L’Isis e cosa resta dell’Europa

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L’Europa deve accorgersi del terremoto che le sta togliendo il terreno sotto i piedi: l’Isis è affar suo (anche l’Ucraina lo era)

Ieri, nell’anniversario degli attentati di novembre a Parigi, il primo ministro francese Manuel Valls scriveva che “in materia di Difesa, non possono più esserci passeggeri clandestini. Siamo tutti sulla stessa barca! La Francia assume oggi una grossa parte dello sforzo, per colpire Daesh nelle sue roccaforti, in Iraq e in Siria, e combattere i gruppi jihadisti in Africa. Non può essere l’unica”. È un motivo ricorrente in Valls (e in Hollande).

È un motivo ricorrente in Valls (e in Hollande) quello della Francia «lasciata sola» a battersi per conto dell’Europa nel Sahel e nel Vicino Oriente, e a «salvare l’onore dell’Europa», come disse Jean-Claude Juncker facendogli eco. Valls vi aggiunge ora la considerazione che «gli Stati Uniti sono sempre meno coinvolti nelle questioni mondiali». Questa lubrificata frase vuol dire che con Trump nessuno, tanto meno Trump, ha la minima idea su che cosa faranno gli Stati Uniti nel mondo. Dunque la cosa più ragionevole e più urgente è di immaginare che dia davvero seguito ai proclami sul ridimensionamento della Nato e procurarsi gli strumenti per debellare l’Isis, che dopotutto è un problema europeo infinitamente più di quanto sia americano. Europeo come il Bataclan, e come i fuggiaschi che premono ai nostri confini. L’elezione di Trump è venuta nel pieno di una controffensiva per la liberazione di Mosul dall’Isis attesa da oltre due anni, e raddoppiata dall’operazione per isolare Raqqa. Sono le due capitali dell’Isis in Iraq e in Siria. Si era pensato che l’offensiva fosse stata lanciata per decorare la fine del mandato di Obama, o per anticipare la linea più risoluta che Hillary prometteva di tenere. Ora l’affare è passato a Trump, tanto più che è piuttosto escluso che Mosul sia liberata da qui al cambio alla Casa Bianca. Un giornalismo mediamente cialtrone aveva dato Mosul pressoché per conquistata una dozzina di giorni fa, quando la forza speciale «antiterrorismo» irachena era appena entrata nei sobborghi della sponda est del Tigri, la meno difendibile da parte dell’Isis.

Da allora l’avanzata non ha fatto sostanziali passi avanti e a volte ne ha fatti indietro, colpita dalle autobombe e gli attaccanti suicidi dell’Isis sbucati fuori dalle gallerie sotterranee o nascosti nelle case.

La battaglia di Mosul durerà a lungo e a ogni giorno cresce la minaccia spaventosa che incombe su una popolazione che ancora supera il milione. Tutto ciò era previsto. Gli attacchi aerei sono largamente frustrati quando i bersagli si nascondono dentro una folla di civili, e in una folla di civili che vi corre incontro sventolando stracci bianchi è difficile distinguere i fuggiaschi dagli attentatori suicidi, specialmente se sono bambini violentati a questo. Si sapeva anche che le truppe in campo contro l’Isis non sono le meglio addestrate alla specie di estrema guerriglia urbana che Mosul impone. L’Iraq di Saddam aveva un reparto speciale agguerrito per la repressione urbana, dissolto come l’insieme dell’esercito, e l’antiterrorismo addestrato dagli americani manca di una pratica sul campo. Ramadi fu liberata radendola pressoché al suolo. Gli stessi peshmerga, che non operano a Mosul, erano campioni di guerra partigiana sulle montagne ma non hanno esperienza di guerriglia di città. Su questa situazione –dove l’Isis moltiplica la ferocia esemplare del terrore, come nei corpi impiccati ai semafori di cui avete sentitoincombe l’incognita della vittoria di Trump.

Delle cose che aveva annunciato in campagna elettorale son piene le fosse, davvero. L’offensiva di Mosul era un disastro, lui avrebbe fatto fuori l’Isis in 30 giorni, bisognava smettere di proteggere degli infidi nemici di Assad e lasciar fare a lui e a Putin… E far pagare il conto agli alleati, e indurli, chi non ce l’ha, a dotarsi della bomba atomica, per esempio l’Arabia Saudita. Lungi dall’essere una battuta, è la prospettiva più verosimile per la Corea del Sud e per lo stesso Giappone, una volta che non si senta più difeso dagli Stati Uniti. Comunque vada, l’Europa, in corsa qua e là per emulare un risultato elettorale come quello americano dopo averlo anticipato, quel che resta dell’Europa, diciamo, deve accorgersi del terremoto che le sta togliendo il terreno sotto i piedi. L’Isis è affar suo (anche l’Ucraina lo era).

Nella ritirata eventualmente suonata da Trump sono compresi i colpi di testa internazionali cui ricorrere per rimediare ai disastri della ritirata. All’interno, almeno per due anni Trump non ha un’opposizione che ne limi il potere. All’estero, non ce l’ha per definizione. La gente del Dipartimento di Stato, del Pentagono, dell’Intelligence, lo calmerà, si dice, faranno finta di obbedire e invece no, o solo un poco… Magnifica prospettiva. Intanto Trump può forse investire Vladimir Putin, il protettore di Milosevic e di Bashar el Assad, della missione di gendarme del mondo. Non è una sua personale pazzia: da noi in tanti non vedevano l’ora, a destra e a sinistra.

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