“Lo chiamavano Jeeg robot”, il supereroe di borgata che fa gridare al miracolo

Cinema
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Il film d’esordio di Gabriele Mainetti con Claudio Santamaria e Luca Marinelli convince un po’ tutti: che sia nato un nuovo grande regista italiano?

Schermata 03-2457452 alle 17.44.21Lo diciamo subito: Lo chiamavano Jeeg robot per noi è un film importante.

La capacità di mettere insieme una pellicola smaccatamente pop con uno sguardo autoriale è una dote abbastanza rara nel cinema italiano; Gabriele Mainetti ci riesce al primo colpo, con la storia, apparentemente improbabile, di un supereroe di borgata.

La vicenda di Enzo, piccolo delinquente della periferia romana che subisce una mutazione dopo essersi tuffato nel Tevere, è raccontata tramite una commistione di suggestioni cinematografiche che si armonizzano perfettamente. Evitando, come un equilibrista, i facili baratri di un’operazione del genere, Mainetti riesce a: modellare la sua opera sulla struttura di un film di supereroi; integrarla con il racconto di personaggi appartenenti al sottoproletariato (la critica ha parlato di un mondo post Claudio Caligari); immettere nella narrazione alcuni elementi tipici del gangster drama alla Romanzo criminale; richiamare un immaginario che coniuga i manga (Jeeg Robot d’acciaio) con gli eroi della Marvel. E la cosa fondamentale è che tutte queste caratteristiche si uniscono in un organismo vitale, che assume un significato drasticamente nuovo rispetto ai singoli elementi che lo compongono; questo significa riuscire a esprimere un proprio stile: in una parola, rinnovare.

Memore dell’insegnamento dei Manetti Bros., il regista mette in scena un personaggio con poteri sovrannaturali (in questo caso un supereroe di generica derivazione americana) in un contesto realisticamente nostrano. Le coordinate di questo cortocircuito sono tutte tracciate nella scena in cui Enzo Ceccotti/Claudio Santamaria si rende conto di avere dei superpoteri e, come atto fondativo della sua trasformazione, sradica tragicomicamente un bancomat da un muro; azione poi immortalata in alcuni stencil in giro per la città: vero e proprio tocco di classe autocitazionista.

 

Ma oltre all’idea che la informa, la pellicola è convincente anche nella sua realizzazione. Dalle performance ispirate dei suoi interpreti – il già citato Santamaria, Luca Marinelli nei panni dell’antagonista principale, la sorpresa Ilenia Pastorelli – alla colonna sonora, perfettamente organica alla narrazione, di Michele Braga e dello stesso regista.

È facile imbattersi in interviste in cui Mainetti confessa le grandi difficoltà nel girare il film, il fatto che molti produttori avessero reputato la sua idea folle; in quest’ottica Lo chiamavano Jeeg robot si riempie di un’ulteriore valenza simbolica: il fermento artistico non può sottostare a logiche di mercato o a diktat imposti dall’alto. E chissà che questa lezione non possa dare vita a una nuova primavera del cinema italiano; quello che non si accontenta dell’elitarsimo, che non rifugge in un astratto idealismo estetico: quello, in sostanza, che non ha paura di confrontarsi con la realtà particolare in cui siamo immersi, per arrivare a tutti.

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