Le magie di Lepage e Genet

Teatro
il funambolo

Les Anguilles et l’opium e Il funambolo in scena al Napoli Teatro Festival Italia

L’angoscia, la mancanza di autostima e il cuore infranto non si curano con l’agopuntura.E’ questa l’ironica considerazione di partenza di Les Anguilles et l’opium, lo spettacolo di Robert Lepage andato in scena il 29 e 30 giugno per la nona edizione del Napoli Teatro Festival Italia.

Un lavoro sorprendente, per nulla datato, anche se si tratta della ripresa di un allestimento del 1991, che casomai testimonia di come fosse avanti la ricerca oltreoceano, venticinque anni fa. E’ probabile che l’attuale messa in scena sia leggermente mutata, ma verso una maggiore ironia, un disincanto divertito che nasce da un fisiologico processo di decantazione dei sentimenti che lo hanno generato: feriti, lacerati, segnati dalla fine di un amore.

Questo stato di sofferenza che si consumava nelle stanze dell’Hotel de la Lyusiene di Parigi portò Lepage a cercare corrispondenze con la dipendenza di Jean Cocteau per l’oppio e quella di Miles Davis per l’eroina. Aghi e oppio dunque, come da titolo, che qui arrivano attraverso gli effetti alterati che producono, a cominciare dalla dis-percezione prevalentemente visiva.

Quello che noi vediamo infatti è una stanza capovolta, poggiata su uno spigolo, che a tratti riconquista la prospettiva reale, e che in altri momenti diventa altro da sé, grazie a proiezioni e riposizionamenti: interni opprimenti, tristi e degradati, immagini di New York in bianco e nero, oppure proiezioni astratte che sembrano inghiottire le immagini reali per poi restituirle diverse e modificate, in un ipnotico processo di dissolvenza e nuova creazione. Più volte ci ritroviamo con Lepage nella sua stanza d’albergo, la numero 9, la stessa che fu di Simone De Beauvoir mentre Sartre scriveva La nausea, e sono i momenti più esilaranti: la logorrea tipica di molti alterati (il prozac altrimenti detta nuova droga degli artisti ha compiuto venticinque anni nel 2013 e quindi ci siamo), la difficoltà a comunicare in Canada a causa di una centralinista interdetta, le registrazioni da rifare ogni volta dall’inizio per non disperdere l’emozione. Sono momenti divertentissimi in cui Lepage gioca a buttar via le parole ma come lo sa fare chi le ha soppesate per bene.

In scena anche Marc Labrèche e Wellesley Robertson, oltre a un organico tecnico di una ventina di membri.

E sarà perché Cocteau, perché la Francia perché Parigi Sartre Simone De Beauvoir, sarà per l’atmosfera ipnotica che ci portiamo dietro ma lo spettacolo che segue, sembra realizzi con questo una curiosa continuità sul piano emozionale.

Si tratta de Il funambolo di Jean Genet diretto da Daniele Salvo con Andrea Giordana nelle vesti dell’autore, e Giuseppe Zeno in quelle di Abdallah, l’artista circense a cui Genet fu legato per anni, il funambolo per obbedienza morto suicida qualche anno dopo che Genet compose per lui questo piccolo poema in prosa, fatto di amore e crudeltà, sacrificio e passione, degradazione e riscatto, bagliori improvvisi e precipizi di oscurità.

Bada di morire prima di apparire e che sia un morto a danzare sul filo”.

Ecco, in questo ‘inno alla Morte’, come lo definisce il regista, entra in scena anche la ‘vecchia Signora’, ma come un Pierrot che tesse il lungo filo che divide e unisce la vita e la morte, tra un ‘et in Arcadia ego’ e un palloncino nero. Nel ruolo Melania Giglio che meravigliosamente canta su musiche scritte ad hoc da Marco Podda, musiche pervasive che si infiltrano nelle fessure del corpo e dell’anima e poi evaporano con un balzo nella danza di un’apparizione.

E le apparizioni si susseguono a ruota, sospese, fluttuanti tra due livelli di palcoscenico e la platea circolare del Teatro Sannazzaro ripensata come arena circense, in un contagio costante tra figure reali e visioni, in cui viene variamente declinato il tema del doppio, della seduzione, dell’incantamento.

Genet in cappotto cappello e bastone, che arriva asciugato dalla passione, come se osservasse la sua vita nel rewind di un nastro che non gli risparmia le allucinazioni, Abdallah come un giovane Querelle in divisa marinara (bravo Zeno dalla fiction alla scena) e tra loro i danzatori (Yari Molinari e Giovanni Scura) che nel pas de deux d’inizio annunciano l’ambivalenza di un rapporto fatto di attrazione, potere, sospetti e grande fascinazione.

Un rapporto illustrato da Velentin, il funambolo vero, sospeso sul filo a tre metri di altezza.

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