L’inno del corpo sciolto in tv: orrori trash spacciati per verità

Televisione
Barbara-DUrso

Dall’ecografia in diretta su Striscia alla cronaca telenovela noir di Barbara D’Urso. Le mostruosità televisive nei programmi di ogni network, fino ai servizi taroccati nei tg

Non bastassero come metafore quelle del museo degli orrori, e della discarica di maleodoranti macerie visive, potremmo immaginarci le scene cui assistiamo ogni giorno nei palinsesti tv come una pioggia di dardi avvelenati, che si infliggono nelle nostre coscienze, sulle retine, lasciandoci stremati e col capo reclino come nel famoso supplizio di San Sebastiano di van Honthorst. Confronto inquietante, non c’è che dire, ma nemmeno tanto distante dall’effetto che ottengono su di noi la tele-paccottiglia spacciata per “verità”, l’informazione in “tempo reale” che è più illusoria di un ologramma al computer, la pubblicità martellante che scambia le nostre teste per cesti porta-oggetti, il “realitismo” di tanti show che sembrano smascherare le finzioni e offrirci il nucleo autentico delle cose un tanto al chilo. Siamo assediati, bombardati, saturati da contenuti senza senso, incessanti pornografie del dolore, dettagli morbosi, da un giornalismo asfittico e velinaro, da un consumismo delle immagini che ci fa ritrovare più isolati, fantasmatici e traditi che mai dagli stimoli ottici che circolano in rete e sugli schermi. Una Hiroshima delle anime. Un Ebola dell’attenzione. Una pioggia sporca, comunque.

Enumeriamo, scrostiamo, penetriamo, tagliuzziamo la cipolla della verità, ma piangiamo solo lacrime di scena. Capire poi, è quasi impossibile. Aggiorniamo ogni sacrosanto giorno la conta degli invisibili che crepano in mare nel tentativo di salvarsi da fame ed eccidi, ma nessuno ha mai visto le loro spoglie straziate, nessuno ha rispetto delle loro storie e dei loro affetti. A Striscia la notizia una Michelle Hunzicker, fintamente preoccupata dai pettegolezzi su una sua nuova maternità, si fa fare l’ecografia in diretta in cui, tranquillamente, si vede, nelle screziature bianconere del visore, quello che un premuroso ginecologo definisce «un utero perfetto». In una delle ultime puntate di Uomini e Donne, trasmissione pomeridiana ormai ventennale di Maria De Filippi su Canale5 dove esibizionismi e ambiguità si rincorrono in trame stracolme di “beep” in fascia protetta, si sospetta che il gonfiore sul labbro superiore di una corteggiatrice ultrasessantenne possa essere causato da un filler di botox e non da un herpes: apriti cielo, deve intervenire una truccatrice dal dietro le quinte per struccare l’incartapecorita bocca in una superzoomata della regiadetective, e risolvere l’arcano che, altrimenti, ci avrebbe angustiato nei secoli…

A Pomeriggio 5, alla corte di Barbara D’Urso, regina del sentimentalismo e della cronaca trasformata in telenovela noir, da tempo è ormai scoccata l’ora delle gravidanze di ignote starlette seguite passo passo e con l’immancabile contributo dei bambini portati spietatamente davanti alle telecamere; delle diete d’urto di super-ciccione che frullano in bell’evidenza nel mezzo di torturanti sedute di fitness e piscina, e con la bilancia-totem che ne sancisce la perfida sconfitta; delle missioni “umanitarie” della padrona di casa ormai ben esercitata nell’arte di raccogliere consensi al suo buon cuore, far incontrare debitori e creditori come nel caso di Marco Baldini, rendere eclatanti temi controversi o vertenze testamentarie senza che nemmeno un alito di verità si sprigioni da alterchi e millantate equidistanze. Ma per le “comari” e le “stiratrici” cui la D’Urso dice di dedicare ogni puntata, questo e altro vanno più che bene. Come per Caterina Balivo e Antonella Clerici che ancora ci ammanniscono i doppi sensi da commediola-pulp in siparietti dove furoreggiano allusioni a banane, uccelli, salami e quant’altro il trash tardogoldoniano di questa epoca mediatica allo sfascio ci sa offrire. Come se pensassimo, insomma, sempre e solo a quello…

Il grande Paul Virilio nel suo intramontabile (a dieci anni dalla prima pubblicazione in Francia) L’arte dell’accecamento (Raffaello Cortina editore), segnala che siamo di fronte a una infinita decostruzione dettata dalle immagini serializzate e dalle griglie comunicazionali che non porta a nient’altro se non a uno spezzettamento, a una delirante segmentazione di ogni possibile rappresentazione estetica o politica del mondo che ci circonda, dal cui suolo fenomenologico, fatto di vere passioni, condivisioni e sensibilità, un cittadino sempre più trasformato in «infermo universale», in uno zombie decerebrato e impastato di marmellata televisiva, prende congedo inesorabilmente. Vittima di una «siderazione», dice il filosofo, di una «glaciazione», di una «deambulazione demenziale». Basti pensare anche alle scatole cinesi dell’entertainment internazionale che non prevedono una dissimile creatività rispetto ai format di casa nostra, come nel disgusting di Killer Karaoke dove si deve continuare a cantare costi quel costi, con le ascelle sudate di due lottatori sumo in faccia o con la testa ficcata in una teca piena di scarafaggi e scorpioni, subendo scariche elettriche o immersi in baby-piscine dove si divincolano le chele della più strana fauna ittica. O come sul canale satellitare DMAX dove Body Invaders si basa niente di meno che su oggetti che finiscono casualmente nel corpo, con le descrizioni degli interventi chirurgici per estruderli col laser e mini-forcipi, e le solite reazioni dei pazienti e dei parenti. In una puntata, un bambino viene operato perché si era ingoiato le “calamitine” che il padre collezionava appiccicandole sul portello del frigo, mentre un falegname subisce una micro-sutura delicatissima (tutta ripresa per il piacere del telespettatore) sulla retina dell’occhio scalfita da una scheggia di legno volata da un ciocco che l’uomo stava limando. Percorso del tutto analogo a BodyBizarre su Real Time dove dominano incontrastati gli elephant-men della porta accanto, le teratologie più orribili, le multiorgasmie, le microsomie, le tare genetiche eternamente sospese fra pietismo, stupore e prognosi riservate. Di fronte a queste mostruosità da Guinness, allo sversamento di questo particolato subculturale, come può, allora, l’allegra società Delitti&Diletti, non essere sempre sul pezzo? E non è un cartoccio di dati la gragnuola di frattaglie di pollo e di capocchie di spillo in cui sono riconvertiti gli ammazzamenti delle nostre città, atomizzati dai pomeriggi lassativi barbaradursiani dove si rattoppa ogni, ma proprio “ogni” giorno, l’insieme di un caso con pseudo-reportage dalle zone dell’omicidio, in cui si va a chiedere opinioni pure a vicini e negozianti, passanti e cugini di quinto grado della vittima, ciurlando nel manico per ore, giorni, settimane, spaccando il capello in 400 parti, facendo quasi degli interrogatori incalzanti a chi sembra sappia qualcosa e viene coinvolto nei collegamenti, con tutto un materiale giudiziario preso o anticipato dalle udienze, che ne risulta così irrimediabilmente decontestualizzato? Con tutto un materiale, cioè, che un tempo era non solo appannaggio di organi inquirenti e di avveduti giornalisti di “nera”, ma soprattutto non era l’assillo diuturno delle tele-cricche e dei gestori della paura che mirano solo a sodomie populiste.

Ma il vero pallottoliere si trova in quei grandi serbatoi di tele-utenza full time come Sky Calcio, dove signoreggiano i veri scienziati del pallone, trapanisti e cavadenti, rigorosamente in stile british, che fanno dire all’evento sportivo tutto ciò che, con un ben diverso baricentro informativo, non susciterebbe il benché minimo interesse. Sono telecronisti, opinionisti, moviolisti, esperti di calciomercato, esperti uno ad uno dei campionati europei più importanti, come fossero cattedre universitarie, agiografi che girano il mondo per fare la vita dei santi dei pibe de oro più famosi della storia, inviati a bordo campo, ex arbitri a riposo, scrittoritifosi alla Mughini, direttori di giornali, esperti di tattiche, mogli di bomber inspiegabilmente calciofile anch’esse, procacciatori di notizie su Internet, allenatori e procuratori: una abbazia cistercense dove, in modo certosino, si fascicola giornalmente una mole pomposa di fatti e fatterelli da vera dissenteria mentale. Vita sotto osservazione, dunque, infibulata e salassata nelle camere stagne della tele-riconversione, che ritrova un soprassalto in una frastornante aritmetica di dati che rinnegano ogni totalità calda. Ontologia come antologia.

La frantumazione di tutti i contenuti, presunti seri e di intrattenimento, è un diluvio di gocce senza più un bacino di raccolta. O di scoop dell’ultim’ora, come quello enfaticamente presentato l’11 gennaio in apertura al Tg4 e su La7 in merito ai fatti di Colonia. Un documento spacciato come «esclusivo» (la D’Urso abusa costantemente di questo termine) ritraeva una donna apparentemente accerchiata e palpeggiata. Julia Leeb, la giornalista che vi appare, ha subito smentito sul suo account Facebook la notizia tarocca, che il Tg4 aveva anche caricato di un femmineo strilletto inesistente nell’originale. Non era Colonia, era Il Cairo. E non era il 2015, ma il 2012. Il volto compunto di Mentana mentre lancia lo storico servizio è da annali. Striscia sgama il tutto, ma è inutile dire che nessun clamore è stato sollevato. Tutto è spettacolo signori miei, le muffe del mainstream vengono spazzolate dalla Satira e gli afrori risfiatano nel ventre marcio di un’opinione pubblica sordociecomuta. Siamo un popolo abituato al gelo del Grande Inganno.

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