L’ombra di Trump sulla conferenza sul clima di Marrakech

Ambiente
santolini

Cosa farà Mister Trump nei prossimi quattro anni, considerando che “contro i cambiamenti climatici non si possono costruire muri” ?

Due opzioni si prospettavano alla squadra dei negoziatori americani di fronte al cataclisma dell’elezione alla Casa Bianca di un Presidente dichiaratamente clima-scettico. Assumere un profilo basso, durante la 22° Conferenza delle Nazioni Unite per il clima (Cop22) a Marrakech, in Marocco, oppure, al contrario, affermare con forza l’importanza dell’applicazione dell’Accordo di Parigi, per il quale Washington ha giocato un ruolo decisivo.

Durante la conferenza stampa di questa seconda settimana di negoziati, hanno scelto la seconda opzione. L’inviato speciale degli Stati Uniti per il cambiamento climatico, Jonathan Pershing, ha affermato che la lotta contro il riscaldamento del pianeta resta una «priorità» del presidente Obama e che «il contesto creato a Parigi riflette la domanda mondiale di azione a favore del clima».

Nominato a capo della squadra dei negoziatori americani lo scorso aprile, non sembra avere nessuna intenzione di lasciare il suo mandato, che durerà fino alla fine del 2020. La dichiarazione del negoziatore, non a caso, ha preceduto l’arrivo del Segretario di Stato americano John Kerry, che con un discorso ispirato, ha rassicurato la platea dei delegati, confermando l’urgenza dell’azione climatica. Citando Churchill «a volte fare del proprio meglio non è abbastanza; dobbiamo fare ciò che è necessario», ha ricordato che «il cambiamento climatico non è un tema su cui ci si può dividere», ma sul quale al contrario «la comunità internazionale non è mai stata così unita» e che «su molti dossier, una volta eletti Presidente, non si hanno più i toni da campagna elettorale».

Dunque, in una situazione scomoda di wait and see, gli americani presenti alla Conferenza sul clima, hanno deciso di continuare la linea Obama sul clima, almeno fino alla scadenza del mandato. Coinvolti insieme ad una ventina di Paesi, tra cui ‘Italia, la Cina e l’India, nella “Mission innovation” lanciata nel novembre 2015, che ha lo scopo di raddoppiare i fondi pubblici nella ricerca e nello sviluppo delle energie rinnovabili al 2020, Whashington si è impegnata a raddoppiare i suoi contributi federali, per una somma di 6,8 miliardi di dollari all’anno. Le autorità federali manterranno fede ai propri impegni? E rispetteranno anche l’impegno finanziario di 3 miliardi di dollari da destinare al Fondo verde per il clima?

A sentire i delegati presenti pare di Sì, e proprio in questi giorni, a ribadire il concetto è stata la stessa Amministrazione Obama, che ha diffuso un comunicato in cui si annunciano nuovi contributi e finanziamenti a progetti green; come a dire che, di fronte all’incertezza sul futuro climatico, rappresentata dal neo presidente Trump, la cosa migliore da fare, è agire. Per il neo Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, il cambiamento climatico è una beffa inventata dai cinesi, e giustifica l’uscita dall’Accordo sul clima; mentre è favorevole a rilanciare lo sfruttamento dei combustibili fossili, soprattutto del carbone nelle regioni deindustrializzate. Se manterrà fede alle sue promesse, ipotecherà l’eredita del suo predecessore Barack Obama, per il quale, al contrario, l’impegno a favore del clima è stato una priorità, sia nelle politiche nazionali che internazionali. In questo clima di incertezza sugli scenari futuri delle politiche climatiche, anche il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, è arrivato in soccorso dell’Accordo di Parigi «la nostra speranza è che il presidente eletto, M. Trump, comprenda la serietà e l’urgenza dell’azione climatica». Mentre oltre sessanta capi di Stato e di governo arrivano a Marrakech da tutto il mondo le discussioni sull’applicazione dell’Accordo di Parigi, sembrano eclissate dalle inquietudini per gli eventuali impegni disattesi degli Stati Uniti contro il riscaldamento climatico.

Come previsto, l’ombra di Donald Trump e il risultato delle elezioni americane monopolizzano tutta l’attenzione, relegando in secondo piano le discussioni tecniche su come attuare l’Accordo di Parigi. Del resto, qui a Marrakech, come nel resto del mondo, la grande questione è cosa farà Mister Trump nei prossimi quattro anni, considerando che, come ha ricordato un delegato messicano, «contro i cambiamenti climatici non si possono costruire muri».

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