Londra chiude le porte anche ai cittadini Ue

Dal giornale
epa04903757 English Interior Minister, Theresa May, attends an emergency meeting on border cooperation at the French Interior Ministry, Place Beauvau in Paris, France, 29 August 2015. According to reports European Interior and Transport Ministers met in Paris to discuss the on going refugee crisis, and ways to secure transport routes.  EPA/ETIENNE LAURENT

La ministra May attacca la libera circolazione: no all’ingresso di chi non ha lavoro. E sui migranti insieme a Berlino e Parigi chiede un euro-vertice

«Non starò a menare il can per l’aia. I numeri sono troppo alti». Usa le pagine del Sunday Times per lanciare l’attacco britannico alla libera circolazione nell’Unione Europea. Theresa May, ministra dell’interno del governo Cameron, stavolta non prende di mira i migranti che da Calais – complice l’Eurotunnel – insidiano lo splendido isolamento inglese, ma i migranti con regolare passaporto Ue, quello che appunto dovrebbe garantire in nome di un principio fondativo dell’Unione la possibilità di stabilirsi senza intralci nel territorio degli Stati membri. Il punto però è che Londra è una meta troppo ambita ed «è per questo che la volontà del governo di rinegoziare la relazione della Gran Bretagna con la Ue è così importante». Con un obiettivo in più: contingentare gli ingressi anche dei cittadini Ue senza lavoro. E con questo spirito Londra si unisce anche all’appello di Parigi e Londra per la convocazione urgente di un vertice Ue sull’immigrazione. L’intenzione dichiarata è quella di arrivare presto alla realizzazione di centri di registrazione e identificazione per i migranti che fanno richiesta di asilo, oltre alla compilazione di una lista di Paesi sicuri verso i quali i migranti che non hanno diritto di asilo possono essere rimpatriati. Coordinate necessarie per tenere sotto controllo un fenomeno che in queste settimane ha finito per sembrare un’invasione, forse un embrione di un nuovo sistema di diritto d’asilo europeo. Ma Londra vuole di più, o meglio vuole altro.
«Questo governo ha l’obiettivo di ridurre l’immigrazione una decina di migliaia, ma gli ultimi dati mostrano che siamo a tre volte questo limite, a 330.000», ha spiegato la ministra May. E in questa cifra quello che non va secondo la ministra britannica sono proprio i nuovi arrivi dall’Unione, visto che gli ingressi extracomunitari sono scesi di un buon dieci per cento rispetto al 2010. Non si può dire altrettanto per i cittadini Ue che cercano fortuna in Gran Bretagna e che sono raddoppiati – nel numero anche gli italiani che nell’ultimo anno sono stati 57.000. «Semplicemente insostenibile», secondo May, perché una tale affluenza mette troppa «pressione sulle infrastrutture, come case e trasporti, e i servizi pubblici, come scuole ed ospedali».

Tra le righe trapela l’insofferenza per i «turisti del welfare» contro i quali lo stesso Cameron ha in altre occasioni puntato il dito annunciando una sforbiciata netta, che sarà argomento di discussioni con i colleghi dell’Unione europea nel negoziato che precederà il referendum sulla possibile Brexit: l’idea è quella di tagliare l’accesso ai benefici dello stato sociale per quattro anni ai cittadini Ue, mettendoli alla porta qualora dovessero risultare senza lavoro per sei mesi, mentre per chi lavora non sono previste agevolazioni fiscali per il primo quadriennio e niente assegni familiari, se la famiglia risiede altrove. Theresa May si spinge ancora un po’ più avanti: Londra non intende aprire la porta a chi arriva senza avere già un lavoro, e poco importa se si tratta di cittadini dell’Unione Europea. «Non significa un mancato rispetto del principio di libera circolazione – spiega la ministra -. Quando è stato inizialmente sancita, libera circolazione significava libertà di spostarsi per lavorare, non libertà di attraversare le frontiere per cercare un lavoro o usufruire delle politiche previdenziali». E invece quattro su10 arrivano senza avere un’occupazione e finiscono per pesare sulle tasche del contribuente britannico. Ma anche dei Paesi di provenienza, secondo May. «È emigrato un terzo delle infermiere qualificate del Portogallo, il 20% dei laureati ion medicina della Repubblica ceca, circa 500 medici lasciano la Bulgaria ogni anno».

La confindustria britannica non condivide le preoccupazioni della ministra, anzi semmai teme che un giro di vite possa finire per creare difficoltà agli ospedali e all’edilizia britannica, nonché al reperimento di figure professionali: cercarsele all’estero è più complicato. May però è sicura del fatto suo e attacca anche il trattato di Schengen – al quale la Gran Bretagna non aderisce. Le tragedie dei migranti che hanno costellato l’estate, dice, «sono state esasperate dal sistema europeo della libera circolazione», un’opportunità di cui hanno approfittato le gang criminali. Una prima occasione per parlarne sarà l’eurovertice appena sollecitato. Ma un passo indietro sulla libera circolazione non sarà facile da far digerire.

(Nella foto il ministro dell’Interno, Theresa May. Foto Ansa)

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