Libia, ore d’ansia nel mosaico impazzito di un ex Stato

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Una delle foto del lungo convoglio di pickup con a bordo uomini armati e incappucciati e bandiere nere dell'Isis, pubblicate da un sito jihadista, El Minbar, con il titolo "Dimostrazione dell'esercito dello Stato islamico nello stato di Barqa", nome arabo della Cirenaica, la regione orientale della Libia, Il Cairo, 17 Novembre 2014. ANSA/ WEB/ EL MINBAR

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Due governi e Parlamenti contrapposti, l’Isis, al Qaida, miliziani armati e lotte intertribali

Sono ore d’ansia per le sorti dei quattro italiani rapiti in Libia, nei pressi del compound dell’Eni nella zona di Mellitah. L’Unità di crisi è attiva per seguire il caso ed è in contatto costante con le famiglie dei rapiti e con la ditta Bonatti, ma il ministero segue per ora la linea del riserbo più stretto. Molte le ipotesi in campo, dall’Isis ai miliziani islamici fino a uno dei tanti gruppi tribali. La Libia d’altronde è un Paese in preda al caos, “uno Stato fallito“, per usare le parole del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Sandro Gozi.

Due governi e Parlamenti contrapposti, l’Isis, al Qaida, miliziani armati e lotte intertribali. Dalla caduta nel 2011 di Muammar Gheddafi la Libia è sprofondata nella confusione più totale, mentre sotto la mediazione dell’Onu si lavora ad un accordo condiviso per un governo di unità nazionale che gestisca sicurezza e immigrazione. Sempre secondo Gozi, “oggi il 90% dell’immigrazione clandestina arriva proprio dalla Libia”.

Il governo di Tobruk, riconosciuto dalla comunità internazionale, e quello di Tripoli, sostenuto dai miliziani filo-islamici di Fajr Libya, sono le due principali forze in campo che si contendono il potere dopo la frattura creatasi l’estate scorsa quando milizie islamiche di Misurata non accettarono l’esito delle elezioni e presero Tripoli costringendo il Parlamento eletto e il suo esecutivo a spostarsi a est. Tobruk ha siglato in Marocco una nuova versione di un accordo di pace sotto l’egida dell’inviato dell’Onu, Bernardino Leon.

Ma sul testo manca la firma di Tripoli, divisa sul da farsi. C’è poi l’ingombrante presenza del generale Khalifa Haftar, nominato a capo delle forze armate da Tobruk, che non intende abbassare la testa né accettare diktat. In mezzo i jihadisti affiliati allo Stato Islamico, presenti a Sirte, autori di efferate violenze, come la recente esecuzione di un uomo accusato di essere una spia di Fajr Libya, e di altri orrori. A complicare questa caleidoscopica situazione le spaccature e le alleanze fra i vari gruppi.

A Derna, dove l’Isis è stato cacciato, i combattenti della Shura dei mujaheddin (Scmd) hanno stretto legami con al Qaida e combattono sia lo Stato Islamico sia l’esercito di Tobruk. A Bengasi proseguono senza sosta i combattimenti tra l’esercito che controlla circa il 90% della città ed elementi della Shura dei rivoluzionari coordinati con Ansar al Sharia. E poi gli scontri intertribali nel sud del Paese, dove nei giorni scorsi si sono registrati 25 morti. Una babele incontrollata di fazioni e gruppuscoli che genera il caos totale.

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