Lucio Dalla, com’è profonda la nostalgia

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Oggi, 4 marzo, avrebbe compiuto 73 anni. E mentre Roma e la Rai lo celebrano, Bologna sembra averlo un po’ dimenticato

Dice che era un bell’uomo / e veniva, veniva dal mare… / parlava un’altra lingua… / però sapeva amare». È la canzone, toccante, che Lucio Dalla portò al festival di Sanremo nel 1971 e sembra perfino superfluo annotare quanto valgano ancora quelle parole di quel brano tra l’autobiografico e Gesù Bambino con la data di nascita del cantante impressa nel titolo, 4 marzo 1943. Ricordare l’artista bolognese invece è non sarà mai abbastanza. Il musicista moriva il 1° marzo 2012 all’improvviso a Montreux, in tour in Svizzera. Avrebbe compiuto 73 anni oggi e stasera la sua musica risuona tra le onde radio e in una sala da concerto: lo cantano amici e colleghi dagli studi storici di Radio Rai e Radio 2 in via Asiago a Roma, lo ricorda e lo canta Iskra Menarini che ha condiviso con l’artista 24 anni di vita artistica al Parco della musica nella capitale. Eppure qualcosa sembra mancare, qualcosa ferisce, sostiene uno che era suo amico, Benedetto Zacchiroli, musicista per diletto, consigliere comunale del Pd nella città felsinea.

Zacchiroli contesta gli eredi
«Lucio non sta avendo l’attenzione e la visibilità merita. Dopo quattro anni non si è fatto niente di strutturale e permanente per ricordarlo. Questi eredi si sentono eredi solo dei soldi e non del patrimonio culturale che Lucio ha lasciato», commenta all’Ansa Zacchiroli alludendo alla fondazione promossa dai parenti e che dovrebbe essere alimentata dal lascito dell’artista e dai diritti d’autore sufficienti a finanziare iniziative sui giovani artisti. Eppure, riferiscono i bolognesi, la casa di via d’Azeglio a due passi da piazza Maggiore rimane chiusa, benché sia meta di pellegrinaggio dei fan. Il 1° marzo scorso, nel quarto anniversario della morte, per strada risuonavano le canzoni dall’impianto finanziato dai commercianti e le finestre restavano chiuse. Zacchiroli insiste: «Io osservo la situazione e spero di essere smentito. Dopo quattro anni alla Fondazione non possono continuare a sperare che nessuno si ricordi. Gli eredi di Dalla hanno l’onore di aver avuto l’eredità, ma hanno anche la responsabilità di portarne avanti la memoria. Anche le istituzioni pubbliche aspettano da loro di conoscere i progetti per decidere il da farsi». Mentre non entra nella polemica Gaetano Curreri, leader degli Stadio freschi vincitori di Sanremo che si sono aggiudicati anche la serata delle cover proprio con una canzone “dalliana”, La sera dei miracoli del 1980: «Il modo migliore per ricordarlo è la sua musica, la città non perde la memoria e le sue canzoni sono il suo ricordo migliore. Perpetuare le sue musiche e il suo messaggio culturale è il nostro modo per celebrarlo». Beppe D’Onghia, musicista che ha collaborato da vicino con l’artista, estende le critiche alla città: «Non avverto da parte di Bologna – ha detto in un’intervista a Radio Bruno – un’attenzione per questo artista, quindi mi dispiace che non si faccia abbastanza. C’è una domanda che mi faccio da sempre: perché esiste la casa di Mozart o il museo degli Abba e non la casa di Lucio Dalla? Purtroppo non riesco ad avere una risposta».

Iskra: «Un genio sempre in cerca»
Vuole restare ai bordi della polemica Iskra Menarini, vocalist che ha lavorato per oltre vent’anni insieme a Dalla e che ricorderete, tanto per citare una canzone che l’ha vista co-protagonista, in Attenti al lupo. Stasera all’Auditorium di Roma disegna un omaggio musicale con, tra gli altri ospiti, Pupi Avati che con Lucio ha condiviso serate e interessi e reputa un grave errore non aver ancora aperto al pubblico la sua casa-museo. Quanto al programma, la cantante interpreta brani del musicista bolognese e altri dal suo nuovo album Ossigeno. Sulla presenza o meno della Fondazione non si pronuncia: «Forse i familiari non hanno molte idee al riguardo, li conosco, non so». E com’era Lucio dietro le quinte? «Stare al suo fianco era come avere sempre ingredienti diversi, significava mangiare un piatto di pasta, poi dell’insalata, bere vino, aveva l’incoerenza di una fortissima creatività. Ogni disco era completamente diverso dal precedente. Era continuamente in cerca di qualcosa nella musica e nelle persone, era geniale, aveva una cultura da far paura. Mi ha sempre un po’ protetta e andavamo insieme nei musei, infatti era un collezionista d’arte e aprì una sua galleria». Non era un uomo a una dimensione: «Era una persona complessa, profonda, era un mistero. Gli ho sempre voluto bene. Anche quando ci tiravamo le scarpe mandandoci a quel paese. E diceva che era meglio essere imperfetti perché qualcuno può sempre sostituirti un pezzo». Sul presente? Non vede eredi musicali, forse perché era un artista che iniziò con il jazz ed in grado di eseguire e comporre musiche di generi diversi con un’agilità sbalorditiva. «Spero non si perda nulla della sua musica. Bisognerebbe fare un festival serio per sentire chi può continuare lungo la sua strada». In effetti Iskra si chiede: «Perché non lo fanno i parenti?».

Il tributo della Rai in radio
Nei ben frequentati studi della Sala A di via Asiago a Roma Rai Radio e Radio2 hanno apparecchiato per oggi, alle 21, una serata organizzata con la Fondazione Dalla e mettendo come titolo un verso del cantante, «Vorrei entrare dentro i fili di una radio». Con Vincenzo Mollica in veste di cerimoniere sfila uno stuolo di invitati, ognuno con le sue note o le sue parole: Ron, Fiorella Mannoia, Peppe Servillo, Gigi D’Alessio, Paola Turci, Rocco Hunt, Federico Zampaglione, Marco Masini, Caparezza, Paolo Fresu, e ancora Fio Zanotti, Jimmy Villotti che con Dalla iniziarono a suonare pezzi quali Anna e Marco, Futura, La sera dei miracoli, Nuvolari, L’anno che verrà… E fuori dai parametri strettamente musical-esecutivi, ricordano e raccontano Monica Guerritore, Lina Sastri, Enrico Lo Verso, Walter Veltroni, Aldo Cazzullo, Carlo Conti e Stefano Bartezzaghi.

Peppe Servillo: «Un cantastorie unico»
Peppe Servillo è uno degli ospiti-interpreti: «Girotto, Mangalavite e io interpretiamo Felicità, che abbiamo inciso e abbiamo in repertorio da anni. Ha quasi un recitar cantato e metricamente una divisione non ortodossa, caratteristica che rende Dalla unico come un cantastorie, come se stesse scrivendo note e parole nello stesso momento. La canzone si risolve in ritornello meraviglioso, molto popolare, e senza voler fare sociologia di basso profilo parla al nostro paese. È sempre più difficile saper parlare a tutti con un linguaggio così come faceva lui. Era cortesissimo con il suo pubblico. Lo vidi passeggiando con lui a Bologna. La gente aveva con Lucio la familiarità che ha con i grandi artisti». Come accadeva, questo? Perché ognuno lo sentiva e lo sente ancora nel proprio pantheon personale».

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