L’etica della responsabilità dopo il Secolo breve. Uno studio di Vittoria Franco

Cultura
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Analisi storica e costruzione di un pensiero filosofico nel mondo contemporaneo

Vittoria Franco riunisce ricerca filosofica e impegno politico in una visione sempre orientata dallo sguardo femminile. Docente di Storia della filosofia alla Scuola normale superiore di Pisa e senatrice dal 2001 al 2013, Franco da un lato ha contribuito a diffondere in Italia il marxismo “eretico” della «Scuola di Budapest», e di Ágnes Heller, e si è occupata di Etiche possibili (1996) e più di recente di questioni bioetiche e di filosofia al femminile (Bioetica e procreazione assistita, 2005; Care ragazze, 2011). Dall’altro si è particolarmente impegnata nella lotta per l’emancipazione femminile e per le pari opportunità, soprattutto nel Pd, come Responsabile nazionale Pari Opportunità e nel 2009 Presidente del Forum Pari Opportunità, e in Senato come Presidente della Commissione cultura nella XV legislatura. Le abbiamo rivolto qualche domanda, a partire dal suo ultimo libro: Responsabilità. Figure e metamorfosi di un concetto (Donzelli 2015) che verrà presentato venerdì 27 presso il Consiglio Regionale della Toscana.

Il libro descrive le “figure e metamorfosi” del concetto di responsabilità, distinguendo una parte “storica”, che individua i paradigmi politico, giuridico e filosofico del termine e ne segue lo sviluppo nella cultura, soprattutto francese, tra ‘800 e ‘900, e una parte più “teorica” che mira a pensare se e come sia ancora possibile oggi un’etica della responsabilità, dopo le catastrofi e i genocidi del “secolo breve”. Vuole chiarire qual è l’orientamento che connette le due prospettive della sua ricerca?

Effettivamente nella ricerca sono presenti entrambe le dimensioni, quella storica e quella teorica. Direi però che la storia del concetto è in funzione dell’indagine sulla possibilità di costruire un’etica della responsabilità. Il livello storico ha due scopi: ricostruire il contesto culturale e filosofico che ha favorito la nascita e la diffusione del termine, e seguirne i molteplici percorsi durante i quali si è caricato di significati e categorie nuove. Non a caso, la parola “responsabilità” comincia a diffondersi in epoca moderna (in Italia il primo a usarla è Ferdinando Galiani nel 1782) e accompagna la storia del costituzionalismo. Nel periodo rivoluzionario “responsabilità” diventa la parola magica e liberatoria che indica l’obbligo per chi detiene il potere politico di rispondere di eventuali arbitrii, ma, soprattutto, essa denota il recupero di soggettività dell’individuo, la sua libertà possibile, dopo la frantumazione dell’individuo tradizionale inserito in una catena gerarchica insuperabile. Per questo l’individuo moderno viene definito “casuale e contingente”. Esso gode di più libertà, ma anche di maggiore incertezza. Non dispone più delle stampelle della tradizione, è costretto a navigare in mare aperto. È da questa condizione dell’individuo moderno che nasce la necessità di un’etica della responsabilità.

In un’indagine nella quale non mancano i richiami a figure ormai dimenticate della cultura moderna – penso ad Alfred Fouillée, Arthur Hannequin, Jean-Marie Guyau – ci sono tre pensatori, tutti di origine ebraica, che emergono nettamente, non credo a caso, due dei quali sono donne: Heller, Hannah Arendt, Emmanuel Lévinas. Che cosa li avvicina, oltre l’ebraismo, in questa nuova etica della responsabilità che poggia sul riconoscimento reciproco e non sui principi assoluti del dovere?

Sul piano storico-filosofico le figure rilevanti dell’800 sono due giovani filosofi, Guyau e Lucien Lévy-Bruhl che nel 1884 pubblica la prima monografia sulla responsabilità, la sua Tesi di dottorato. Entrambi cercano di liberare il concetto dalle gabbie giuridiche e deterministiche nelle quali l’aveva costretto John Stuart Mill identificando la responsabilità con la punibilità. Ed entrambi mirano a recuperare la libertà morale del soggetto, elaborando l’uno, Lévy-Bruhl, una nozione di responsabilità vuota, cioè priva di doveri assoluti, e l’altro descrivendo il contesto di “anomia” dentro il quale ognuno deve essere “Cristo a se stesso” e costruire da sé le ragioni dei propri atti. Siamo già oltre Kant. Nell’epoca contemporanea i problemi si presentano con domande nuove, dopo il nazismo e la Shoah. Entra in gioco la relazione, l’altro elemento costitutivo della responsabilità. Ma il rapporto fra autonomia, libertà e relazione viene dosato in maniera diversa. In Lévinas, con l’intento di superare la “tirannia dell’Io”, autonomia e libertà si annullano nella relazione e la responsabilità diventa darsi totalmente all’Altro fino a esporsi all’oltraggio. Io sono invece più vicina alle analisi delle due pensatrici, per le quali l’etica della responsabilità non comporta rotture né con l’autonomia né con la dimensione relazionale dell’individuo. Heller parla dell’autodeterminazione come “destinare se stesso” in un contesto di eticità, di relazionalità, nel quale ogni singolo è legato agli altri in un rapporto di riconoscimento e di rispetto reciproco. In Arendt si trovano diversi modi di declinare la responsabilità: come colpa individuale (dei nazisti, ad esempio), come “cura del mondo comune” e come “facoltà di giudizio”. Tutti ispirati a una concezione dell’individuo come soggetto capace di rispondere e della politica come mondo che abbiamo in comune, nel quale agisce una pluralità di individui uguali nella irriducibile diversità. Dopo l’esperienza dei campi di concentramento che mirava ad annientare l’individuo rendendolo “superfluo”, il problema diventava come salvaguardare l’individualità senza annullare la relazione, in un gioco fra comunione e separazione (il famoso infra), uno dei temi più importanti della riflessione arendtiana.

Anche sul piano morale la crisi dell’universalismo porta a oltrepassare i limiti della modernità che la tradizione illuministica, con Kant, aveva fortemente segnato. L’ultimo capitolo del libro – L’etica della responsabilità come risposta alla crisi dell’universalismo – gioca intorno a quella che Heller considera l’unico elemento di universalità accettabile in una società post-moderna: “essere tutti individui contingenti”. E si tratta di una “contingenza” coniugata sul piano individuale con l’ontologia dell’Altro inaugurata da Lévinas e su quello sociale con il “principio responsabilità” proposto da Hans Jonas. Qual è a suo avviso il rapporto possibile, in una società “liquida”, tra responsabilità individuale contingente e responsabilità sociale? La sommatoria dei comportamenti individuali, in un mondo in cui l’umanità – come ricorda Michel Serres – “fa massa” sulla stessa natura, non rischia di produrre catastrofi globali che la buona volontà del singolo non può arginare?

Non può esistere responsabilità sociale o politica senza responsabilità individuale. Responsabilità significa farsi carico di un problema, assumerlo su di sé, che si tratti di un semplice cittadino, di una comunità o di uno Stato. In ogni caso, la soluzione va costruita; non è data apriori. Di fronte al potere distruttivo degli uomini, incredibilmente accresciuto, merito di Jonas è quello di aver teorizzato un principio morale di responsabilità, fondato sul limite all’agire tecnico, da consegnare alla politica. Ma in linea generale, quando si parla di etica della responsabilità la domanda è: com’è possibile evitare l’individualismo indifferente e tenere in campo una morale senza imperativi? Per la risposta viene in aiuto l’arendtiana responsabilità come capacità di giudizio, la capacità di trovare i criteri di valutazione e di decisione, potremmo dire un equilibrio fra il potere e il limite, sapendo che nella responsabilità sono in gioco due libertà, quella dell’io e quella dell’altro, e che esse devono trovare la misura del con-vivere. È nell’intreccio di categorie come libertà, autonomia, riconoscimento, relazione che si può trovare il filo della costruzione di un’etica della responsabilità, rinunciando all’universalismo metafisico degli imperativi. L’universalità la si può costruire solo multilateralmente, attraverso il discorso; su questo hanno ragione Karl Otto Apel e Jürgen Habermas.

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