Le foto dei bimbi annegati: la gogna per gli scafisti presi

Dal giornale
Le tre persone arrestate a Zuwara in Libia da una milizia locale il 29 agosto 2015, con l'accusa di essere responsabili della strage in mare di giovedì notte, con in mano le immagini dei cadaveri dei bimbi trovati sulle spiagge.
ANSA / Zuwara Rapid Intervention Force
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Dopo le proteste, le milizie di Zuwara arrestano tre uomini per il naufragio di giovedì notte costato la vita a oltre 300 persone

Uno a fianco all’altro, il volto ben in mostra. Non hanno ceppi a polsi e caviglie, ma non c’è dubbio che la loro sia una gogna. Sono tre scafisti, o almeno li presentano come tali, responsabili dell’ultimo tragico naufragio a poche centinaia di metri dalla costa libica: 110 i corpi ripescati, altri duecento quelli dispersi in mare. E di quei cadaveri i tre uomini esibiscono visivamente la responsabilità. Le milizie di Zuwara che li hanno fermati e arrestati li hanno costretti a posare tenendo tra le mani le foto dei bambini morti nel naufragio: piccoli che la corrente ha risbattuto a riva e che il bagnasciuga sembra cullare un’ultima volta. Uno ha ancora il pannolino addosso, gonfio d’acqua salata. È la prima volta che accade. La prima in cui ci vengono vengono esibiti i trafficanti di uomini, o forse solo la manovalanza spicciola, quella che fa il lavoro sporco, che picchia e persino accoltella i migranti che provano a farsi trattare da esseri umani. È la prima volta che gli scafisti vengono costretti a mostrare le conseguenze più tragiche del loro commercio, in una sequenzialità perfetta di causa ed effetto: bambini annegati perché qualcuno lucra sopra le loro vite. Ed è inedito per Zuwara, che pure è l’hub del traffico di migranti dalla Libia, che si facciano nomi e cognomi dei fermati: Alyasse Krshman, 21 anni, Ayou Askeer, 32, e Nasem Azzbi, 26 anni. Mai – dal 2011 – è stato arrestato un solo scafista in quella che è la capitale dei trafficanti, che da Zuwara fanno passare di tutto: droga e armi, oltre a esseri umani. Di solito la guardia costiera se intercetta qualche imbarcazione tende più ad arrestare i migranti, che non chi li conduce. Stavolta è andata diversamente. Forse anche perché venerdì scorso – anche questo fatto insolito – centinaia di persone si sono radunate in una piazza del porto dopo la notizia della strage. «Zuwara non dovrebbe essere nella mani delle sanguisughe», c’era scritto sui loro cartelli.

Se gli arresti siano un’operazione di facciata o l’anticipazione di una svolta possibile, è davvero impossibile dirlo. Zuwara è nelle mani di milizie che fanno capo al governo islamista di Tripoli, quello che la comunità internazionale non ha riconosciuto ma con il quale si sta cercando di tessere una mediazione che possa riunire le fazioni: per combattere l’Isis, che oggi domina a Sirte e a Derna, e per tentare di rimettere in piedi quello che oggi è solo uno Stato fallito, presupposto necessario per qualunque azione politica di controllo del traffico di esseri umani. E le milizie, a Zuwara come nei porti vicini che fanno lo stesso commercio, hanno spesso la loro parte di tornaconto nel grande giro d’affari che ruota intorno ai migranti. Non sono le sole. C’è tutta un’economia che nella Libia implosa del dopo-Gheddafi fiorisce all’ombra dei barconi: le mazzette sono moneta di scambio, per chiudere un occhio. E poi di lavoro non ce n’è, il malaffare è l’unica risorsa. Ai tempi del raìs invece si dice che il porto fosse affidato alle cure del figlio Saadi Gheddafi, sarebbe stato lui ad aprire o chiudere la valvola delle partenze, una sorta di monopolio: voci mai provate, ma i soldi che non arrivavano dal traffico di esseri umani, Gheddafi li chiedeva direttamente all’Europa per il servizio – cinque miliardi aveva chiesto in un’occasione per risparmiare al Vecchio continente il dispiacere di vedersi invaso dai neri.

La morte del raìs è stato come un segnale di via libera, il mercato è diventato «libero». Zuwara oggi, e lo confermano tutte le ong che si occupano della questione migranti, è il posto giusto dove andare a cercare un passaggio per l’Europa. Vicina al confine tunisino, canale di sbocco naturale delle rotte che attraversano l’Africa, ma possibile terminal anche per i siriani e quanti fuggono dall’insicurezza di tutta la regione. Di fronte al fiorire del mercato, la guardia costiera è rimasta a pescare cadaveri e mazzette, a seconda dei casi. «Facciamo il meglio che possiamo», ha detto solo un paio di mesi fa un ufficiale locale parlando ai giornalisti del sito Migrant Report, gli stessi che hanno diffuso la foto degli scafisti fermati. Il meglio che si può fare con una barca che ha il motore che si surriscalda e spesso li lascia alla deriva e due barche veloci cedute in prestito all’occorrenza dalla vicina raffineria. Dicono di aver chiesto aiuto all’Europa, alla Germania, all’Italia, per avere fuoristrada, barche, strumenti per la vigilanza: «in prestito, la proprietà sarebbe rimasta loro». Se dall’altra parte c’è stata diffidenza, non è difficile immaginare il perché.

Adesso però qualcuno fa mostra di voler cambiare registro. Non tutti a Zuwara ci credono, come racconta il Guardian. Perché a volerlo, in una città tanto piccola si fa presto a individuare chi ha fatto fortuna in una notte. Ma non risulta che i nuovi ricchi siano mai finiti dietro alle sbarre. Semmai ieri, dopo la notizia dell’arresto dei tre, nella città sono state rafforzate le misure di sicurezza, temendo possibili ritorsioni dai grandi trafficanti e dai loro amici: una risposta eclatante ad un gesto eclatante come quello della gogna. «Oggi niente partenze da Zuwara, perché la brigata ha risposto con forza. Ma non sappiamo quale potrà essere la risposta dei trafficanti».

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