L’Italia, il terrorismo, la sinistra. Gentiloni: “Perché non parlo di guerra”

Terrorismo
Il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Paolo Gentiloni durante la trasmissione di Rai Tre 'In Mezz'ora', Roma 09 Novembre 2014. ANSA/ FABIO FRUSTACI

Riunione del Pd con il ministro, Cuperlo, Annunziata, Amendola, Tarquinio

Ne servirebbero cento di incontri come quello che si è svolto alla Camera dei deputati per cercare di capire che sta succedendo dopo “la notte parigina che resterà scolpita nella Storia”, come dice Gianni Cuperlo (organizzatore della riunione). Il Pd ci prova, a mettere insieme brandelli di ragionamento e lo fa insieme ad interlocutori non di partito. E infatti oggi, con Cuperlo, c’erano il direttore di Avvenire Marco Tarquinio e la direttrice di Huffington Post Lucia Annunziata, insieme al responsabile Esteri del Pd Enzo Amendola e soprattutto il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni.

Il titolare della Farnesina, che ha concluso la riunione, ha voluto chiarire il senso delle sue affermazioni sull’uso della parola “guerra”: “L’ho detto stamattina in una scuola dove sono andato a parlare: se fossimo in guerra, voi sareste arruolati… Io dico che noi certamente combattiamo contro il terrorismo. Secondo me non bisogna dare il messaggio che siamo in guerra, tantomeno in una guerra contro l’Islam, meno ancora in una guerra contro i rifugiati”.

E’ ovvio che siamo su un crinale, anche semantico, estremamente difficile, inedito. Non siamo più nel Novecento. Le cose sono, come si dice, più complicate. Il ragionamento di Gentiloni, infatti, è complesso. “Fra gli studenti – dice – mi ha colpito la percezione della paura, non va sottovalutato il clima di questi giorni che sta creando una preoccupazione molto forte”. Dinanzi alla quale la politica – il governo del Paese – deve cercare di fornire risposte “rassicuranti”.

Equilibrio, dunque. Che non vuol dire rinuncia – al contrario- a mostrare “l’orgoglio dell’Occidente, nel senso dei suoi valori, la democrazia, la tolleranza, il rispetto della donna”: anche qui, ha detto Gentiloni rivolgendosi a Cuperlo, “c’è il ruolo della sinistra“: nell’animare la lotta al terrore con i suoi principi.

Il punto di partenza è che “l’Italia è importante nel gioco internazionale, sta tornando a essere dentro questa dinamica, dopo anni in cui si era un po’ tirata fuori”: lo si vede nella qualità della presenza militare, nella “classifica” del commercio. Lo si vede in Iraq, “dove siamo determinanti”, cioè in un Paese in cui “il gioco è tutto politico”, delicatissimo, difficilissimo; o in Siria, dove “la soluzione non può essere solo militare, l’Italia lo diceva già due anni fa con Emma Bonino, un po’ sola a dire il vero, e oggi lo dicono tutti, lo dice l’America che bisogna evitare l’errore che fu fatto in Iraq”. Quindi, “gli strike non risolvono il problema”, la sola “via d’uscita è politica”. E in questo processo bisognerà trovare il modo di un coinvolgimento anche della Russia.

Questa è la sostanza della “linea” del governo Renzi. Che in precedenza Lucia Annunciata, pur apprezzandola, aveva definito con ironica espressione romanesca “la politica del sorcio che spera che il gatto non lo veda…”, una “linea” di grande prudenza opposta all’opzione che per la giornalista è discutibilissima: “Un intervento determinerebbe altra destabilizzazione – ha detto Annunziata – questa guerra è inefficace, non ci sono più obiettivi da bombardare: stanno bombardando il nulla, come è successo all’Italia in Kosovo quando, come mi ha detto un generale, finiti gli obiettivi bombardavano più volte la stessa cosa”.

La direttrice di Huffington Post ha anche accennato alla immediata prospettiva politica: “Questa guerra-non guerra rafforza i governi nazionali a forte leadership ma i governi forti sono molto accettati nel breve periodo, poi basta un cambio nell’opinione pubblica per mutare rapidamente la situazione: per questo chi dice oggi ‘bastardi islamici’ alle amministrative rischia di vincere…“.

Amendola ha tracciato un quadro estremamente mosso della situazione, nella quale è in corso “una lotta per l’egemonia all’interno dell’Islam condotta in modo assolutamente violento” con un’evidente salto di qualità “in 10 mesi, da Charlie Hebdo al 13 novembre”. In questa situazione parole-chiave tipiche dei decenni precedenti come “deterrenza” oggi non vanno più bene, “c’è bisogno di qualcosa di più”, un qualcosa che “obblighi alla trattativa”, altro che “scarponi sul terreno”: occorre, ancora una volta (ma in forme nuove rispetto alla tradizionale azione politico-diplomatica) che la parola torni alla politica.

Che è per larghi aspetti anche la posizione di Marco Tarquinio, che ha svolto un lucido discorso sulla natura dell’azione degli arabi “che ragionano più sul tempo che non sullo spazio” e dunque misurano le proprie azioni su un metro molto diverso da noi, “loro mettono in moto un processo”: ed è – così lo interpretiamo noi – come se non avessero fretta di vincere. Per questo – dice il direttore di Avvenire – “colpiscono la Francia, perché è dentro il tempo della guerra islamica“, originata forse dall’ormai lontano conflitto algerino del ’91, la guerra civile, la lotta fra Islam e democrazia. Serve dunque il dialogo, “la diplomazia pontificia”, ma un dialogo che si esprima con “un alfabeto diverso” da quello tradizionale. Un “alfabeto” che probabilmente non c’è ancora. La riflessione continua.

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