L’Isis distrugge il monastero difeso da padre Dall’Oglio

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+++ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA+++ I militanti dell'Isis distruggono il monastero cattolico di Mar Elian a Qaryqatayn, vicino a Homs in Siria, costruito nel quinto secolo dopo Cristo, in una foto diffusa dall'Isis e pubblicata sul sito Justpaste.it

Le ruspe a Mar Elian, fondato 1500 anni fa. Allarme Unesco: il 90 per cento dei siti archeologici siriani nelle mani dello Stato Islamico

La furia iconoclasta dei jihadisti non si placa. Nelle terre soggiogate dal Califfato non c’è spazio per il passato né una speranza per un futuro che sia altro dall’applicazione più brutale della «dittatura della sharia». Dopo Palmira, Mar Elian. Miliziani dell’Isis avrebbero distrutto il monastero cattolico di Mar Elian a Qaryatayn, vicino a Homs in Siria, costruito nel quinto secolo dopo Cristo. Ad annunciare il nuovo scempio sono gli stessi uomini del califfo Abu Bakr al- Baghdadi, che hanno diffuso immagini con i bulldozer al lavoro tra le rovine dello storico luogo. La notizia è stata diffusa dal sito on-line d’informazione arabo Al-Ahed Il monastero di Mar Elian rappresentava una filiazione del monastero di Deir Mar Musa al Habashi che era stato rifondato una decina di anni fa dal gesuita italiano Paolo Dall’Oglio, rapito il 29 luglio 2013 mentre si trovava a Raqqa, e che lo stesso Dall’Oglio aveva contribuito a far restaurare.

La località di Al Qariatayn è un punto strategico, vicino alla strada che collega l’antica città di Palmira con le montagne Qalamoun, lungo il confine con il Libano, in una zona ricca di giacimenti. Dopo la conquista della cittadina, gli jihadisti aveva rapito 230 civili, tra cui almeno 60 cristiani, comprese donne e bambini. Di questi, 48 sono stati rilasciati mentre 110 sono stati trasferiti nella provincia di Raqqa, cuore dello Stato islamico. Non si sa invece il destino degli altri 70 presi in ostaggio. Il monastero, considerato uno dei centri cattolici più importanti della Siria, era stato ricostruito a diverse riprese nel corso dei secoli e accoglieva ogni anno il 9 settembre in occasione della festa del santo, migliaia di pellegrini. Il responsabile del monastero, padre Jacques Mouraud, è stato rapito nel maggio scorso, probabilmente dall’Isis stessa. A dar conto delle dimensioni del genocidio culturale messo in pratica dalle milizie al soldo di al-Baghdadi, è un rapporto dell’Unesco, pubblicato a luglio. La definizione più forte, drammatica, dello scempio in atto, in Siria e Iraq, viene dal direttore dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, Irina Bikova: «pulizia etnica culturale». Una pulizia a tappeto, sempre più estesa, sempre più invasiva, visto che ad oggi «l’Isis controlla il 20 per cento dei 12mila siti archeologici dell’Iraq» e il 90 per cento di quelli in Siria. La distruzione dei reperti, ricorda Bikova, è una violazione della risoluzione 2199 del Consiglio di sicurezza, che «condanna la distruzione del patrimonio culturale e adotta misure legalmente vincolanti per contrastare il traffico illecito di oggetti antichi dall’Iraq e dalla Siria».

Ideologia e affari: annientamento culturale e centinaia di milioni di dollari che entrano nelle casse dello Stato islamico. Tutto si tiene nel modus operandi del «Califfo Ibrahim». I servizi iracheni stanno analizzando gli hardware dell’Isis per capire che ruolo stanno giocano gli estremisti sunniti nel mercato nero delle antichità siriane. L’archeologo Sam Hardy dell’University College London ha spiegato che i terroristi hanno tre modi di gestire il traffico di reperti: impostando la rete di smercio, offrendo servizi per il contrabbando oppure esigendo una sorta di pizzo per questa attività illegale. Basta Facebook per avere un frammento di stele babilonese: il milione di euro, dato in cambio, arriverà dritto nelle mani dell’Isis.

Lo scorso aprile a New York un compratore anonimo ha acquistato per 605mila dollari un cilindro di argilla con caratteri cuneiformi incisi di 2 millenni e mezzo fa, appartenuto al sovrano babilonese Nabucodonosor, e di dubbia provenienza. Il timore è che la profanazione e la distruzione di siti archeologici, reperti ed altro – proprio come avvenne durante il Terzo Reich – possa propagarsi anche in altri territori e Stati. D’altro canto, per fermare la «pulizia etnica culturale» non bastano gli appelli, non servono le parole. Occorrono scelte concrete, impegnative da parte della Comunità internazionale. E in questa direzione va la proposta italiana di creare i «Caschi blu della cultura». Una proposta, ricorda in una intervista all’Avvenire il ministro per i Beni e affari culturali Dario Franceschini, «che ha registrato un grande consenso alla riunione degli 83 ministri della Cultura tenuta a fine luglio all’Expo, che è diventata una risoluzione da noi portata in sede Onu e che ora, al Consiglio dell’Unesco del 9 ottobre, potrà prendere forma in un piano definito».

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