Le ragazze del 1946 e l’orgoglio del voto

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Le testimonianze di Marisa Rodano, Milena Rubino e Alberta Levi in un documentario che andrà in onda lunedì su Rai3

“Alle ragazze di oggi direi di andare a votare, perché votare conta. Scegliete come volete, ma esprimete la vostra volontà. E fate squadra con le altre che hanno i vostri stessi problemi. Solo così si possono ottenere i risultati».

L’invito a partecipare è intenso, frutto dell’esperienza e del sapore di una conquista che non si attenua mai, lo lancia Marisa Rodano, classe 1921. Emozionante la trasmissione che Rai Tre manda in onda da lunedì 30 maggio a venerdì 3 giugno alle 20:10, Le ragazze del 46 , cinque puntate da 24 minuti dedicate ai 70 anni dalla conquista del diritto di voto da parte della donne in Italia, un programma costruito intorno ai racconti di 10 “ragazze” che nel 1946 avevano tra 21 (la maggiore età di allora) e 31 anni.

Oggi la più giovane è 91enne, la decana ne ha 101 e tutte hanno ancora molto da dire, come donne e come italiane. Il programma è firmato da Cristiana Mastropietro e Riccardo Mastropietro, diretto da Alessandro Capitani (produzione Pesci combattenti).

1 OCCASIONE STORICA Come si diceva sono le ragazze che andarono a votare per la prima volta per le elezioni politiche, ne vediamo il volto, ne ascoltiamo le voci. Riviviamo con loro l’inizio del lungo percorso per l’uguaglianza che vede ancora dei vuoti da colmare, basti pensare al “gender gap” degli stipendi sottolineato anche dalla Unione europea. Era il 2 giugno 1946, un’occasione storica, il referendum Monarchia-repubblica. Il dieci marzo, invece, avevano votato per le amministrative pronunciandosi in 400 comuni italiani. L’intensa partecipazione alla vita politica e civile da parte delle donne era stata anche un effetto della guerra. Una di quelle risorse che le tragedie sanno liberare.«La guerra le aveva spinte a forza nella vita civile, erano rimaste nelle case ad attendere il ritorno di padri, fratelli , mariti e figli, lavorando tutti i giorni per mandare avanti una quotidianità che sembrava un miraggio». Non solo: «Secondo me senza le donne la Resistenza non si sarebbe fatta. Un’opinione sia dei partigiani che dei tedeschi», dice Marisa, che nel ’43 ha conosciuto anche il carcere per la cospirazione contro i fascisti, partecipando alla Resistenza a Roma (settembre 1943 – giugno 1944) nelle file del Movimento dei Cattolici Comunisti e nell’attività dei Gruppi di difesa della donna.

2UNITE E DETERMINATE E ha raccontato molto nel libro Memorie di una che c’era (ed. Il Saggiatore). Il voto al referendum lasciò il segno, fu atteso e pronosticato anche alla luce del pregiudizi accumulati sull’immagine femminile: «Mi ricordo le discussioni post voto. I democristiani dicevano che le donne avevano votato a sinistra, i comunisti dicevano il contrario, che le donne avevano dato retta al prete», aggiunge Marisa Rodano. Votare fu motivo di orgoglio .«Le donne erano state un p o’ sottomesse. Poi hanno cominciato a strillare: strilla di qua, strilla di là e sono andate a votare. E la maggior parte di loro ha votato per la Repubblica. Era importantissimo che le donne votassero, per loro era una novità. Mi sono sentita davvero orgogliosa di avere votato per la Repubblica» aggiunge Milena Rubino, 97 anni, con il suo eloquio semplice ed efficace. A casa di Milena, poiché lo zio e la zia erano monarchici, perché lo zio era calligrafo ufficiale di casa reale, scoppiarono liti furibonde, ma « c’era poco da fare: il re aveva dato pieni poteri al Duce e a noi giovani non stava bene». Sulla figura della donna nell’Italia fascista non si è mai fatta abbindolare: «Il fascismo aveva dato un’apparenza di importanza alle donne. Perché alla fine chi comandava erano i fascisti. Alle donne non piaceva molto, esclusa qualche eccezione che magari vedeva l’ufficiale vestito tutto di nero. Le donne che non capivano niente erano affascinate da queste divise». Andare oltre le immagini osannate da un mondo che riteneva le donne senza cervello e solo decorative riuscì a furia di lotte e grazie all’impegno del pci di Togliatti e della dc di De Gasperi.

3UNA LUNGA BATTAGLIA La battaglia per la conquista del diritto di voto era partita tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, sulla scorta dei movimenti degli altri Paesi europei, Inghilterra soprattutto, e degli Stati Uniti. L’Italia attese molti anni per allinearsi. Il diritto fu sancito grazie a un decreto legislativo luogotenenziale entrato in vigore il 2 febbraio del 1945, varato dal secondo governo Bonomi, su proposta di Togliatti e De Gasperi. Fu solo il dieci marzo del ’46 che fu riconosciuto il diritto all’eleggibilità e vide poi 21 donne far parte dell’assemblea costituente. «Se non ci fossero state 21 donne elette nell’ass emblea costituente, sarebbe stato difficile introdurre principi fondamentale per la costituzione: abolire le leggi fasciste e l’introduzione di una legislazione paritaria», dice Marisa Rodano, iscritta al Pci, la prima donna nella storia italiana a venir eletta alla carica di vice presidente della Camera. Come deputata si batté per i diritti. «La prima legge importante che fu approvata fu la tutela delle lavoratrici madri, che garantiva alle donne il mantenimento del posto di lavoro. Poi ci battemmo per le leggi per la parità di salario e perché non venissero licenziate una volta sposate. Mi ricordo le battaglie per il referendum sul divorzio: non era il divorzio che sfasciava le famiglie. Le famiglie si sfasciavano prima. Il divorzio era un prendere atto di quello che era successo».

4 LA NOSTRA RESISTENZA Delle ragazze del ’46 fa parte anche Alberta Levi, 96 anni, che ha iniziato a parlare della sua storia per ribattere alle opinioni negazioniste. «Nel 37, a luglio, ho avuto il diploma di maestra e avrei dovuto andare all’università a Venezia a ottobre. Nel ’38 sono arrivate le leggi razziali e non sono più potuta andare. Continuai a insegnare alla scuola ebraica di Ferrara». Dopo l’occupazione tedesca fu chiaro il pericolo, si rifugiarono ad Arezzo, ma non bastò: «Stavamo dormendo e suonarono al campanello. Mi svegliai di soprassalto mia zia andò ad aprire e urlò che erano i tedeschi. Mia sorella prese le nostre carte d’identità per buttarle nel gabinetto, che era otturato. Allora le fece a pezzettini e le ingoiò, senza un bicchiere d’acqua. Uscii fuori da una porta finestra e provai vergogna perché capii che stavano portando via mia mamma e mia sorella. Nonostante questo mi reputo molto fortunata, perché per puro caso mia mamma e mia sorella furono rilasciate. E andarono nella medesima casa dove eravamo nascosti io e mio papà. Fu un miracolo». Votare, per Alberta, «è stata una grande emozione come donna e come ebrea».

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