Le milizie sciite e il macellaio Abu Azrael

Reportage
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Annunciano vendetta per l’imam Hussein ucciso nel 680 d.c. un programma agghiacciante per i sunniti. Accolte nella coalizione antiIsis, sono un doppio dell’esercito iracheno di obbedienza iraniana. E si sono macchiate di crimini pari a quelli di Al Baghdadi

L’Ashura è la data più sacra del calendario religioso sciita: una «passione» dell’imam Hussein, nipote di Maometto, ucciso a Kerbala nel 680 d.C., 61 dell’Egira, da rivali che i sunniti venerano. L’11 ottobre scorso, celebrando l’Ashura, la data più sacra del calendario religioso sciita, Qais al-Khazali, il mullah fondatore della Adaib Ahl al-Haq (AAH), la «Lega dei giusti», ha dichiarato che la liberazione di Mosul sarà l’occasione «della vendetta e della punizione degli assassini di Hussein».

Un tal programma enunciato dal capo della formazione più agguerrita delle milizie sciite (Ashd al-Shaabi, Mobilitazione Popolare) accolte nella coalizione impegnata a cacciare l’Isis dall’offensiva per Mosul suona allarmante per chiunque, agghiacciante per i cittadini di Mosul, che sono sunniti.

La AAH è l’armata che da tre giorni si è mossa alla volta di Mosul da sud-est, con l’intento di tagliare le vie di comunicazione ancora aperte all’Isis fra Mosul e Raqqa in Siria, e di espugnare la città chiave di Tel Afar da cui distano ancora 40 km. Questa premessa vale a dare un’idea del problema rappresentato per la coalizione dalla partecipazione delle milizie sciite, un doppio dell’esercito iracheno di diretta obbedienza iraniana.

La Turchia, che pretende all’egemonia sull’islam sunnita e in questa regione ha sue truppe e un suo intervento militare, è la nemica intima dell’invadenza sciita, e oltretutto si pretende esclusiva tutrice della turcmena Tel Afar, la quale per il momento sta sotto la versione sunnita del califfato.

Shaabi in generale e AAH in particolare si sono illustrate per le vendette e i saccheggi in ogni zona riconquistata all’Isis: ad Amerli, a Tikrit, a Baiji, e finalmente a Falluja, dove pure avrebbero dovuto essere esclusi. I crimini di cui i suoi uomini si sono macchiati, o piuttosto compiaciuti, sono tali da pareggiare quelli dell’Isis, decapitazioni, scorticamenti e roghi compresi. Si capisce che le popolazioni sunnite siano terrorizzate più da questi liberatori che dalla soggezione al califfato.

Nei nostri paesi l’opinione circa i miliziani sciiti, quando c’è, li considera come bande pittoresche di taglieggiatori accodati ai ranghi regolari iracheni. Al contrario, dell’esercito iracheno sono un nerbo essenziale, e anche della politica. Il Khazali autore di quel programma di sterminio su Mosul si vede già dentro se non a capo di un prossimo governo a Baghdad. Due mesi fa l’ambasciatore italiano in Iraq gli ha fatto visita, primo nella diplomazia europea, dando atto del ruolo importante delle milizie sciite per l’unità e la riconciliazione dell’Iraq e per la stessa riconquista di Mosul. Episodio scabroso, connesso forse alla protezione dei civili italiani e dei militari italiani che a loro volta li proteggono alla diga di Mosul.

Pubblicare o no?

Che cosa vogliamo sapere di quello che avviene nel vicino oriente? E che rapporto c’è fra quello che vogliamo sapere e quello che non vogliamo vedere? L’idea che si possa decidere una volta per tutte che cosa fare delle immagini raccapriccianti – «Non pubblicarle mai!», «Pubblicare, sempre!» – è illusoria. Una soglia stretta separa il compiacimento morboso dalla conoscenza e dalla compassione.

Leggere la notizia di una violenza efferata è sconvolgente: ma nemmeno un centesimo di quanto lo è vederla coi propri occhi. Ci dimentichiamo come al centro del nostro paesaggio mentale sia accampato dalla prima infanzia lo spettacolo di una tortura e una pubblica crocifissione. Siamo così assuefatti che la guardiamo senza più vederne la ferocia e il dolore. Abbiamo crocifissi sulle pareti e sulle scollature.

Ci rifiutiamo di pubblicare le foto dei crocifissi di Iraq di Siria di Nigeria perché sono vere, mentre il rosso dei nostri altari è un colore che ha preso le distanze dal suo sangue. Chiedo una deroga al criterio di non pubblicare immagini orribili, e tese a propagandare la ferocia. Non sarei in grado di spiegare quale gara di spietatezza terrorista si vada svolgendo in Medio oriente, in questo caso con l’esempio di un «eroe» delle milizie sciite in Iraq confrontato con quello dei miliziani dell’Isis.


 

Leggi tutti i reportage di Adriano Sofri dall’Iraq 


 

abu Nella prima scena c’è un «eroe» dei media. È celebre, in Iraq e in Iran e oltre, con il nome di battaglia di Abu Azrael, qualcosa come «il padre dell’angelo della morte». Il suo vero nome è Ayyub Faleh al-Rubaie. Ha altri soprannomi, «il Rambo iracheno», «l’incubo di Daesh». È arrivato così sulle copertine, sugli schermi, nei manifesti e nei fumetti. Il lancio pubblicitario internazionale avvenne a marzo 2015, quando era già una leggenda domestica, e gli si accreditava l’uccisione di centinaia di militanti takfiri, apostati, dell’Isis.

Fisico di body-builder, 37 anni, 5 figli – 4 femmine – era stato, si disse, lettore universitario e campione di taekwondo; un semplice impiegato, secondo suoi conoscenti. Aveva lasciato la famiglia per il fronte nel giugno 2014, al momento dell’avanzata travolgente di Daesh a Mosul, e si era arruolato nelle milizie sciite, chiamate dal grande ayatollah al Sistani di fronte alla rotta dell’esercito iracheno.

Addestrato nel Libano degli Hezbollah e nell’Iran dei pasdaran, e veterano dell’Esercito del Mahdi contro gli Usa e poi per Bashar in Siria, Abu Azrael è l’uomo simbolo del Kataib al-imam Ali, il «battaglione dell’imam Ali». Abu Azrael si illustrò nelle battaglie di Amerli e di Tikrit, la città natale di Saddam. Su Tikrit si può leggere un rapporto di Human Rights Watch che documenta i crimini di guerra delle milizie sciite contro la popolazione sunnita. Audacia, spietatezza, e insieme affettuosità da bravo figlio, illustrata dai video con la madre, e da bravo padre che porta i bambini a scuola prima di andare al fronte, sono gli ingredienti dell’esaltazione dell’eroe, «pacifico e semplice in famiglia, implacabile con i Daesh».

Lui predilige le fotografie in cui è armato fino ai denti, nella destra un fucile d’assalto M4 e nella sinistra un’ascia, o una scimitarra. Nelle interviste si accompagna con un coltellaccio come un altro farebbe con una penna biro. Già nei reportage agiografici del marzo affiorava una sua inclinazione agli «abusi sui cadaveri nemici», apprezzata da qualcuno come la chiave del suo successo: l’uomo capace di ritorcere il panico seminato dalla ferocia del califfato. Il suo slogan, «Illa tahin», è gridato da folle innumerevoli. Vuol dire «Vi riduco in polvere», o più esattamente «in farina»: vi sfarino.

In un fumetto, un’anziana donna gli chiede un po’di farina; l’Angelo della morte va da un seguace dell’Isis prigioniero che implora, «Risparmiami!», e lo malmena e calpesta fino a ridurlo a un sacchetto confezionato di farina, che torna a consegnare alla donna. I governanti di Baghdad lo premiano. Assiste alla messa di Pasqua, sempre armato fino ai denti, nella cattedrale cristiana di Baghdad, accanto alle autorità. Giornali e tv di mezzo mondo registrano la sua epopea. In una foto impugna la gamba amputata di un Daesh e festeggia coi compagni.

La guerra delle immagini

Adesso lasciamolo provvisoriamente così, a sventolare la gamba del nemico. Cambiamo la scena, per una fra le più ripugnanti. È un video dell’Isis, dei più curati, montato come ciò che mostra, «a fuoco lento». Ne estraggo un fermo immagine, assicurando che è ben lungi dall’essere il più ripugnante. Siamo nella provincia di Anbar. I quattro uomini appesi a una sbarra con caviglie e polsi incatenati sono sciiti accusati di spionaggio. Il video li mostra seduti e ammanettati mentre dicono come si chiamano e «confessano» la loro colpa.

sciiti sbarraPoi li mostra appesi; il suolo sotto di loro è imbevuto di benzina. Miliziani Daesh danno fuoco alla benzina: le fiamme avanzano al rallentatore fino ai corpi, e li afferrano. Allora il movimento si accelera, per esaltare gli spasimi dei corpi agonizzanti.

I video dell’Isis erano stati pubblicati dai media mondiali quasi per un riflesso condizionato dallo sbigottimento, più che per un conto di convenienza commerciale o di pedagogia civile. Era stata una successione inesorabile, capace di tenere a ogni tappa con il fiato sospeso gli spettatori: fino a che punto arriveranno? Ci furono le decapitazioni, individuali o collettive, e variate nelle modalità; i bambini promossi a boia; il rogo del pilota giordano serrato dentro una gabbia…

Poi, come se finalmente ci fosse stato il tempo per riaversi e riflettere, e si fosse anche registrata un’assuefazione – a tutto si abituano gli spettatori – la pubblicazione dei video si andò rarefacendo, benché gli autori dessero fondo a ogni loro creatività. Vennero i 21 curdi portati in processione ciascuno nella sua gabbia da circo, gli annegamenti nella gabbia collettiva, i mucchi di crocefissi, lo scialo di teste mozzate. Naturalmente, la rarefazione delle immagini sui media «democratici» non impedisce loro di circolare sui media islamisti, dove esercitano sulle aspiranti reclute una suggestione superiore a quella di prediche e testi sacri: un misto ipnotico di intimidazione e attrazione. Anche queste immagini, che per noi sono la ripugnante prova di una inconcepibile barbarie, sono infatti ambivalenti. Ma ora è di un’altra ambivalenza che dobbiamo occuparci: perché nel video del rogo dei quattro infelici incaprettati e arsi c’è un intermezzo.

I boia Daesh infatti li costringono a guardare un altro video, in cui un gruppo di miliziani iracheni dà fuoco a un cadavere appeso, e lo mutila. La lezione è chiara: il tormento che i quattro stanno per subire non è che la giusta ritorsione per ciò che i loro hanno inflitto. Siamo tornati all’Angelo della morte, all’eroe Abu Azrael. L’episodio raffigurato nel video citato avviene a Baji, la città sede della più grande raffineria irachena per cui tanto si è combattuto. C’è un uomo – un civile sunnita, o un foreign fighter dell’Isis, secondo le versioni, appeso con le mani e i piedi legati e arso vivo. Abu Azrael si accosta al corpo carbonizzato e ne taglia una fetta con la sua spada, come farebbe un macellaio con la sua bestia appesa a un gancio. E lo dichiara: squarta il nemico e ne fa un «sugo di carne».

La data di questo episodio è il 30 maggio 2015. I media internazionali che avevano raccontato l’epopea del «Rambo iracheno» furono reticenti nell’aggiornarla a questo nuovo atto. Anche i suoi autori, che pure si sono compiaciuti di farlo circolare, furono più riservati nella diffusione. Forse qualcuno ha ammonito che la ricetta dello «shawarma», il «sugo di carne», è indigesta anche per una parte del suo pubblico. Comunque sia, il video –ridiffuso a fine agosto- «goes viral». Era avvenuto il 30 maggio, abbiamo detto. Il 4 giugno, chierici delegati del grande ayatollah Al Sistani decorano Abu Azrael con la «Medaglia d’Onore del Martirio». (Più tardi lui disse di aver parlato con un imam di Najaf, e che «non l’avrebbe fatto più»).

Moderare?

La gloria mediatica di Abu Azrael si attenuò gradatamente in Occidente, e un po’anche qui. Il suo rango di eroe e giustiziere per altro dura, soprattutto in Iran, dove compie viaggi di successo. A Fallujah, a giugno, si filmò mentre tirava all’impazzata con una mitragliatrice. Il 14 ottobre scorso è tornato a farsi sentire su Facebook a proposito di Mosul e l’intervento turco: «La nostra risposta a Erdogan è che questa volta non ci accontenteremo di rapire i lavoratori turchi ma li uccideremo, e così faremo coi suoi soldati». Un programma minimo.

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