Lo Stato Islamico e la trappola all’Occidente

Parigi
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Uno dei maggiori pericoli nella lotta contro l’Is è quello di cadere nella tentazione di parlare la loro lingua

Dopo lo shock, la presa di coscienza di una realtà raccapricciante, il cordoglio per gli eventi parigini del 13 novembre, c’è la spinta a reagire.

Tutto l’Occidente, ed in particolare i suoi leader, sono chiamati ad un compito di difficile attuazione: nel momento in cui una risposta “di pancia” asseconderebbe la richiesta di larga parte dell’opinione pubblica, la necessità che si impone è invece quella di una riflessione approfondita, per orientare la reazione al terrorismo e renderla efficace. Questo al fine di non cadere nella trappola dell’IS e di regalare ai suoi scellerati esponenti una seconda, drammatica, vittoria.

Cerchiamo di spiegarci.

La guerra interna all’Islam, che imperversa in Medio Oriente ormai da decenni e vede combattersi musulmani che hanno visioni differenti della propria religione, ha nell’odierno IS (Stato Islamico o Daesh) uno dei suoi attori di punta. La finalità dell’IS è quella di creare uno stato totalmente scevro da influenze occidentali e russe nel territorio che era occupato dall’antico califfato: liberare Siria e Iraq dalle ingerenze straniere e imporre la propria raccapricciante versione oscurantista dell’Islam. Nel far questo è agevolata dalla possibilità di agire in un contesto già totalmente destabilizzato dagli interventi occidentali, mirati soprattuto all’egemonia su luoghi economicamente strategici.

Per ottenere questo risultato l’IS è spinta a fare proseliti ed ingrandire sempre maggiormente le proprie fila, mantenendo aperti due fronti, quello interno (oggi lo stato islamico si estende da Aleppo, nel nord della Siria, alla regione di Diyala, nell’est dell’Iraq: una zona popolata da 6 milioni di persone), e quello proiettato ad azioni terroristiche verso i paesi occidentali, per intimorirli ed indurli ad allentare definitivamente la presa sul Medio Oriente.

Ma gli attentati hanno anche un’ulteriore finalità.

Le ultime stime indicano come in Francia potrebbero essere presenti almeno duemila jihadisti: se questi vogliono ingrossare le proprie fila, nel tentativo di radicarsi ulteriormente sul territorio e combattere una vera e propria guerra, devono portare dalla propria parte quanti più musulmani potenzialmente “scontenti” possibile.

Accrescere quindi l’odio della Francia e dell’Occidente contro la popolazione musulmana, scatenare violente rappresaglie e ritorsioni, ha lo scopo di convertire quanti più individui possibile in soldati per la loro causa.

Gli attentati sono il metodo migliore per attuare questa strategia e rimpinguare le file dei fanatici; ecco perché reazioni come questa del filmato, che mostra un britannico spingere una donna con il velo sui binari della metropolitana a Londra, apparentemente come folle reazione agli attentati in Francia, sono la manifestazione plastica di ciò che il terrorismo vuole ottenere.

Fare di tutta l’erba un fascio inveendo a mezzo stampa contro gli Islamici tout court, invocare invasioni militari senza prima aver elaborato una strategia comune tra i paesi Occidentali e la Russia, esacerbare la critica di intere religioni partendo da letture parziali della realtà storica, sono analoghi atteggiamenti che fanno il gioco dei terroristi.

Alle stesse conclusioni arriva oggi un illuminante articolo di Limes, che approfondisce molto bene i termini della situazione:
“Sarebbe da apprendisti stregoni incoscienti rendere incandescente il nostro clima sociale, provocare risentimenti eccetera. Così regaliamo il controllo delle comunità islamiche occidentali ai terroristi, cedendo alla loro logica dell’odio proprio in casa nostra. Per dirla col linguaggio politico italiano: mostrarci più forti del loro odio non è buonismo complice, è parte della sfida. Il “cattivismo” diventa invece oggettivamente complice perché appunto fa il gioco dello Stato Islamico. (..) Gridare “siamo in guerra!” senza capire quale sia questa guerra, invocando irresponsabili atti di vendetta e reazioni armate, ci fa cadere nell’imboscata jihadista. Proprio lì lo Stato Islamico vuole portarci, per mettere le mani sull’islam europeo ma soprattutto su quello mediorientale. Vuole dividere il terreno in due schieramenti contrapposti, giocando sul fatto che per riflesso i musulmani saranno fatalmente attirati dalla sua parte.”

La mattina dopo il fatidico venerdì 13 Francois Hollande ha dichiarato “la Francia sarà spietata contro gli aggressori”: ciò che un presidente deve dire per arrivare alla pancia delle persone e far sentire che il paese, seppure in ginocchio, vuole e può reagire. La misura in cui questa linea potrebbe essere quella giusta sta tutta nell’interpretazione di quell’ “essere spietato”.

Combattere, infliggendo morte ad una cultura che grazie al martirio fa proseliti, rischia di generare un circolo vizioso per il quale un jihadista eliminato corrisponde ad un numero esponenzialmente maggiore di jihadisti acquisiti dall’Is. Quindi, oltre al richiamo alle armi, questo essere spietati dovrebbe significare fare terra bruciata sotto i piedi dello Stato islamico. Solo attraverso il compattarsi del front anti Is, fino ad oggi storicamente sfilacciato, si può raggiungere tale scopo: inutile dirlo, onde evitare che tutte le potenze in gioco siano mosse da interessi contrapposti e particolari, l’una in competizione con l’altra, è necessario abbandonare del tutto ogni residuo di approccio imperialistico verso quella ghiottissima pozione di mondo.

Per portare una nuova stabilità nell’area in cui il Daesh si sta sedimentando, unica soluzione per togliere carburante ad un nemico mostruoso, bisogna evitare la grande trappola tesa dai terroristi: quella di costringerci a parlare la loro lingua.

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