Leonard Cohen e le sue muse. 5 brani di amore, luce e tenebre

Musica
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La figura femminile come mistero inesplicabile, fonte di salvezza e dannazione, è uno dei temi della poetica del grande cantautore canadese

“Sono pronto a morire, spero solo che non sia un’esperienza così sgradevole”. Appena compiuto l’ottantaduesimo anno d’età, Leonard Cohen si lascia andare a una dichiarazione nella quale oltre a una sinistra profezia risuona l’essenza della sua poetica. Uno sguardo apparentemente virato al nero, formalmente semplice ma irrorato da una potenza metafisica che agisce sottotraccia e arricchisce il suo modo gentile, rendendo perentori i suoi versi concisi e diretti.

Leonard Cohen e Marianne Ihlen

Leonard Cohen e Marianne Ihlen

Canadese di origine ebree, Cohen è figlio di un crocevia di influenze artistiche che concorrono a formare la sua cifra stilistica unica. Da una parte la fascinazione per gli chansonniers francesi Jacques Brel e Georges Bressens, dall’altra la rilettura dei codici americani del folk e del country; e poi le suggestione dei testi biblici e della mitologia classica, complice un periodo di sette anni, durante il quale, giovanissimo, si stabilisce nell’isola greca di Hydra, dove vive facendo lo scrittore pubblicando due libri di rilevante successo.

“Essere un songwriter è come essere una suora: sei sposato con un mistero”. L’essenza del cantautore, per Leonard Cohen, ha a che fare con la vicinanza a qualche profonda verità inconoscibile, che le parole possono solo testimoniare alla lontana, senza alcuna possibilità di spiegare. In questo senso gli arrangiamenti scarni, la sensazione di frugalità che accompagna i panorami spogli tratteggiati dai suoi brani più celebri, sono lì a sottolineare come basti poco per farsi testimoni del mistero dell’esistenza.
Contemporaneo di Bob Dylan e di Donovan, ai quali viene accostato, Cohen sostituisce all’urgenza di matrice politica di molti suoi “colleghi” un approccio simbolico e visionario, tutto incentrato sull’individuo fuori da qualsiasi specifico contesto, ma non per questo fuori dalla storia: esemplificazione di una condizione umana universale, più che di un individualismo egoriferito.

Nell’inestimabile patrimonio musicale del Nostro, abbiamo voluto pescare cinque brani che ruotano intorno a una figura femminile; fonte di ispirazione, quest’ultima, che Cohen riesce a far vivere da una parte nella sua accezione più classica legata all’amore platonico e incondizionato, dall’altra mettendo in risalto l’abisso di un’incarnazione profondamente umana e dolorosa.

Il suo disco di esordio, Songs of Leonard Cohen, arriva a 33 anni e rappresenta già una delle vette artistiche di tutta la sua atipica carriera: un percorso che non ha mai familiarizzato con i modi e le tempistiche della discografia ufficiale, lasciandoci poco più di una decina di album in quasi 50anni di storia. La canzone che apre il disco, Suzanne, è una pietra miliare, ispirata alla figura di Suzanne Verdal, la bellissima moglie di un amico del cantante. Nessun amore carnale si consuma tra Cohen e la protagonista del brano, che trasfigura nella donna salvifica oggetto del canto del poeta.


So Long Marienne è un altro brano contenuto nel disco d’esordio di Cohen la cui portata leggendaria è alimentata da una vicenda biografica di incredibile romanticismo. La figura femminile del titolo è Marienne Ihlen, che il cantautore incontra nell’isola Greca di Hydra e con la quale convive. La donna è stata abbandonata dal marito e ha un bambino di sei mesi; negli anni successivi Cohen inviterà madre e figlio a trasferirsi a Montreal insieme a lui, e Marienne diventerà una delle muse ispiratrice dell’opera poetica e musicale dell’artista attraverso tutta la sua carriera. Alla morte di lei, avvenuta solo qualche mese fa, a giugno 2016, in un ospedale di Oslo, Cohen scrive uno struggente messaggio di addio: “Sappi che sono così vicino dietro di te che ti basta allungare una mano e penso potresti raggiungermi. Arrivederci vecchia amica, amore infinito, ci vediamo lungo la strada”. E il suo breve congedo riverbera nell’inciso del famoso brano in questione, che recita: “Addio, Marianna, è arrivato il momento di ricominciare a ridere e piangere e piangere e ridere su tutto questo ancora.”

Appartiene al secondo disco di Cohen questa canzone di perdita e suicidio, Seems So Long Ago, Nancy, che racconta la storia della 21enne Nancy Challies, ragazza di Montreal che si toglie la vita dopo essere stata costretta dalla famiglia a dare in adozione il figlio appena partorito. La cifra scarna e essenziale del cantautore, che va di pari passo con le nude verità delle liriche, interpretate dalla sua voce dolce e monotona, continuano a settare uno standard poetico e sonoro che verrà ripreso da molti cantautori successivi, come il nostro Fabrizio De André, di cui Cohen fu uno degli indiscussi maestri.

“Se hai mai avuto un amore è come una specie di ferita. Se non l’hai mai avuto è peggio”, in questo modo Cohen  riassumeva anni fa la sua personale concezione dell’Amore; sempre dal secondo lavoro del cantautore, emerge questo brano, Lady Midnight, che riflette in modo spigoloso il mistero della relazione sentimentale, come un gioco di forze inesplicabile, un rito che si consuma, nel brano, tra le braccia di una donna che ammonisce l’uomo riguardo l’innato mistero che è l’amore: “Non provare a usarmi o a servirti dell’astuzia per rifiutarmi, semplicemente vincimi o perdimi: questo è ciò per cui è fatta l’oscurità”.


Per molti il disco più controverso di Cohen, per altri il suo capolavoro degli anni settanta, Death of a ladies’man segna un drastico cambio di rotta nelle sonorità del cantautore canadese. Alla base di questa rivoluzione c’è il connubio artistico con Phil Specor, il celebre produttore dal temperamento sanguigno e dall’indole totalmente sopra le righe, padre del “Wall of Sound” e già all’opera con i Beatles. I due scrivono insieme un cospicuo lotto di brani, tra i quali scelgono le otto canzoni che comporranno la scaletta dell’albu. “Fucking good music” dirà in seguito Phil Spector di quelle creazioni. La storia non finisce peró benissimo, con il produttore che caccia Cohen (si dice minacciandolo con un’arma da fuoco) dagli studi di registrazione prima che questi possa ultimare le voci, e completa dei mix che poi verranno ripudiati dall’autore stesso. La canzone che dà il titolo all’album sembra alla lontana un brano di John Lennon, mentre questa Iodine, si rivolge, in una sorta di supplica pagana, a una figura femminile il cui effetto, sulla carne e sullo spirito dell’uomo, è accostato a quello dell’elemento chimico dello iodio (“I tuoi baci in odore di santità puzzano di iodio”).

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