L’umanità dolente di Ivanov. Il grande Cechov di Filippo Dini

Cultura
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Un’ottima rappresentazione della prima commedia del drammaturgo russo

Mi avevano detto che questo Ivanov valeva la pena ma non pensavo così. E’ davvero difficile vedere Cechov fatto così bene, almeno da un po’ di anni.

Vidi quello di Eimuntas Nekrosius, più di dieci anni fa, con un cast tutto italiano (Francescco Biscione, Alvia Relae, Mascia Musy) e conservo un bel ricordo- una scena che si affollava man mano divenendo sempre più satura e claustrofobica, balli, colori -. Era la prima volta che vedevo Nekrosius e forse anche Ivanov non l’avevo mai visto, quindi non c’erano termini di confronto. Questa volta ci sono e mi sembra che questo Cechov sia uno dei migliori mai visti finora.

Né cupo né vaudeville, lo spettacolo diretto da Filippo Dini prodotto dal Teatro Due di Parma e dallo Stabile di Genova, sfugge a tutte le convenzioni e supera le migliori aspettative. Si avverte un appassionato lavoro di squadra e una compatta adesione al progetto da parte di un cast di ottimo livello, capace di produrre idee, tante idee e nuove, ma organiche, pertinenti, mai didascaliche o pretestuose. Idee che si innestano nel testo (vivace e moderna la traduzione di Danilo Macrì) e lievitano con le parole trasportando lo spettatore attraverso le vite di coppie malsortite, di mariti depressi e mogli tradite, amanti ingenue e arrampicatori sociali, nobili squattrinati e medici invadenti. Raccontate con partecipazione e umorismo, e un’ironia che è soprattutto autoironia, non senza concedere alla caratterizzazione, ma riacchiappata al volo prima che precipiti nella macchietta. Dei personaggi vengono a galla i caratteri, descritti appena una riga più su, scongiurando per nostro sommo piacere, possibili derive iper-naturalistiche.

L’abnegazione amorosa di Anna Petrovna (Sara Bertelà), l’indolenza di Ivanov, con il suo carico di grovigli che nessuno capisce, il suo orgoglio ferito, la sua disperazione, ma anche la sua ironia nel smorzare i sentimenti di una crocerossina innamorata con i suoi “vizi di inseguire i depressi” (Filippo Dini), il candore e la devozione di Sasa (Valeria Angelozzi), la leale semplicità di Pavel (Gianluca Gobbi), la ruvida oculatezza della borghese arricchita Zinaida Savisna (Orietta Notari), il cinismo volgare del conte Sabelskij (Nicola Pannelli), lo zelo petulante del dottor L’vov Gavrila (Ivan Zerbinati), la strafottenza burlona di Michail Borkin (Fulvio Pepe), le smanie civettuole di escalation sociale della giovane vedova, o vedova giovane, di Marfa Babakina (Ilaria Falini).

E’ forse questo il ruolo più caratterizzato, benché l’enfasi sia riposta perlopiù nel costume (fiori, fiocchi e calze fucsia) e in una battuta (“contessa!”) pronunciata come parodistica sporgenza di un desiderio. C’è una grande perizia nel condurre il gioco e nell’accompagnare il climax, prima che repentine sterzate di registro ci introducano in un movimento nuovo, fatto di altri accordi, di altri tempi, altri silenzi, altri respiri.

Dini e la compagnia tutta sanno utilizzare con benevola astuzia i codici della scena, che vive di ‘dissolvenze’ che si rigenerano in immagini nuove, che fluiscono l’una nell’altra, e con esse i gesti, ora a ralenti, quasi pantomime, ora rapidi e reiterati, come quello, a inizio spettacolo, con cui Ivanov racconta lo squilibrio sentimentale tra lui e la moglie, un braccio che rotea nell’aria a dire ironicamente, “più o meno”. Gesti che raccontano di stati d’animo, di caratteri, di emozioni, come la testa tra le mani a lungo affondata nel divano a nascondere l’umiliazione di un piccolo uomo impaurito. Come la disperazione che confluisce in un pianto collettivo, ognuno nel suo angolo, ognuno con la sua propria fatica di esistere.

Ma su tutto, quel che colpisce di più, è la capacità di gestire il rapporto tra onirico e reale in modo assolutamente virtuoso, nel senso che sogno e realtà si generano e rincorrono a vicenda, ingannando l’occhio di noi spettatori, indotti a rielaborare immagini e situazioni in un rewind molto poietico. Siamo alla scena che chiude il primo atto: Ivanov è bendato come a giocare a mosca cieca mentre amoreggia con la sua giovane spasimante. Una scena veloce, giocosa, di abbracci e gridolini improvvisamente interrotta da un’apparizione: Anna è sulla porta, in piedi, con un fascio di fiori, vestita di bianco. E’ il senso di colpa, l’incubo persecutorio che ti attanaglia da sveglio, a dimostrazione del quale Ivanov si è appena liberato della benda sugli occhi. Invece no, è proprio Anna che avanza come una visione che pian piano si incarna e prende vita.

Un ruolo intenso e sfuggente, che Sara Bertelà interpreta in modo perfetto, diafana, impalpabile, svuotata di vita. E’ la premessa della penultima scena, quella del trapasso tra la vita e la morte, in cui sarà un ballo sulle punte a trasformare la donna in un fantoccio esanime, Coppelia morente, che si congeda a fatica ma in punta di piedi.

La scena di Laura Benzi comincia stilizzata e rarefatta, su toni grigi molto luminosi, poi si riscalda con i colori rosati della festa (le luci sono di Pasquale Mari), tra wodka e balli che finiscono in giardino, e lì si rattristano, come gli umori di chi ha scelto di rimanere in casa. Ce lo dice il rumore sempre più sordo dei fuochi d’artificio (suoni e musiche di Arturo Annecchino), e ce lo dice la natura, quando anche “gli uccelli e gli alberi ridono di te”.

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