Ma davvero si può salvare Schengen negando Schengen?

Europa
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Rinviare le decisioni che servono di altri due anni servirà solo a ritrovarci, nel 2018, nella stessa indeterminata situazione in cui siamo oggi

Il trattato di Schengen è in bilico come mai lo era stato fino ad oggi. La consapevolezza di questo rischio è ormai diffusa a tutti i livelli istituzionali come è emerso in occasione del vertice dei ministri dell’Interno dei ventotto paesi membri che si è tenuto ieri ad Amsterdam. Una riunione che ha messo in mostra, ancora una volta, quanto i vari attori europei siano divisi ed eterogenei e come, al momento, non esista vera e propria ricetta comune per affrontare l’emergenza migranti.

Tanto che anche le voci al termine del summit sono discordanti. Secondo il capo del Viminale Angelino Alfano, “Schengen è salvo, almeno per ora”. Di opinione opposta la sua collega austriaca Johanna Mikl-Leitner che a fine riunione ha detto “quello che gli altri pensano: Schengen è sull’orlo del tracollo”. A cercare di chiarire come siano andate le cose è stato Dimitris Avramopoulos, commissario europeo all’immigrazione: “Stiamo valutando varie ipotesi per garantire la tenuta del trattato, abbiamo discusso di come rafforzare e salvaguardare Schengen”.

Ecco, è proprio sulle modalità di salvaguardia che si sta costruendo uno dei tanti paradossi di questa Unione sempre più disunita. Al vaglio dei Ventotto, infatti, c’è la possibilità di estendere la sospensione di libera circolazione all’interno delle frontiere Ue dagli attuali sei mesi a due anni. La possibilità è prevista dall’articolo 26 del codice che era stato introdotto nel 2013 in seguito alle “incomprensioni” tra Italia e Francia sul passaggio dei migranti a Ventimiglia. Insomma, una sempre più lunga sospensione di Schengen sarebbe la ricetta per salvare Schengen?

In base a quelle che sono le richieste dei 6 Stati membri dell’Ue (Germania, Austria, Slovenia, Danimarca, Svezia e Francia) più la Norvegia (che non è uno Stato membro ma aderisce all’area Schengen) pare proprio di sì. La condizione principale affinché questa proroga fino a due anni sia possibile è che la Commissione abbia prima constatato, in uno o più Stati membri e con un rapporto di valutazione specifico, “gravi carenze nello svolgimento dei controlli alle frontiere esterne” che determinino, anche in questo caso, “una minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza” in seno allo spazio Schengen.

Il dito, manco a dirlo, è puntato contro Atene. Alla Grecia si contesta una scarsa efficacia nel controllo della frontiera con la Turchia. Si chiede al governo Tsipras di accettare l’aiuto europeo, ma (altro paradosso) è la stessa Grecia a richiedere più aiuti da parte dell’Ue. Nessuno accusa esplicitamente Roma ma l’Italia è l’altra porta principale attraverso cui i migranti arrivano in Europa. Alfano si dice pronto a mettere in funzione i famosi hotspot per l’identificazione e la registrazione dei migranti anche nel Nord-Est al confine con la Slovenia. Ma gli hotspot, ha ricordato lo stesso Alfano, erano stati decisi assieme ad altri due “pilastri” della politica europea dell’immigrazione: le redistribuzioni e i rimpatri. Ad oggi, dei 160 mila profughi da redistribuire, da Italia e Grecia ne sono partiti solo 414.

Alla luce di tutto questo sembra che ancora una volta l’Europa stia andando dalla parte sbagliata. Sospendere Schengen per due anni non serve a salvare il trattato né l’idea di libera circolazione all’interno dei confini continentali. Quello che serve è una seria presa di responsabilità da parte dell’Unione (il che vuole dire, ancora una volta, la cessione di un pezzo di sovranità da parte dei Paesi membri), un coordinamento comunitario, una vera politica di redistribuzione dei migranti, l’introduzione del diritto d’asilo europeo, il superamento del trattato di Dublino. Rinviare tutto questo di altri due anni servirà solo a ritrovarci, nel 2018, nella stessa indeterminata situazione in cui siamo oggi.

 

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