M5S-Alde, che cosa rimane dopo il pasticcio

Politica
epa05408245 Guy Verhofstadt, leader of the ALDE Liberal group at the European Parliament, reacts a debate in the European Parliament in Strasbourg, France, 05 July 2016. The European Parliament met to review the Brexit summit conclusions and the past Dutch EU presidency. All member nations of EU take part in the rotating six-month EU presidency that is currently held by Slovakia.  EPA/PATRICK SEEGER

Non sono solo i Cinquestelle a uscire male da questa vicenda. Dalle ambizioni fallite di Verhofstadt alle illusioni di qualcuno nel Pd, ecco alcuni effetti collaterali destinati a durare

Che si tratti di una figuraccia internazionale, ormai è evidente. Che i protagonisti principali di questa figuraccia siano i Cinquestelle, lo è altrettanto. Ma tutta la vicenda che ha portato il gruppo liberaldemocratico al Parlamento europeo a rifiutare l’adesione del M5S porta con sé non pochi strascichi, che coinvolgono molti più attori e dei quali è bene fare una sintesi per avere un quadro della situazione più chiaro.

 

Democrazia indiretta
La votazione convocata in fretta e furia, un testo d’intesa già definito e sottoscritto ma tenuto nascosto ai militanti che avrebbero dovuto approvarlo, la scarsa partecipazione alle urne virtuali: c’è una questione interna che va al di là della individuazione delle responsabilità (con il primo grande flop di Davide Casaleggio, per di più accusato di aver proceduto per interessi aziendali) e riguarda i rapporti tra vertice e base. Non la base elettorale, poco coinvolta e perfino poco interessata alle vicende interne, bensì quella militante, che aderisce in maniera più convinta ai principi ideali del Movimento. L’integralismo dell’onestà, il buon governo, ora anche la democrazia diretta e l’anti-europeismo: più il gioco si fa più duro, più crollano le solidità di un tempo. Sembra rimanere solo il complottismo, sempre più accentuato.

 

Beato isolamento?
Refrattari al dialogo in Italia, quando i Cinquestelle provano a cucire qualche rapporto internazionale falliscono clamorosamente. Il matrimonio con Farage è stato tutt’altro che felice, anche prima di questo infelice episodio: sono state meno del 20% le volte in cui il M5S ha votato in conformità con il gruppo di appartenenza a Strasburgo. Respinti dai Verdi, lusingati e poi illusi dall’Alde, ora i grillini vagheggiano la possibilità di costituire un proprio gruppo autonomo al Parlamento europeo: per farlo, però, servono almeno 25 europarlamentari eletti in 7 Paesi diversi. Praticamente impossibile allo stato delle cose. Per questo, sono stati costretti ad accettare le dure condizioni imposte dall’alleato britannico, pur di non finire nel calderone dei “non iscritti”, insieme a partiti euroscettici di estrema destra e sinistra. Il che si sarebbe tradotto nella perdita di ogni possibilità di incidere sulle decisioni dell’Europarlamento, ma perfino di prendere la parola in Aula, oltre che naturalmente dei fondi garantiti ai deputati dei diversi gruppi (finora i Cinquestelle hanno ricevuto 680mila euro l’anno) e del personale dipendente.

 

Bye bye, Guy

L’altro grande sconfitto è il leader dell’Alde, Guy Verhofstadt. Da simbolo del più convinto europeismo, il fallimento di questa operazione rischia di ridurre rapidamente la sua immagine a quella di un arrivista senza scrupoli. È stato lui a promuovere e condurre in prima persona l’intesa con il M5S, i cui principi sono apparsi immediatamente inconciliabili con quelli del gruppo liberaldemocratico, alla vigilia della votazione per l’elezione del presidente del Parlamento europeo, carica alla quale si è autocandidato, nel tentativo di fare da terzo incomodo nell’apertissima corsa tra Pittella e Tajani. Bocciato anche dai suoi europarlamentari, le sue ambizioni ora precipitano clamorosamente. Resta da capire come si comporteranno gli aderenti all’Alde nelle votazioni che inizieranno martedì prossimo.

 

Postilla Democratica

Dal confronto in streaming Bersani-Grillo per far nascere il “governo del cambiamento” (con i risultati che conosciamo) al tweet di Roberto Speranza di ieri, la sinistra Pd vuole continuare a tenere aperto un canale con i vertici del Movimento. Una linea che contrasta evidentemente con quella della maggioranza del partito, che stigmatizzando e colpendo anche duramente le azioni di Grillo & co. spera invece di ‘disvelare’ le loro malefatte di fronte agli elettori, per provare a cambiarne le scelte nelle urne. Finora, né l’una né l’altra strategia hanno avuto grande successo: se la difficoltà a dialogare soprattutto con gli elettori più giovani e del Sud è apparsa evidente anche al referendum del 4 dicembre scorso, le aperture di credito della sinistra interna nei confronti delle scelte del Movimento si dimostrano una continua illusione, come dimostra anche questo caso.

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