Ma la Fed aumenterà presto i tassi

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La Federal Reserve aumenterà il costo del denaro perché è anno elettorale e perché il rischio bolle finanziarie è sempre presente

I mercati alla fine sotto sotto tifavano per la mossa a sorpresa della Fed, ma dovranno aspettare ancora poco perché le vacche grasse si possono pompare con gli steroidi fino a un certo limite. Poi scoppiano: si chiamano bolle finanziarie. Anche se la decisione della banca centrale americana sembra dettata dalla paura delle turbolenze cinesi, entro l’anno gli Stati Uniti aumenteranno comunque il costo del denaro. Costi quel che costi. E questo non solo perché dal 2008 i tassi d’interesse sono ad un livello vicino allo zero e i fondamentali economici sono tutti in rialzo, quanto per il semplice motivo che il 2016 è anno elettorale.

Inizia la campagna per le presidenziali e la Federal Reserve, pur organo tecnico, sa bene che ogni decisione sulla moneta ha importanti risvolti politici. Meglio quindi non disturbare il futuro manovratore della prima economia del mondo. Per questo, la banca delle banche Usa sarà indotta ad avviare una strategia monetaria restrittiva anche per non influenzare troppo da vicino la corsa alla Casa Bianca, l’evento più importante del prossimo anno, di solito preponderante su ogni altra considerazione, dal calo di forza della Cina, alla flessione dei Brics, per finire con i problemi europei sull’immigrazione e la Grexit. Sarà dunque necessario preparare per tempo delle contromosse, a cominciare dall’allungamento della durata del Quantitative Easing, visto che un aumento dei tassi americani comporterà inevitabilmente un rafforzamento del dollaro a danno dell’euro, già deprezzato proprio per il QE della Bce.
D’altronde da tempo ci si prepara alla mossa della presidente Yanet Yellen e le piazze finanziarie cominciano a darlo per scontato già in autunno. Nella
consueta due giorni settembrina del Fomc (il braccio operativo della Fed) dove non si e’ deciso nulla sul punto, è stato protagonista dell’ordine del giorno il primo innalzamento del tasso ufficiale di sconto dopo nove anni, e dopo ben sei anni a tetto zero. Come detto, a favore di un aumento dello 0,25% vi sono e vi saranno anche in ottobre almeno tre andamenti congiunturali favorevoli: la riduzione della disoccupazione, giunta al 5,1%, la crescita del Pil (nel secondo trimestre ha segnato il record del 3,7%) e la contrazione dello sbilancio dei conti con l’estero che a luglio scorso ha registrato un passivo di soli 41,9 miliardi di dollari.

Rispetto agli obiettivi che la Fed si era data, manca solo la crescita dell’inflazione, ancora lontana dal 2%, ma questo è un dato globale, visto che anche nell’Unione Europea un tale livello attualmente è irraggiungibile per via del calo del prezzo del petrolio e la stasi della domanda interna.

Poi c’è la borsa: Wall Street da tempo ha superato i livelli pre-crack di Lehman Brothers, il Nasdaq va meglio del 2001, quindi è tempo di riportarsi sul mercato obbligazionario e preparare qualche ombrello in caso di discesa dei prezzi delle azioni. Parimenti, ed è quello che auspicano in molti, esistono considerazioni che inducono ad aspettarsi un ulteriore rinvio dell’aumento del costo del biglietto verde per evitare una nuova guerra di valute. Innanzitutto, proprio il dollaro aumenterebbe il suo valore, pesando sulle esportazioni e sulle importazioni americane.

In secondo luogo, la debolezza dei Paesi emergenti esportatori di materie prime, dal Brasile al Sud Africa rischierebbe di scaricarsi sul mercato americano; e infine il rallentamento della Cina, che insieme agli altri paesi dei Brics detiene ben 3.000 miliardi di dollari di debito americano, potrebbe in qualche modo influenzare il corso dei Treasury Bond a vantaggio dell’ ulteriore vendita di yuan. Un aumento dei tassi da parte della Fed effettivamente potrebbe rinvigorire la svalutazione dello yuan e nel comunicato di fine seduta del Fomc tutto ciò viene ricordato puntualmente.

Messi quindi sul piatto della bilancia i pro e i contro, alla fine il rialzo sarà inevitabile e in fonda una mossa doverosa, sempre che non prevalga la paura e l’incertezza. Il dollaro e’ sempre stato un problema solo per chi non lo stampa e se questo paradigma dovesse cambiare, se davvero la banca centrale americana dovesse abdicare al suo storico ruolo di guida, potremo dire che l’economia è rimasta priva anche della guida del vecchio zio Sam.

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