Renato Brunetta&Maurizio Landini

Strane coppie del No
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Renato Brunetta, il nemico della Cgil che sognava il Nobel e Maurizio Landini, il nemico di Marchionne che sognava la Cgil

Renato Brunetta – Il nemico della Cgil che sognava il Nobel

Il Corriere della sera ha scritto che un giorno, al culmine della tensione tra l’ala filogovernativa e l’ala antigovernativa di Forza Italia, Denis Verdini arrivò a mettere letteralmente le mani al collo di un «terrorizzato Renato Brunetta». Ma per quanto la differenza di stazza tra i due contendenti possa farla apparire verosimile, la descrizione non può essere che la malevola invenzione di qualche collega invidioso. E di sicuro non rende giustizia all’ex ministro. Perché Renato Brunetta potrà a volte dare l’impre ssione di tirare a indovinare, potrà tirare a campare e spesso anche tirarsi la zappa sui piedi, ma mai tirarsi indietro. Al centro dello scontro – siamo nel gennaio 2015 – c’è proprio quella riforma costituzionale che oggi vede Brunetta schierato con tutto se stesso per il No.

E allora, come sempre, pure. Stando ai retroscena dei giornali, lo scambio che avrebbe preceduto la colluttazione (secondo alcuni solo sfiorata, per la prontezza dei presenti nel separare i due) sarebbe stato il seguente. Verdini: «Lo capisci o no che se non approviamo le riforme siamo fottuti?». Brunetta: «Non sputare mentre parli». L’uomo è fatto così. Come il Cirano di Guccini, anche lui potrebbe dire: «Spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato». Ma soprattutto, quanto meno allo spiacere , ci è abituato. Quella con Verdini è infatti solo l’ultima di una lunga serie di incomprensioni con i compagni di partito.

Per non parlare del suo rapporto con i giornalisti. Su You Tube ci sono intere playlist dei suoi scontri con conduttori di tutti gli orientamenti: da Enrico Mentana, accusato di avere ingigantito una contestazione ai suoi danni, a Bruno Vespa, accusato di avere voluto nascondere il fatto che un ospite fosse notoriamente un amico del segretario del Pd, a Bignardi, Floris, Fazio, Santoro (rispettivamente: di non aver letto il suo libro, di essere stato un giornalista dell’Avanti e pertanto pagato con i soldi di Craxi, di non voler dichiarare quanto guadagnava, di non voler dire quanto guadagnava quando lavorava in Rai e per giunta di non conoscere la sua legge).

Socialista craxiano cresciuto all’ombra di Gianni De Michelis, economista che ha dedicato gran parte del suo impegno intellettuale e politico ai problemi del lavoro (motivo per cui negli anni ottanta è stato anche nel mirino delle Brigate rosse, tanto da essere messo sotto scorta), la costante fondamentale del quarantennale impegno politico di Renato Brunetta è lo scontro con la Cgil: dal taglio della scala mobile con il decreto di San Valentino del governo Craxi (« L’ho scritto io», ha rivendicato in un’intervista del 2009) alla battaglia sulla riforma del lavoro del governo Berlusconi. Come ministro della Funzione pubblica, proprio grazie alla sua crociata contro i lavoratori «fannulloni» e i sindacati accusati di difenderli, ha anche goduto di una breve stagione di popolarità. All’accus a di prendersela con i più deboli ha spesso risposto rivendicando la sua storia personale. «Mio padre faceva il venditore ambulante a Venezia –ha detto una volta, dal palco, a chi lo fischiava –io ho fatto il venditore ambulante, e fin da ragazzino d’estate si lavorava, io lavoravo, ho sempre lavorato. Bisognava essere promossi, a scuola, perché se non eri promosso andavi definitivamente a lavorare: estate, autunno, inverno e primavera».

L’elenco dettagliato delle sue invettive contro la Cgil travalicherebbe di molto i limiti di un articolo, e forse anche di un libro. Anche per questo, quando a B allarò lo si è visto applaudire Maurizio Landini che criticava la riforma costituzionale, Massimo Giannini non ha potuto trattenere lo stupore. Ma si sbagliava, perché non c’era niente di cui stupirsi. Brunetta, infatti, ama a tal punto la lotta a viso aperto, lo scontro senza esclusione di colpi e senza infingimenti, da dare spesso l’impressione di apprezzare più i nemici dichiarati che i presunti amici, compagni di partito o di governo che siano. E di esserne persino ricambiato, almeno a giudicare dall’intervista a due voci rilasciata a Panorama con Stefano Fassina, ai tempi in cui entrambi, da fronti opposti, sostenevano il governo Monti. «Come fa Brunetta a essere antipopolare, se è socialista?», esordiva Fassina. «La pensiamo allo stesso modo sull’Europa e sul futuro dell’Europa. Mica è poco», ricambiava Brunetta. E l’altro: «Ma non basta: molto simile è anche la nostra analisi sul passato». Tremonti, quando al termine di un Consiglio dei ministri in cui avevano battibeccato se lo vedeva venirgli incontro tendendo la mano, pare che gli dicesse: «Non ti avvicinare, altrimenti ti prendo a calci in culo».

Nessuno è profeta in patria. Brunetta, in ogni caso, è abituato alla solitudine, all’incomprensione e alle piccole cattiverie di chi dovrebbe guardarti le spalle. Anche perché spesso i suoi commilitoni sembrano considerarlo più un pericoloso kamikaze che un valoroso condottiero. Di recente persino Vittorio Feltri, su Libero, giornale con cui Brunetta ha collaborato per anni, gli ha dato apertamente del «fallito». Ma l’episodio che rende meglio il clima in cui spesso ha dovuto lavorare, le gelosie e le meschinità che ha dovuto sopportare, è il fuorionda registrato in quella maledetta conferenza stampa per la presentazione della finanziaria, nel luglio 2011: solo pochi mesi prima che la crisi dello spread rovesciasse il governo e con esso un’in – tera stagione politica. In qualità di ministro della Funzione pubblica, Brunetta aveva appena preso la parola per illustrare i «correttivi» riguardanti il pubblico impiego. «Ricordo a tutti – scandisce dopo avere snocciolato le cifre – che la massa salariale nel settore pubblico, per non considerare i consumi intermedi, è di circa 180 miliardi di euro, per cui correttivi di questo tipo sono correttivi assolutamente sostenibili». A poche sedie di distanza, e senza l’accortezza di coprire il microfono, Tremonti sussurra al ragioniere generale dello stato seduto alla sua destra: «Questo è il tipico intervento suicida. È proprio un cretino». Ignaro di tutto, Brunetta prosegue nella sua arringa. Cita dati, elenca cifre, argomenta. «Maurizio!», sibila Tremonti all’indirizzo del titolare del Welfare, Maurizio Sacconi, seduto due sedie più in là e apparentemente immerso nella lettura di qualche importante documento: «È scemo, eh?». E l’altro, tornando subito a posare gli occhi su quel che stava leggendo: «Non lo seguo neppure». Quando era ancora un giovane professore, si racconta che a cena Brunetta assicurasse ai suoi colleghi: «In dieci anni o vinco il Nobel o divento ministro». In tempi più recenti, ospite di Mentana, lo ha confermato a suo modo. «Lo dico con un po’ di autoironia: volevo vincere il premio Nobel per l’e conomia». «Spero che stia scherzando», lo ha interrotto il conduttore.

L’autorironia è scomparsa subito: «No no, ero anche bravo, ero non dico lì lì per farlo…». Ma poi, sfortunatamente per l’e conomia (e per noi) «ha prevalso il mio amore per la politica, e il premio Nobel non lo vincerò più». In compenso, all’indo – mani della convention di Stefano Parisi, non ha esitato a consegnare al rivale il frutto di un così duro apprendistato. «Stefano – gli ha detto attraverso un’intervista a Repubblica –un po’ di umiltà».

Maurizio Landini – Il nemico di Marchionne che sognava la Cgil

La proposta di passare da semplice delegato a sindacalista a tempo pieno, al venticinquenne Maurizio Landini, arriva a metà anni ottanta, mentre infuria la battaglia tra Cgil e governo Craxi, ma soprattutto tra socialisti e comunisti, aperta da quel decreto sulla scala mobile che Renato Brunetta si vanta di avere scritto personalmente (e destinata a concludersi anch’essa, guarda un po’, con un referendum).

Quando, alle elezioni del 27 marzo 1994, Silvio Berlusconi sbaraglia la gioiosa macchina da guerra dei Progressisti, inaugurando una nuova stagione della politica italiana, Landini è occupato dal rilancio delle Officine meccaniche reggiane, in qualità di segretario della Fiom di Reggio Emilia. Nei primi mesi del 1999, mentre la sinistra si dilania nello scontro tra Romano Prodi e Massimo D’Alema, con il Professore che lancia una sua lista in competizione con i Ds alle europee, e in Emilia gli strappa addirittura il presidente della Regione, sulla stampa compare questo asciutto commento del segretario regionale della Fiom: «In fabbrica gli operai mi dicono: almeno Prodi coi padroni qualche volta s’arrabbiava, invece D’Alema…». «Studi?», gli domandano in una delle sue prime interviste da leader nazionale, su Repubblica, nel giugno del 2010. «Pochi», risponde. Due anni all’istituto per geometri e poi a lavorare, perché a casa non ci sono soldi. E a smentire subito luoghi comuni sul sindacato più ideologico ed estremista d’Italia, Landini precisa pure di non avere mai letto Marx (così per dire: Claudio Sabattini, uno dei suoi predecessori e maestri alla Fiom, si era laureato con una tesi su «Rosa Luxemburg e i problemi della rivoluzione in Occidente»). In vacanza legge romanzi gialli. Quando ascolta musica, sceglie Zucchero e Ligabue.

«La canzone politica – ha detto una volta al Fatto –mi è sempre sembrata pallosa, pesante, triste. Non mi son mai piaciuti quelli che si piangono addosso». Insomma, nonostante sia l’idolo di tutti quei professori, attori e artisti che i giornali di destra definirebbero da «salotto radical chic», sempre presenti alle sue iniziative, ne è in fondo un portatore sano: non conosce pose da intellettuale di sinistra, tanto meno da dolente erudito («Le cose cupe non fanno per me»). Lo dimostrano, più ancora delle sue preferenze letterarie o musicali, le sue scelte di abbigliamento. Dalla maglia della salute sempre ben visibile sotto la camicia alle inseparabili felpe, ben prima che cominciasse Salvini. Con i referendum non è stato sempre fortunato. Alla Piaggio, nel 2009, il capodelegazione Landini non firmò l’accordo sul contratto integrativo, ma accettò di consultare i lavoratori, che invece dissero di sì e lo costrinsero a firmare. Ma il referendum decisivo della sua carriera è stato ovviamente un altro.

Quello di Pomigliano, quello su cui Landini decise di non schierare la Fiom né per il sì né per il no, per non accettare né riconoscere in alcun modo il «ricatto» di Sergio Marchionne, il suo grande antagonista. Il manager Fiat, infatti, è stato per Landini quello che il rinnegato Kautsky è stato per Lenin, il cardinale Richelieu per D’Artagnan, l’ispettore Zenigata per Lupin: il nemico assoluto, l’avversario irriducibile, quello che dà senso alla battaglia di una vita, ridefinendone i confini e illuminandola, per contrasto, con ogni aspetto della sua personalità. Erre moscia contro esse emiliana, managerialità contro manovalanza, maglioncino contro maglia della salute. Ma soprattutto: biascicato contro urlato. «Dicono che urlo: è vero – ha confessato una volta, nel bel mezzo di un talk show –allora ho chiesto a mia madre e ho scoperto che quando sono nato avevo il cordone ombelicale attorno al collo che mi stava per strozzare, e mi hanno battuto talmente tanto per farmi parlare che allora, forse…».

E comunque, assicura, «non è che ce l’ho con qualcuno: è il mio modo di provare a esprimermi». Il momento in cui gli è riuscito meglio è stato senza dubbio nel fuoco della battaglia di Pomigliano, quando la consultazione tra i lavoratori sull’accordo proposto dalla Fiat spaccava i sindacati e vedeva balbettare buona parte della politica. E anzitutto il Pd, preso tra più fuochi: con un’ala riformista schierata al fianco di Cisl e Uil (per non dire di Marchionne), una larga maggioranza che con il segretario, Pier Luigi Bersani, cercava una difficilissima e forse introvabile posizione di mediazione (tra Cgil e Cisl, tra riformisti e radicali, tra il “sì ma” e il “no però”), una minuscola ala sinistra schierata con la Fiom (praticamente tre persone: Stefano Fassina, Matteo Orfini, Cesare Damiano). Sullo sfondo della lentissima agonia del governo Berlusconi, e della faticosa riorganizzazione dell’oppo – sizione, Marchionne e Landini sembrano stagliarsi per un momento come i veri protagonisti della politica italiana. «La soluzione a cui lavora Marchionne – teorizza Paolo Mieli in un’intervista al Foglio – è il bandolo americano da tirare per disbrogliare la grande crisi europea, per ridefinire occidente e capitalismo liberal-democratico alla luce dei default da debito sovrano e del peso ormai insostenibile del nostro modello di sviluppo. Se alla fine questa linea aziendalista e produttivista di stampo americano passa nell’industria manifatturiera, trasferendosi nel resto del sistema produttivo, si imporranno coerenze ad alto impatto politico anche nell’istruzione, nella sanità, nell’organizzazione dei servizi di welfare, perché tutto si tiene ». Sul fronte opposto, Andrea Camilleri, Paolo Flores d’Arcais, don Andrea Gallo e Margherita Hack, promotori di un appello contro il governo Berlusconi sulla rivista Micromega, invitano associazioni e movimenti a unirsi alla manifestazione già indetta dalla Fiom di Landini, perché «la volontà di assassinare la Costituzione… tracima oltre il berlusconismo tradizionale, appartiene ormai al regime Berlusconi-Marchionne». E se il regime è ormai quello di Berlusconi-Marchionne, non c’è bisogno di spiegare a chi spetti la parte del lib eratore. Anche per questo, però, a mano a mano che la figura di Marchionne esce dalle cronache del conflitto sociale e politico per tornare alle pagine di economia, la stella di Landini comincia ad appannarsi. Tenta la sfida a Susanna Camusso per la guida del sindacato, ma la Cgil non è il Pd, e non si scala tanto facilmente. Prova la mossa del cavallo, accennando un gioco di sponda con Matteo Renzi, ma è come quelle storie d’amore in cui ognuno vuol solo far dispetto a qualcun altro, e insomma si vede subito che non funziona. I giornali parlano di un asse tra rottamatori. In televisione Renzi dichiara: «Non condivido tutto ciò che dice Landini, ma ogni volta che parlo con lui imparo qualcosa».

Landini è più cauto. In ogni caso dura pochissimo. Con il Jobs Act si consuma la rottura definitiva. Respinti senza tentennamenti i numerosi inviti a buttarsi in politica, persa la sfida a Susanna Camusso dentro il sindacato, Landini tenta una singolare via di mezzo: la «coalizione sociale». A un anno di distanza, nessuno ha capito esattamente cosa fosse. Di sicuro non è stato un successo. Nel frattempo, Landini si butta anima e corpo nella battaglia per il No al referendum costituzionale. Con la passione di sempre: voce tonante, oratoria inarrestabile, assoluta impossibilità di zittirlo. Unica eccezione: l’imprevisto applauso di Renato Brunetta, nel bel mezzo di una puntata di Ballarò. Per un attimo interminabile, sul volto di Landini è sembrata disegnarsi una diversa ruga, un’inedita piega dell’espressione, l’affacciarsi di una sensazione nuova e mai provata prima. Non si può escludere si trattasse di un dubbio.

 

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