Linguistica, impegno civile e apertura mentale: ecco chi era Tullio De Mauro

Cultura
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Instancabile studioso, tra i massimi linguisti italiani dal dopoguerra ad oggi, De Mauro era anche costantemente impegnato nell’innalzare il livello culturale del nostro paese

“Sembrerebbe, oggi sempre di più, che non solo, come diceva Ludwig Wittgenstein, un linguaggio sia una forma di vita: ma che il linguaggio sia LA forma della vita. Là dove c’è qualcosa che vive, c’è qualcosa che comunica.” È su questa incrollabile convinzione, esplicitata a più riprese durante gli anni, che Tullio De Mauro ha costruito non solo la sua carriera, ma tutta la sua vita. Una storia costellata dall’impegno civico e politico; dalla strenua battaglia pedagogica in nome dell’innalzamento culturale di un intero paese; dal costante lavoro teoretico che lo ha reso uno dei più importanti intellettuali italiani del dopoguerra.

Ferdinand de Saussure

Ferdinand de Saussure

Tullio De Mauro ha condotto ricerche di linguistica indoeuropea, storia linguistica italiana, semantica storica e teorica, sintassi greca, storia delle idee e ricerche linguistiche, filosofia del linguaggio, educazione linguistica. Da vari anni si occupava di teoria e analisi della comprensione del linguaggio, con ricerche e sperimentazioni anche pratico-applicative.
Molti lo hanno incontrato durante i loro studi attraverso il Corso di Linguistica Generale di Ferdinand de Saussure, da lui tradotto e implementato tramite una fondamentale introduzione e un esaustivo corpus di note.
Formatosi seguendo i corsi di Glottologia all’università di Roma negli anni ’50 con il professor Antonino Pagliaro – che reintrodusse, tra i primi in Italia, lo studio di De Saussure – De Mauro, anche grazie alla frequentazione con il linguista e logico matematico Mario Lucidi, perviene a una nuova e più fedele interpretazione del pensiero del celebre linguista svizzero.
In maniera particolare riesce a far luce sul fraintendimento di fondo che vedeva in De Saussure il teorico del predominio del “sistema linguaggio” sulla comunità dei parlanti: della ‘langue’ rispetto alla ‘parole’, per metterla nei termini del pensatore ginevrino.
Rovesciando questo rapporto gerarchico, e facendolo interagire con le recenti conquiste della linguistica strutturalista e generativista, De Mauro restituisce a De Saussure un pensiero che vede la lingua come qualcosa di mutevole e vivo: il traguardo verso cui possono convergere in modo mutevole (e perfino contraddittorio) i parlanti: la “sedimentazione idealizzata e idealizzabile di bisogni espressivi che animano gli individui concreti”.

Fortemente interessato agli aspetti linguistico-culturali della società italiana dopo l’unità – tema al quale è dedicata la sua Storia linguistica dell’Italia unita (1963)- negli anni ottanta si dedica maggiormente agli studi sociologici, indagando le connessioni tra lo sviluppo dei sistemi comunicativi e l’evoluzione della civiltà moderna (Guida all’uso delle parole, 1980; Minisemantica dei linguaggi non-verbali e delle lingue, 1982; Ai margini del linguaggio, 1984).
La profondità del suo sguardo, che riesce a eludere la settorialità di certi ambiti d’indagine, lo eleva al rango di filosofo, portandolo a sfatare due falsi miti edificati dai linguisti contemporanei: la credenza che in ogni paese ci sia una sola lingua ‘nativa’, e l’apparente natura monolitica delle lingue, concepite quasi come sistemi chiusi. Secondo De Mauro, in ogni paese del globo si può appurare la storica compresenza di varie lingue native; inoltre, la grande ondata migratoria dal sud al nord del mondo ha messo in atto una consistente e generalizzata ibridazione linguistica. Il carattere multilinguistico della realtà è, quindi, un dato empirico di evidenza lampante, certificato, tra l’altro, dal sito ethnologue, che ha censito più di 6700 lingue. “Dobbiamo riflettere – ebbe a dire una volta – sul fatto che ci sono fenomeni di oscillazione continua nelle lingue, che non sono monoliti, anzi: ognuna è un campo di forze contrapposte che la rendono tumultuosa – come diceva De Saussure”. Si tratta di un pensiero che rivela un’indole ben precisa: quella di chi non accetta chiusura ed è capace di accogliere l'”altro”, accettando l’ibridazione come elemento fondante di qualsiasi principio.

Sotto la guida di De Mauro si sono formati generazioni di intellettuali, molti dei quali hanno tributato la loro stima verso il professore una volta appreso della sua morte; tra questi anche lo scrittore e giornalista Christian Raimo, che sulla sua pagina facebook lo ricorda così: “Un esempio instancabile, sempre critico, autocritico, di rigore, di metodo per la ricerca, di tenacia, di dialettica, di intelligenza, di morale pubblica, di fiducia nelle capacità delle persone, di speranza per come può trasformarsi un paese, di pura passione per la conoscenza. Se l’Italia è stata un posto più vivibile e bello in questi ultimi anni è stato anche molto grazie a persone come Tullio De Mauro (…) Sarà davvero difficile portarne l’eredità senza sentire la sua voce esigente (su ogni parola, su ogni concetto, su ogni iniziativa pubblica), ma è anche impossibile dimenticare l’ironia, la disponibilità e l’affetto che dimostrava anche per il più allocco dei suoi studenti, tipo me.”

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