L’orecchio del Grande Fratello Casaleggio: ora ci sono le prove

M5S
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Nel 2014 il gruppo parlamentare sospettò qualcosa sulla sicurezza del sistema di comunicazione interno. Assunse una società per fare controlli. Che però era collegata al fondatore

Un grande orecchio. E un grande fratello, nel senso più orwelliano del termine. Questo sospetto sulla Casaleggio associati è coltivato da anni, fin da dai tempi in cui i 5 Stelle non erano ancora in Parlamento e la società di comunicazione del guru milanese faceva le prove generali con il blog di Antonio Di Pietro e il sito dell’Italia dei valori. Tanto che Di Pietro, superato un iniziale stato di piacevole sorpresa per il successo digitale del partito, tornò un poco sbirro, annusò che qualcosa non gli piaceva, ringraziò gentilmente la Casaleggio e non rinnovò il contratto.

Nel marzo 2013 la rivoluzione 5 Stelle entrò in Parlamento per «aprirlo come una scatola di tonno» ma già dopo un paio di mesi il sospetto, fastidioso, del grande fratello prese forma in tutta la sua perversione anche tra i 163 eletti. Fu la prima crepa di una deriva che in tre anni ha ridotto di circa un quarto il numero dei rappresentanti 5 Stelle (erano 163, sono rimasti 89). Nel tempo altri dettagli si aggiungono a quell’originario sospetto. Torniamo indietro a ottobre 2014. Da settimane accadevano cose strane sulla piattaforma digitale ad esclusivo uso e consumo dei parlamentari Cinque stelle. Gli eletti si riunivano in assemblee infuocate da cui uscivano pezzi di racconti inquietanti – sistema delle mail bloccato, vecchie mail sparite dai server di una trentina di eletti – e il sospetto di un vero e proprio hackeraggio. Qualcuno dei presenti, tutti dissidenti poi usciti dai gruppi alla Camera e al Senato, già allora accusò la Casaleggio Associati per «un presunto controllo dei server».

Poi, in giorni conditi di polemiche, una nota a nome del gruppo parlamentare M5S ammonì che in caso di verifica di «ingressi abusivi nei sistemi informatici» o «qualunque altro utilizzo improprio del server» ci sarebbe stata una «segnalazione all’Autorità». E la Casaleggio Associati intervenne con un post sul blog di Grillo per precisare di non essere coinvolta in alcun modo e annunciando, anzi, una «denuncia contro ignoti per accertare i fatti di natura diffamatoria e lesiva nei confronti della società stessa». Ci furono delle vittime, in quel primo caso di sospetto di spionaggio interno: Paola Pinna e Massimo Artini, diventati poi ex deputati 5 Stelle, finiti nel mirino per una «non corretta gestione del server». Furono espulsi tramite il blog di Grillo dove si sottolineava, tra l’altro, che sarebbe stato «loro inibito l’accesso al Sistema Operativo del Movimento 5 Stelle on line». Sebastiano Barbanti, deputato calabrese, attivista storico poi in fuga deluso e ora al gruppo Misto della Camera, ricorda quel periodo – autunno 2014 – in cui «improvvisamente non fu più possibile accedere alla nostra piattaforma di comunicazione interna parlamentari5stelle.it, black out per almeno due giorni. Anche il più dilettante di noi capì che quella piattaforma non sarebbe più stata un posto sicuro». Barbanti ricorda anche come nell’assemblea ci fu il sospetto («le fu contestato chiaramente») che l’allora capogruppo Paola Carinelli avesse consegnato lei stessa le password di tutti i parlamentari.

Il problema è che le aveva consegnate di nascosto ai legittimi proprietari e, consapevole o meno, ad un emissario della Casaleggio. Un’altra deputata il 27 novembre 2014 scrive una mail (screenshot in pagina) alla capogruppo. «Perchè non dici la verità? Perchè non dici che è per colpa tua se si è piantato il server? Perchè non dici che hai consegnato le password di modifica del server ad un perfetto sconosciuto andando contro le decisioni del direttivo? E perchè non dice che il perfetto sconosciuto è stato segnalato da Casaleggio e lo abbiamo assunto noi con clausole di riservatezza tali per cui doveva riferire solo a noi e non allo staff (della Casaleggio, ndr)? Perchè non dici che questo perfetto sconosciuto ha avuto accesso a tutte le nostre mail?».

Ieri Il Foglio ha raccolto la testimonianza dell’ex 5 Stelle Tancredi Turco. «Nel settembre 2014 – si legge – venimmo a sapere non solo che la Casaleggio associati aveva avuto informazioni sui nostri server di posta elettronica ma capimmo anche che qualcuno aveva da lì potenzialmente accesso al nostro sistema di archiviazione e comunicazione interna».

Il Pd, oltre a denunciare «Casaleggio che spia i suoi parlamentari (Guerini, ndr)», ne fa una questione di sicurezza delle istituzioni parlamentari. «Qui – dice Marina Sereni, vicepresidente della Camera – si mette a rischio la inviolabilità delle comunicazioni personali e il diritto-dovere di ogni parlamentare di esercitare liberamente e secondo coscienza il proprio mandato di rappresentante della Nazione».

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