Luchetti: “Da ateo ho raccontato Papa Francesco e ora ammiro chi crede”

Cinema
Daniele Luchetti

“A Buenos Aires mi sono trovato dentro una storia che mi prendeva tantissimo. Ho pensato che raccontarla fosse qualcosa di necessario” ha detto il regista di “Chiamatemi Francesco”

11.149,40 chilometri è la distanza che intercorre tra Roma e Buenos Aires, una distanza siderale che attraversa tre continenti, unire questi due punti sul mappamondo è molto difficile. Il centro della cristianità e la fine del mondo, la capitale di un impero secolare e una terra colonizzata che sembrano apparentemente distanti ma che una storia come quella di Jeorge Maria Bergoglio può rendere unica.

Lo strumento è un film, netto, chiaroscurale e pulito: Chiamatemi Francesco di Daniele Luchetti, che è uscito nelle sale il 3 dicembre. Chi si aspetta di vedere la biografia di un rivoluzionario ne rimarrà deluso, chi si aspetta di vedere un Garage Olimpo in salsa cattolica anche, perché Luchetti fa una cosa molto semplice: mette al centro la storia di Bergoglio, un uomo del suo tempo immerso nelle contraddizioni tra discernimento, volontà, fede, carità e la politica, la dittatura militare, il conservatorismo delle gerarchie ecclesiastiche. Chiamatemi Francesco è un film biografico che però fa sorgere molte domande, non sulla vita di Bergoglio, ma sul nostro coraggio: cosa faremmo noi in una dittatura militare? Ci faremmo uccidere o tenteremmo di salvare quante più persone possibili nel silenzio della preghiera e della strategia? E dopo? Quanto siamo uomini di azione e quanto di parola?

Pur essendo un film girato da un ateo, si percepisce esattamente quello che un cattolico ha sempre sentito nel pontificato di Francesco, ovvero una lungimiranza figlia dell’intelligenza e della provvidenza. La storia di un uomo, qualunque essa sia, non è mai semplice, non è mai pienamente giudicabile, tanto meno la storia di Papa Francesco, del giovane amante del ballo, del calcio e di quella “puzza del gregge” che rende gli uomini tutti uguali.

La pellicola di Luchetti è girata con estrema cura, non c’è mai un inquadratura fuori posto, la fotografia rende la pienezza di ogni singolo paesaggio, dalla rude periferia di Baires ai marmi dei palazzi del potere e gli attori, Rodrigo de La Serna (il giovane Francesco) non sbagliano un colpo. Ma il valore aggiunto viene dal clima, da quella miscela tra calore, umanità e forza penetrante del film, che lo innalzano non ad una sterile biografia ma ad un forte affresco della contemporaneità. E così quella distanza di centinaia di migliaia di chilometri si riduce e Roma sempre Buenos Aires, i garage di Videla diventano le prigioni di via Tasso, le fosse comuni e gli aerei che si alzano in volo gettando i dissidenti somigliano alle Ardeatine, alla storia che abbiamo sempre celebrato e mai analizzato. Bergoglio è un uomo del suo tempo, sembra dirci Luchetti, che ha fatto al meglio il suo “lavoro” di pastore in un momento in cui venivano uccisi greggi e pastori.

Come è nata l’idea di un film su Papa Francesco?

– L’idea è nata come tanti film che ti propongono, i produttori ti danno uno spunto e devo dire che fare un film sul Papa mi sembrava qualcosa di scontato. Però poi andando a Buenos Aires mi sono trovato dentro un’altra cosa, una storia che mi prendeva tantissimo e quindi ho pensato che raccontarla fosse qualcosa di necessario.

A livello biografico la parte più complessa su Bergoglio è quella degli anni della dittatura militare. Come ha affrontato questo scoglio?

– Mi sono documentato, ho visto processi, ascoltato tutti quelli che c’erano da ascoltare e alla fine mi sono fatto una mia idea che racconto nel film in modo chiaro. Ma rivolto anche la domanda, perché è a mio avviso una cosa complessa capire anche noi cosa facessimo dentro una dittatura. Il film mostra questa storia collettiva, mostra una storia e un personaggio e l’intenzione era quella di aprire settant’anni di una persona ad un pubblico laico. Fare questo è un privilegio.

I tuoi set si sono sempre mossi in Italia, anche lei è dovuto andare alla fine del mondo per girare questo film. Cosa ha significato questa traversata?

– Alla fin fine un grande percorso lo fai un passo alla volta, il set è sempre casa anche se ti porti dietro. Il cinema ha la capacità di portarti nelle avventure, nell’improvvisazione e nella libertà di movimento. Per questo film i collaboratori erano diversi, li dirigevo in un’altra lingua, nonostante questo mi sono sentito sempre a casa.

Di solito quando un laico ateo affronta una storia di santità o di fede ne esce cambiato. Spiritualmente cosa ha messo in discussione in te questo film?

– Da ateo ho iniziato ad ammirare le persone che credono. Anche per le persone di Chiesa che ho incontrato mi hanno dato molto e ho compreso che c’è gente anche là che crede fermamente in tutto e gente che lo fa come un lavoro impiegatizio. E’ sempre un discorso di vocazione, come per quando si vede che un regista crede veramente nel lavoro che produce. In Argentina ho avuto modo di vedere la chiesa latinoamericana che ha mille sfaccettature e svolge un ruolo politico molto forte nel tenere uno stato sociale in piedi, aiutando socialmente i poveri, stando ogni giorno per le strade e per le periferie desolate. Ovviamente fanno battaglie non condivisibili, come quella contro le unioni civili, ma diciamo sono avanti nella pratica del cristianesimo sociale.

E invece con la Chiesa di Roma, che rapporti hai avuto in questi mesi?

– Abbiamo avuto un solo incontro, abbiamo chiesto mille volte di confrontarci col Vaticano, non ci hanno mai risposto non hanno mai voluto nessuno tipo di contatto. Qualche settimana fa abbiamo incontrato il camerlengo del Papa, Tauran, che ha visionato il film e ci ha detto che era veritiero e successivamente ci ha permesso di proiettare il film poi presso la Sala Nervi con 7mila persone. La cosa che mi ha stupito è che in quelle stanze c’è una enorme capacità di accogliere un opinione non conforme. Mentre giravo il film pensavo, che se Bergoglio è questo grande uomo che ho scoperto e che abbiamo raccontato, non potrà che accettare i chiaroscuri che sono stati narrati e troverebbe invece un’opera che lo ritrae come un santino inaccettabile. Infatti è accaduto così.

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