Le ragazze di Lalish. Reportage dal Kurdistan

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epa05267834 Yazidis gather at the shrine of Sheikh Adi ibn Musafir to celebrate their new year with the lighting of candles in Lalish, north of Mosul, Iraq, 19 April 2016. Iraq has the biggest population of Yazidis worldwide with Lalish being their principal holy site.  EPA/ANDREA DICENZO

Viaggio nella cittadella santuario yazida, tra i fedeli in festa per la Jema, una delle quattro grandi ricorrenze del loro calendario sacro. Il racconto delle bambine scampate all’orrore di Daesh. Ancora oggi quasi 4mila fra donne e bimbi sono nelle mani dei terroristi

Lalish, la cittadella santuario yazida, è incassata fra i monti all’interno della strada che dalla capitale Erbil va al capoluogo Dohuk o, svoltando a est, a Mosul. Il sole di ottobre scotta ancora sul viottolo ingombro di banchetti e di auto alla rinfusa che scaricano famiglie di tre o quattro generazioni già scalze. Le regole rituali di questa religione descritta come settaria e segreta o calunniata come satanista si riducono pressoché a questo: andare a piedi nudi nel recinto della cittadella e scavalcare (col piede sinistro) i gradini di marmo delle soglie senza toccarli.

I fedeli baciano i portali e le mani dei loro santi uomini che li benedicono toccandoli in fronte. Ma non c’è soggezione né untuosità, la gente sta dentro le antichissime pietre con la confidenza con cui si sta nel cortile di casa e con la stessa confidenza accoglie i rari stranieri. La vigilanza è discretissima, qualche peshmerga yazida all’ingresso, nessun controllo personale, sorrisi per tutti: si fidano dei propri occhi, e gli uni degli altri.

C’è una lunga coda davanti ai sotterranei che custodiscono il fuoco perenne degli stoppini e i grandi orci anneriti per l’olio d’oliva, tanti quanti i giorni dell’anno, che somigliano alla stiva di una nave antica. La folla si apre per far passare l’ospite, cui solo una cavità è interdetta. Nelle altre si gira tre volte attorno ai sepolcri, si lancia un fazzoletto che si impigli su una punta di roccia per esaudire un voto, si raccontano ai bambini cose che si sono ascoltate da bambini.

Religione, costumi ed etnia sono una sola cosa per questo popolo povero di contadini e pastori, insediato da tempo immemorabile nel territorio di Ninive e del Kurdistan e in Turchia e Armenia, con una diaspora consistente in Germania o in Georgia –senza arrivare in tutto a un milione di persone. La loro è una favolosa combinazione gnostica di elementi delle grandi narrazioni mesopotamiche, indiane, zoroastriana, giudaico-cristiana, islamica, più volte aggiornate fino alla grande sistemazione dello sheikh sufi Adi ibn Musafir, fra XI e XII secolo, che è qui sepolto.

La Jema, la Festa dei Sette Giorni, è una delle quattro grandi ricorrenze del calendario sacro yazida, e finisce domani. Per il terzo anno dopo che è cominciata l’ennesima persecuzione (la 74esima, nel loro conto), la celebrazione rinuncia ai suoi aspetti più festosi, la musica, le danze, ma i pellegrini si raccolgono ogni giorno a migliaia. Sono tornato più volte dopo la prima visita nell’estate del 2014, nel pieno dei massacri dell’Isis e quando si era sparsa la falsa notizia che anche Lalish, le tombe sacre e le catacombe e i chiari coni scanalati delle cupole, fosse stata conquistata e distrutta.

Allora i fedeli erano insieme pellegrini in cerca di conforto e fuggiaschi in cerca di riparo. Da allora ho visto cambiare le fisionomie. Sono soprattutto i bambini e i ragazzi a dare ora il tono, in contrasto con le figure patriarcali dei chierici, le cui fogge vogliono affrettare l’autorità della vecchiaia. Gli yazidi all’antica si riconoscono dai grandi baffi spioventi. Sugli yazidi si è scatenata una malvagità furiosa. Duemila uomini e ragazzi furono trucidati dagli sgherri dell’Isis nei primi giorni dell’avanzata successiva alla caduta di Mosul.

Migliaia di bambine, ragazze e donne vennero rapite e passate di mano in mano per i servizi sessuali e domestici. La superstizione islamista dell’Isis vuole estirpare dalla terra gli uomini e rubarne i bambini per ammaestrarli alla gloria dell’as – sassinio suicida. Ancora oggi quasi 4 mila fra bambini e donne restano nelle loro mani. 2.570 bambine e donne si sono liberate o sono state riscattate ai rapitori, e il 62 per cento fra loro è fatto di minori di 18 anni.

Non solo per la compravendita schiavistica ma anche per il riscatto delle prigioniere, il più urgente e nobile dei compiti, esiste un tariffario differenziato per età, condizione fisica, eventuale aggravio di prole…Qui si può riscattare una creatura umana anche con poche migliaia di dollari. C’è un dipartimento curdo che se ne occupa, ci sono dei benemeriti negoziatori, si impiegano risorse delle famiglie e sovvenzioni di benefattori: troppo poco.

Ci sono liberazioni avventurose e intrepide. A Khanke, nella provincia di Dohuk che accoglie il grosso degli sfollati in Kurdistan (1 milione e 800 mila persone su 9 milioni di abitanti!) la ministra Pinotti ha ascoltato i racconti delle ragazze. Come le tre amiche che nel maggio scorso avevano quasi raggiunto le trincee dei peshmerga quando incapparono in una mina. Due morirono, avevano 20 e 11 anni. La terza, 19 anni, fu ferita e rischiò di perdere la vista: «Avrei voluto non avere gli occhi quando ero nelle loro mani». A Dohuk, dove l’Unicef e dei volontari locali si prendevano cura delle ragazze scampate, le ascoltai raccontare, alcune per la prima volta (una era una bambina di nove anni, teneva gli occhi a terra ma disse tutto), l’orrore che avevano attraversato.

Due svennero durante quell’incontro. Una diciassettenne raccontò di essere fuggita due volte e due volte ripresa, finché si liberò ammazzando il suo padrone. Raccontarono delle loro compagne che si erano uccise: per esempio, insieme, due sorelle che «prima» studiavano medicina. Nemmeno questo era facile, occorrevano tanti tentativi prima di riuscire: «per esempio, tagliandosi le vene con uno specchietto».

Ora, nella folla che si fa sempre più fitta della festa di Lalish, bambine e ragazze a capo scoperto, variopinte nelle vesti e nel trucco, calcato come per allegria o per sfida, mi guidano e mi insegnano ancora una volta come sciogliere e riannodare i drappi di seta colorata che coprono i sepolcri per esprimere un voto, e raccomandano: «Ma si possono desiderare solo cose buone, se no non vale!». Mi chiedono di farci la fotografia e penso che ognuna di loro potrebbe essere caduta nelle grinfie di quei farabutti, essere scappata e ripresa, aver tentato di uccidersi e di ucciderli. Hanno una mitezza ingenua e stupefacente, come se ne può incontrare in certi paradisi di gentilezza indiani.

Pure oggi molte di queste ragazze e dei loro coetanei hanno preso le armi: in una divisione propria, o coi peshmerga curdi, o coi combattenti del curdo-turco PKK, che furono i più valorosi nella loro difesa a Sinjar nell’agosto del 2014, quando i peshmerga ebbero uno sbandamento di cui ancora si vergognano, e gli americani esitavano ancora a bombardare. In questo contesto la tentazione della vendetta è inevitabile. Due anni fa avevo incontrato Ali, un magnate yazida che aprì ai fuggitivi le sue case e la sua borsa.

Lo reincontro oggi a Khanke, assai scettico sulle conciliazioni: «Abbiamo un detto: il sentimento si è rotto, e l’odio non può più tornare indietro». A Lalish ascolto parole simili. «Noi non crediamo più che torneremo alle nostre case –mi dice Zayd, che ha 22 anni e studia medicina a Dohuk dov’è sfollato da due anni- Noi siamo una minoranza dovunque finiamo nel mondo. Le nostre case le hanno saccheggiate i nostri vicini arabi e distrutte».

Suo padre è poliziotto a Shingal (il nome curdo di Sinjar) nella parte liberata ma ancora insicura: sta un po’ là e un po’ a Dohuk, nella tenda in cui vivono in nove, i genitori e sette sorelle. Mezza tenda per dormire, mezza per cucinare e mangiare. «Abbiamo speso quello che avevamo per mandare un mio fratello in Germania, di contrabbando, dalla Turchia e la Grecia: su sette, che almeno uno si salvasse. E alla fine è arrivato a Dortmund». L’estate scorsa erano 3500 gli yazidi bloccati in un recinto greco, mentre i parlamenti democratici all’unanimità, come il Congresso degli Usa, decretavano che contro gli yazidi era stato perpetrato un vero genocidio, e intanto si moltiplicavano i ritrovamenti delle fosse comuni. Vecchia lezione: anche scampare a un genocidio è duro.

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