«Ma che palla al piede, grazie a noi si può uscire dalla crisi»

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I governatori del Sud alla Direzione nazionale del Partito democratico: non vogliamo assistenzialismo, semmai investimenti e infrastrutture

Erano visti come «uno Stato alternativo » al governo centrale. Lo Stato libero e ribelle dei governatori del Sud, pronti a reagire all’accusa ricevuta dal segretario Matteo Renzi di crogiolarsi nel «piagnisteo » del Mezzogiorno fatalista destinato al declino. Invece sono molto agguerriti, determinati e lontani dalle «guerre correntizie», gli amministratori che, dal Sud, sono saliti a Roma al terzo piano della sede Pd per la direzione convocata ad hoc.

Anzi, sono i primi ad arrivare in Largo del Nazareno prima delle tre. Vincenzo De Luca entra a testa bassa, Rosario Crocetta arriva senza giacca, fuma in terrazza e si incrocia sul palco con Renzi che era pronto per la replica, un equivoco che irrita un po’ il governatore della Regione Sicilia. Eppure dalla bufera politico-mediatica che lo ha coinvolto fino a una quasi sfiducia dal suo partito «ne sono uscito rafforzato», ci confessa prima di entrare, «e il “cerchio magico” della sanità in Sicilia fosse in mano a un chirurgo vorrebbe dire che la Sicilia ha fatto la rivoluzione…».

«Lo sa chi è il cerchio magico? Sono le case farmaceutiche che alzano il costo dei farmaci, le cliniche…», mentre lui rivendica la sua battaglia contro le mafie, e lamenta ancora: «È stata tutta una montatura mediatica, ma il Pd ha capito che si è trattata di un’operazione dei “poteri forti”». Quanto all’impegno del gover- «“voi se in Campania aveste rinunciato a Cosentino forse perdevate! Somaro!», lo insulta il governatore, «su 5 provincie io ho perso su una sola provincia ed è la provincia di Cosentino». Renzi smorza: «La sua era una battuta, non vorrei si dicesse che il Pd toglie ossigeno alla stampa…». intervento Emiliano spiega di sentire «la vicinanza del mio governo» e si dice «a disposizione». Però avverte: «Chiamiamo a raccolta il Pd, ma facciamo attenzione alle persone che scegliamo».

Vincenzo De Luca sospettava quasi una “epurazione” estiva. Invece apprezza il fatto che si parli di «questione meridionale, che da vent’anni era sparita», persa nelle urla leghiste e nell’accentramento “nordista”. Coglie l’impegno del governo ma «non voglio assistenza », puntualizza, semmai competività, infrastrutture, vincolare «il 50% degli investimenti dei grandi gruppi pubblici al Sud, da Finmeccanica a Fincantieri, Enel, Eni». I toni battaglieri li riserva a un giornalista del Fatto «dal nome tedesco» (Peter Gomez),«un danno ecologico permanente», per aver detto in tv come un ariete. Divisioni interne? «Non ne voglio proprio sentire parlare», dice il presidente della Regione Campania seduto in sala. Arriva Michele Emiliano, governatore della Regione Puglia. Imponente, sulla splendida terrazza a 40 gradi sotto il sole si schermisce: «Io kamikaze? Macché, lo vedete, sono ancora qua».

Uno che “tuona” ma è molto realista. Ci crede all’impegno del premier per il Sud? «Non mi aspetto molto, i soldi sono sempre quelli, bisogna vedere come si usano » e la Puglia i fondi europei cerca di investirli. Quanto alle lotte interne al Pd, «ho visto di peggio nel passato», osserva entrando in sala, «se qualcuno pensa di scalzare la maggioranza di un partito sbaglia, facciano la minoranza», del resto delle logiche correntizie «non ce ne frega niente», dirà dal palco. Nel suo no sul Sud è perplesso: «Non mi aspetto niente, se dovessi superare il gap con il Nord e «mettere a norma ferrovie e autostrade dovrei spendere 50 miliardi, noi ne abbiamo 5 da spendere in tre anni..».

Loda il suo operato alla Regione («quello che ti viene riferito, segretario, spesso è sbagliato») e rivendica l’orgoglio siciliano con una frase a effetto : «Non abbiamo bisogno dei “soloni” romani». A sentirsi davvero isolato è il presidente della Regione Sardegna, Francesco Pigliaru, mentre il governatore della Calabria, Mario Oliverio, chiede la «task force» alla presidenza del Consiglio che coordini gli interventi per il Mezzogiorno. Perché il rischio, al di là dei pagnistei, è quello della «desertificazione sociale» che già si legge a occhio nudo. Anche prima del rapporto Svimez.

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