Le parole che Faber non ci ha detto

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Viaggio nel Centro Studi di Siena che conserva gli appunti e le annotazioni di Fabrizio De André: una miniera di parole

Dentro un grande armadio, quasi una cassaforte, stanno gran parte delle parole che Fabrizio De André ha scritto. Il cantautore, si sa, scriveva dappertutto. Dentro l’armadio, ben custoditi, quaderni rilegati con cura si alternano a fogli in libertà; agende che regalavano le banche, utilizzate come brogliacci, sono accanto a quelle più curate, di colore marrone, che si potevano anche legare con nastri; libri con notazioni a margine sono disposti insieme a quelli nei quali le pagine venivano usate come spazi dove inserire riflessioni e note che non obbligatoriamente si riferivano all’argomento del volume. E ancora: buste con lettere ricevute e buste vuote, fatture e preventivi, certificati di residenza ed elettorali. Oppure carte più delicate, come quelle raccolte in una cartellina conservata con cura, con gli atti del processo sul sequestro del 1979.

Era complesso il mondo dell’uomo e dell’artista e, queste carte, sono come una mappa della sua esistenza, tra i concreti obblighi del vivere quotidiano e l’irrinunciabile tendenza a fantasticare. Era quasi un grafomane. Solo mettendo insieme questi “verbali” dei suoi pensieri, a volte dettati dall’urgenza di annotare umori, altre volte dalla curiosità di fiutare mondi o di succhiare il nettare delle storie e della Storia, ci si può avvicinare alla sua complessa vita e alla mirabile proiezione di un artista che ha segnato il secondo Novecento italiano. Una parte di questo fantastico mondo di carta viene, ora, portato alla conoscenza del vasto pubblico, con un’opera, Sotto le ciglia chissà, uscita per i tipi della Mondadori, in aprile. Il volume è una sorta di diario dei diari: graffiti segnalati con la cura che si deve a un così prezioso materiale d’archivio ma senza la pretesa dell’esaustività e della completezza.

1. La cura di Dori

È scritto, con saggezza, nella nota che lo accompagna: «in questo mare di appunti si trovano le idee che avrebbero dato vita alle sue canzoni, trasformate poi nelle parole che potevano essere collocate negli ‘spazi stretti’ lasciati dalla musica grazie ad un lavoro di artigiano meticoloso e alla ricerca di un solo termine, il migliore e più agile, in grado di restituire tutta l’idea originale» La garanzia che i frutti scelti siano quelli giusti è data dalla supervisione di Dori Ghezzi che ben conosce le carte di Fabrizio e i suoi segreti, le carte oggi raccolte e conservate al Centro Studi, a lui dedicato, presso l’Università di Siena. Di questo lavoro ha detto: «Fabrizio annotava molto. Quando lo faceva in modo estemporaneo e improvviso forse era più per incidere nella memoria scrivendo più che per rileggere. Quando stava creando lo faceva in modo professionale, dentro un progetto, riordinando il materiale». Pur senza seguire una metodologia filologica e senza che vi si colga lo scrupolo tipico degli archivisti, il volume permette di cogliere le coordinate del pensiero e del lavoro di Fabrizio De André. Quante volte ci saremo chiesti – e chissà quante volte avranno sfibrato lui chiedendoglielo- come si “crea un’opera”. Lui sa bene il mestiere che sta facendo (“ mi comprai la vita con i canti e i sorrisi”), si interroga sul perché scriva (“ per paura che si perda il ricordo delle persone di cui scrivo”) ma come qualunque altro artista che si rispetti non ammette domande retoriche e così liquida l’impertinenza del curioso di turno: «Non chiedete a uno scrittore di canzoni che cosa ha pensato, che cosa ha sentito prima dell’opera: è proprio per non volervelo dire che si è messo a scrivere. La risposta è nell’opera».

2. L’amore per la poesia

Non si può scrivere tanto se non si legge tanto. Ogni spazio bianco era, per il cantautore, l’occasione per tracciarci sopra pensieri e opere. Anche quello dei tanti diversi libri che lo hanno accompagnato nelle notti inquiete e nei momenti di pace. Le pagine dei quattrocento libri che si conservano all’Università di Siena (non rappresentano l’intera sua biblioteca) ma che sono parte integrante dell’Archivio, sono piene di notazioni a margine, di sottolineature, di spazi bianchi riempiti con considerazioni su libri letti in precedenza, di confronti stilistici. Autori diversissimi, a volte complementari in una logica di formazione, altre volte al di fuori di qualunque schema. Tanta filosofia: Plotino, Platone, Spinoza, Hegel e, naturalmente, Sartre e Adorno. Scrittori e poeti: da Verlaine a Camus e Proust, da Šolochov e Steinbeck a Sepúlveda. Così, di petalo in petalo, si capisce il suo amore per la poesia, ormai così bistrattata, e la sua voglia di farla, scrivendo canzoni. Nelle frasi scelte per il libro si ritrovano, inoltre, le grandi motivazioni ideali che lo hanno spinto a visioni particolari della storia: dalla religione, con l’ineguagliabile Gesù dei misericordiosi, alla difesa dell’anarchia e a quella dei miseri.

Fino alla condanna del razzismo che già allora, nella sua Genova, mostrava i segni. Quasi profetico, ad esempio, il suo giudizio sul razzismo e sul nazismo: “Con i razzisti e con i nazisti non si convive, non si tratta, li si chiude, loro sì, dentro quattro mura, e che dimostrino lì la loro autosufficienza, le loro capacità di uomini superiori, la loro grande forza esercitata, chissà perché, sempre e soltanto con i deboli”. Ci vorrebbero giorni e giorni per annotare ciò che c’è in quell’armadio e che solo in parte, volutamente, l’ultimo libro porta alla conoscenza di tutti, anche di coloro che non hanno visitato l’archivio. Chi lo ha osservato da vicino vi ha trovato piccoli tesori. Uno lo segnala Marco Ansaldo, nel reportage culturale, scritto su La Repubblica qualche mese fa, dopo una visita all’archivio: «C’è una sua poesia su San Francesco. Quasi non ci si crede: proprio il santo fonte di ispirazione per il nuovo Papa, Jorge Mario Bergoglio. È in stampatello. Un testo che arriva all’improvviso a confermare la consonanza di temi fra De André e il Pontefice. Perché proprio gli ultimi, i diseredati, sono i protagonisti della poetica di Fabrizio prima che il Papa Francesco ne facesse il suo campo di battaglia».

Le prime carte di Fabrizio De André arrivano a Siena nel 2003, non tutte insieme ma in progressione, fino a formare, ora, l’unica documentazione esistente sull’artista genovese. Il docente di archivista che ne ha seguito la strutturazione, professor Stefano Moscadelli, la descrive come composta di tre principali tronconi.

Nel primo ci sono le carte della fanciullezza e dell’adolescenza con la corrispondenza con i genitori, le letterine di Natale, le prime prese di posizione e tutto ciò che il cantautore ha ritenuto di conservare di quei suoi primi anni.

Il secondo è quello in cui è contenuto tutto ciò che resta della documentazione dell’artista: dai fogli che testimoniano le esigenze della vita quotidiana agli appunti sulla professione e sulle opere composte. E’ davvero molto il materiale di studio e di lavoro. Il terzo contiene circa 400 libri, con notazioni autografe e pagine di riflessione. Nato per iniziativa della Fondazione Fabrizio De André e dell’allora Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena, presieduta all’epoca dal professor Gianni Guastella, il “Centro Studi Fabrizio De André” è un organismo di ricerca che ha oggi sede presso il Dipartimento di Scienze Storiche e dei Beni Culturali dell’Ateneo senese.

I documenti, alla cui conservazione, schedatura e inventariazione il Centro ha dato un decisivo contributo negli anni, sono ora depositati presso la Biblioteca di Area Umanistica dell’Università di Siena. Annotava Fabrizio De André, citando Seneca, in uno dei suoi fogli: «E che dire di quelli impegnati a comporre, ascoltare e imparare canzoni, o che si sforzano di imprimere un’inflessione e un tono languidi alla loro voce, a cui la natura ha già dato la giusta intonazione semplice e funzionale?». Seneca descriveva i riti canori dei suoi tempi, Fabrizio de André lo usava per dirci molto dei nostri.

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