dare maggiore forza al messaggio di rinnovamento del Pd

INVIATO A FIRENZE – Sarebbe riduttivo limitare la Leopolda all’intervento conclusivo di Matteo Renzi, che rimane comunque l’appuntamento più atteso. Dalle sue parole, come ogni volta, i leopoldini capiranno la strada da intraprendere, gli obiettivi per il prossimo anno, la linea da riportare sui territori. Ma sbaglia chi immagina il popolo leopoldino come una massa di fans che pendono dalle labbra del loro capo. Perché forse questa ex stazione fiorentina è il luogo in cui la leadership di Renzi è vissuta in maniera più spensierata, in cui si sente meno la necessità di seguire alla lettera le sue indicazioni o di non assumere decisioni autonome con il rischio di ritrovarsi fuori linea.

Un po’ ciò è dovuto al fatto che la sintonia tra il leader e la base (almeno quella più consolidata) è tale che la comunione d’intenti è naturale, senza il bisogno di ricercarla artificialmente. Ma a questo si aggiunge anche il fatto che i leopoldini sono ormai una realtà in qualche modo autonoma. Vengono qui per ritrovarsi, più che per ritrovare “Matteo” (chiamarlo per nome è un must al quale non rinunciano). Pongono sempre più domande, oltre che attendere risposte. Si mettono in gioco da soli, senza attendere chiamate dall’alto.

E Renzi ha capito che questo è il momento di tornare a dar loro spazio: gli interventi dal palco costituiranno nuovamente la parte preponderante della kermesse che parte stasera (Unità.tv seguirà i lavori in diretta) e la presenza come “deejay” sul palco di Ciro Bonajuti e Ottavia Soncini renderà anche visivamente questa scelta. Largo spazio alle proposte di interventi giunte sul sito nei giorni scorsi, per capire l’umore della base, scovare qualche nome nuovo in vista dei prossimi appuntamenti elettorali (e per accelerare il ricambio della classe dirigente dentro il partito), far passare anche sui media la narrazione di un popolo che chiede di tornare al messaggio del “Renzi 1″, come disse lo stesso premier tempo fa.

Perché l’intenzione, in linea di massima, è quella. E il dibattito politico di questi giorni aiuta anche a compiere qualche strappo in più. La lettera di Pisapia, Zedda e Doria è caduta come un fulmine a ciel sereno sia nel campo di Sinistra italiana, dove la frattura tra un’area più dialogante e una più intransigente mette già a rischio la tenuta della neonata compagine, sia in quello della minoranza dem che si ritrova domani a Roma (anche questo appuntamento sarà in diretta sul nostro sito). Il tentativo di ricompattare il fronte anti-Renzi (finora diviso tra le aree Speranza-Bersani, Cuperlo e post-civatiana) avrebbe avuto più forza se avesse trovato alla propria sinistra una sponda solida. Così, invece, diventa tutto più difficile.

È importante allora il segnale ha inviato stamattina dal sindaco di Firenze Dario Nardella sulle colonne del Corriere della Sera, parlando di un’intesa a sinistra con Sel come di “una restaurazione impossibile, almeno a livello nazionale”. Lo schema resta quello di un grande “partito della responsabilità e della fiducia nel futuro”, che sarebbe improprio liquidare come Partito della Nazione. Su questo, Renzi ha le idee ben chiare e lo spiegherà – ancora una volta – domenica dal palco della Leopolda: la vocazione del Pd resta quella maggioritaria, l’ambizione quella di rappresentare comunque il campo del centrosinistra, ma senza appaltare ad altri quote di temi e di elettori, né rinunciare a un tratto di innovazione.

La spinta che verrà dalla Leopolda sarà ancora una volta questa. Perché queste sono le origini del movimento e – in parte – anche dei singoli partecipanti alla kermesse.

 

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