Loach e la colpa di essere poveri

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epa05304685 (L-R) British producer Rebecca O'Brien, British screenwriter Paul Laverty, British actress Hayley Squires, British director Ken Loach and British actor Dave Johns arrive for the screening of 'I, Daniel Blake' during the 69th annual Cannes Film Festival, in Cannes, France,13 May 2016. The movie is presented in the Official Competition of the festival which runs from 11 to 22 May.  EPA/JULIEN WARNAND

Presentato a Cannes il film del regista britannico dedicato alla vicenda di un anziano disoccupato costretto a combattere con i computer e con una burocrazia ottusa

Non è un festival per giovani, ma finché i “vecchi” si chiamano Woody Allen, Marco Bellocchio e Ken Loach va bene così. Il compagno Ken compie 80 anni tra un mese (il 17 giugno) e ieri ha presentato in concorso a Cannes l’ennesimo gioiello. I, Daniel Blake («Io, Daniel Blake») è un film incredibile, che ha strappato fiumi di lacrime a molti colleghi. Il vostro voyeur di professione non ha pianto, ma solo perché la compassione per le disgrazie dei personaggi era ferocemente temperata dalla rabbia per le assurdità sociali che il film racconta.

Daniel Blake è un signore anziano interpretato dal solito attore pazzesco che Loach e i suoi complici – la produttrice Rebecca O’Brien e lo sceneggiatore Paul Laverty – hanno scovato in qualche bassofondo di Newcastle, la città dove si svolge la storia. Si chiama Dave Johns, è un comico popolare in Inghilterra per i suoi show teatrali, nel film è fantastico; ed è altrettanto brava la sua partner Hayley Squires, attrice-drammaturga un cui testo (Vera Vera Vera) è stato rappresentato nel glorioso Royal Court Theatre, a Londra. Daniel Blake è un falegname, vedovo, convalescente dopo un infarto. Katie è una madre single con due ragazzini avuti da padri diversi. Si incontrano allo sportello dei servizi sociali, fanno amicizia, si aiutano.

Il film è la storia della loro odissea all’interno della burocrazia britannica: Daniel ha il diritto di ricevere il sussidio di disoccupazione, a condizione però di poter dimostrare: 1) di non essere in grado di lavorare; 2) di essere comunque alla ricerca di un lavoro, il che significa distribuire curriculum, farsi rilasciare ricevute, eccetera. Kafka, al confronto dei burocrati di Sua Maestà, era un dilettante.

Un incubo sociale

Inutile aggiungere che tutte le complicatissime pratiche che Daniel dovrebbe adempiere vanno effettuate online: e Daniel, alla sua età, non ha un computer e non ha la minima idea di come si usa un mouse. La storia di Daniel e Katie diventa ben presto un incubo socia le che t i acchiappa alla gola e non ti molla più: vorresti entrare nel film per aiutare Daniel a usare il computer, per prendere a schiaffi gli impiegati ottusi che lo umiliano, per abbracciare i pochi esseri umani che incrocia nel suo cammino.

C’è un doppio livello di lettura, nella discesa agli inferi di Daniel Blake: il primo riguarda la denuncia di una Gran Bretagna che per crudeltà sociale e accanimento burocratico è peggio dell’Urss di Stalin – o almeno tale appare nel film, ma noi di Ken Loach ci fidiamo… Il secondo riguarda i rapporti umani all’interno di questo sistema infernale, e qui diamo la parola al regista: «Avevo affrontato il tema della povertà in Cathy Come Home, un mio film del 1966. È scioccante scoprire cinquant’anni dopo che le cose sono peggiorate. In tutta Europa, non solo in Gran Bretagna, c’è una consapevole crudeltà nel modo in cui organizziamo le nostre vite. È passato un messaggio terribile: se sei povero, è colpa tua; se non hai lavoro, è colpa tua. Molti politici sembrano non capire la portata di questo dramma. Jeremy Corbyn è la miglior notizia per il Labour dai tempi di Clement Attlee, è un leader che capisce i problemi dei lavoratori mentre tipi come Blair e Brown capivano solo il profumo delle sterline. Ma non a caso il partito e il Parlamento vogliono farlo fuori. Bisognerebbe costruire una nuova sinistra europea, trovare alleanze in Spagna, in Grecia, in Francia (non nomina l’Italia, ndr). È a questo scopo che, secondo me, noi britannici dovremmo votare contro l’uscita dall’Europa: per combattere dall’interno, non certo per salvare una Ue che porta avanti un programma liberal e attacca costantemente i diritti dei lavoratori».

Parlandone da un punto di vista squisitamente cinematografico, I, Daniel Blake è l’opera più estrema che Loach abbia mai fatto. Sembra un distillato del suo cinema, frutto di un prosciugamento che leva tutto il superfluo per lasciare solo l’essenza. Non c’è una sola scena in cui lo spettatore venga distratto da un movimento di macchina, da un’inquadratura bizzarra, da una luce “artistica”. Ci viene in mente Mario Monicelli: quando diresse il suo ultimo film a 91 anni, Le rose del deserto, si dichiarò felice «di essere finalmente riuscito a non avere uno stile».

Ecco, qui Ken Loach è senza stile: il che significa aver raggiunto lo stile più alto, più assoluto, più puro. Siamo ai livelli di Ozu, di Bresson, di De Sica (il film è veramente Umberto D. ai tempi del computer). L’altro paragone che ci assale – ancora più assurdo, in apparenza – è Missione in Manciuria, l’ultimo film di John Ford in cui il maestro del western cancellava ogni piacevolezza avventurosa per concentrarsi solo sulla violenza che determina le relazioni umane. Anche a proposito di Jimmy’s Hall – il precedente film irlandese di Loach – tirammo fuori, anche con lui, il nome di Ford: e Ken ne fu lusingato. Stiamo citando tutti “ultimi film”, ma naturalmente facciamo il tifo perché Ken Loach allunghi a dismisura la sua filmografia: anche se superare la perfezione politica e formale di I, Daniel Blake non sarà facile

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