Libia, a Roma il summit della svolta

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Al via la conferenza internazionale promossa con Onu e Usa. Gentiloni: “Buone premesse ma l’accordo non è semplice”. L’obiettivo è rafforzare l’intesa tra i Parlamenti rivali di Tripoli e Tobruk e arrivare a un governo di unità nazionale

I primi ad averne colto l’importanza sono gli uomini del Califfo. Perché la politica, se bene indirizzata, può essere molto più incisiva delle bombe nella lotta al jihadismo e alla sua volontà di estendere i confini, e i territori conquistati, dello «Stato islamico». Ed è con le armi della politica che l’Italia sfida Daesh. E lo fa promuovendo, assieme a Onu e Usa, oggi a Roma la Conferenza internazionale sulla Libia. Le aspettative della vigilia sono tante. Quello che deve arrivare dalla Conferenza sulla Libia, ha sottolineato nei giorni scorsi il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, è un messaggio semplice. E cioè, che l’intesa che potrebbe venirne fuori «deve essere un’intesa fra libici e sufficientemente inclusiva da poter essere mantenuta». «Non possiamo avere un terzo governo libico in esilio», ha sottolineato il ministro degli Esteri, «stanno maturando buone premesse ma la strada per un accordo non è affatto semplice».

Per il momento in cui cade, e per ampiezza e la rappresentatività geopolitica dei Paesi e organismi sovranazionali presenti – parteciperanno i ministri degli Esteri dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (Cina, Francia, Russia, Gran Bretagna e Stati Uniti) insieme ai delegati dell’Unione europea, ai rappresentanti delle Nazioni Unite (con il nuovo inviato in Libia, Martin Kobler) e a quelli dei Paesi regionali coinvolti, come Egitto, Turchia ed Emirati Arabi Uniti – la Conferenza di Roma rappresenta uno snodo cruciale per il futuro della Libia e per la stabilizzazione dell’area del Mediterraneo. Dal summit di oggi, spiegano a l’Unità fonti diplomatiche che hanno lavorato ai dossier preparatori, dovrà uscire un sostegno esplicito e impegni concreti per rafforzare l’accordo raggiunto l’altro ieri da esponenti del governo di Tobruk (riconosciuto internazionalmente) e rappresentanti del governo islamista di Tripoli. Tre giorni dopo la Conferenza di Roma, sarà firmato il piano delle Nazioni Unite che prevede la nascita di un governo di unità nazionale in Libia. A riferirlo sono i media tunisini, citando fonti dei due Parlamenti rivali di Tripoli e Tobruk, secondo le quali la firma dell’accordo avverrà in Marocco. «La firma dell’accordo politico avverrà il 16 dicembre», ha dichiarato ai giornalisti a Tunisi Saleh al-Makhzoum, deputato del Congresso nazionale generale di Tripoli, dominato dagli islamisti. Il parlamentare di Tobruk, Mohammed Shaib, ha confermato la notizia precisando che l’intesa sarà probabilmente firmata in Marocco. «Il dialogo sotto l’egida dell’Onu è il migliore. Bisogna garantire il futuro della Libia», ha quindi commentato al-Makhzoum, riferendosi all’incontro di domenica scorsa in Tunisia tra le parti libiche, al di fuori del processo di dialogo delineato dalle Nazioni Unite.

La dichiarazione d’intenti prevede la formazione di un comitato di dieci persone, cinque per parlamento, con il compito di nominare entro due settimane un primo ministro e due vice che rinnoveranno la costituzione e prepareranno la strada alle elezioni da tenere entro due anni. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu dovrebbe riunirsi il 24 dicembre per annunciare il suo riconoscimento all’esecutivo di concordia nazionale guidato da Fayez el-Sarraj come «unico governo rappresentante del popolo libico», riferiscono alcuni siti locali, tra cui Africa Gate. Per l’Italia, che copresiederà la Conferenza assieme a Usa e Onu, puntare sulla stabilizzazione della Libia è una sfida che tiene assieme sicurezza, lotta ai trafficanti di esseri umani, e interessi economici. Interessi e investimenti strategici: il 38% del petrolio del Continente africano si trova in Libia, l’11% dei consumi europei di carburanti. Ad oggi, a estrarre greggio e gas è soltanto l’Eni. Un primato che certo non fa piacere ad altre potenze occidentali così come gli Stati del Golfo e l’Egitto. Il mantenimento di questo ruolo dominante passa oggi anche per il rafforzamento dell’impegno italiano sia nella operazione aeronavale Eunavformed – guidata dall’ammiraglio Enrico Credendino – che in una eventuale azione di peace-keeping o peance-enforcing sotto egida Onu, così come è ipotizzabile un impegno italiano nell’addestramento, assistenza e formazione di forze regolari e di polizia locali. Ma questo impegno, sottolineano sia alla Farnesina che al ministero della Difesa, sarebbe comunque legato ad una risoluzione ad hoc del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ed a una richiesta del governo di riconciliazione nazionale libico.

L’impegno italiano sulla Libia, quello già messo in campo e quello ipotizzato, non piace comunque a Daesh. Un nuovo video dello Stato islamico, minaccia la conquista di Roma. Nelle immagini pubblicate in Rete, l’altro ieri, si vedono tre carri armati che avanzano verso il Colosseo, poi scorrono altre sequenze che immortalano l’Altare della Patria, Piazza Navona e San Pietro. I jihadisti parlano anche di «armate di Roma», alludendo a presunte cellule che sarebbero pronte a colpire dall’interno, come avvenuto a Parigi.  Quel video a tre giorni dalla Conferenza sulla Libia suona come un avvertimento all’Italia: la politica può far male, molto male, alle ambizioni del Califfato

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