Le ferite della grande crisi americana. “Il prezzo” di Miller con un grande Orsini

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Prima nazionale dei un lavoro poco frequentato del grande drammaturgo con la regia e la presenza di Massimo Popolizio

La scena di Maurizio Balò è dominata da una catasta di mobili coperti da teli di plastica tra i quali si intravede qualche sedia, un’arpa, un comò e un lungo tavolo in verticale. Scopriremo di lì a poco che si tratta di un esemplare in stile giacobino spagnolo dei primi anni Venti, di quelli che non passano nemmeno dalle porte delle case moderne. Con un bel po’ di storia alle spalle ma che non vale un granché visto che “coi mobili usati – come dice il vecchio broker interpretato da Umberto Orsini – non si può essere sentimentali”.

E’ anche questo il tema de Il prezzo, il testo di Arthur Miller messo in scena dalla compagnia Umberto Orsini con la regia di Massimo Popolizio, che ha debuttato ieri in prima nazionale al Teatro Argentina di Roma.

Il prezzo di vecchi mobili di famiglia che le mogli sopraggiunte non vedono l’ora di farsi fuori, salvo quotarli in extremis per alzare la posta, il prezzo dei ricordi privati che non devono interferire con le ciniche valutazioni dei mercanti, il prezzo dei sacrifici inghiottiti in un gorgo di rivelazioni, smascheramenti, rivendicazioni estenuanti.

Tutto ha un prezzo e tutti pagano un prezzo in questa pièce che fotografa l’America dopo il crollo del ’29, quando nel giro di poche settimane anche la media borghesia agiata e competitiva si è ritrovata sul lastrico a dormire nei parchi, con le scarpe ancora lucide e il cappello di marca.

Dove anche chi ce l’ha fatta deve ancora far quadrare i conti per un vestito nuovo o una serata al cinema, rinviando sempre e di nuovo la data della pensione. A meno che non abbia imboccato la strada della rivalsa sociale quando passa attraverso le professioni più nobili bistrattate e svilite.

Il primo caso è quello di Victor (Popolizio), agente di polizia consegnato a un lavoro che detesta ma che non si azzarda a lasciare, il passato gravato da una devozione filiale sproporzionata alla causa, e un presente immobile accanto a una moglie dispotica, per quel che le riesce, ma sostanzialmente depressa e dedita all’alcol (Alvia Reale).

Il secondo caso è quello di Walter (Elia Schilton), il fratello meno dotato negli studi che è diventato medico e ha fatto carriera, anzi quattrini, con tre case di riposo e un’affinata disposizione ad aggirare il fisco: per esempio meditando donazioni fasulle per il bene comune che sarebbe il portafoglio della propria famiglia. Due figli che non trovano di meglio che ‘esplorare la chitarra’ e regali importanti da pazienti facoltosi come quel vestito grigio con cui si palesa, sprezzante, a minare una trattativa appena abbozzata.

Tra i due fratelli comincia un gioco al massacro senza soluzione e tra rigurgiti al fiele e accuse incrociate si leva l’ombra di un padre parassita ed egoista. Mentre sotto gli occhi di Esther, la moglie di Victor, tornano a sanguinare vecchie ferite mai rimarginate, invidie, inadempienze, gelosie covate per anni. Intanto si assiste alle estemporanee incursioni del broker che di nome fa Solomon, improvvido giudice dal rocambolesco passato che solo alla fine apprendiamo essere lì per ‘errore’. Forse è la figura che più di tutte porta gli umori di Miller, caustica sì ma a modo suo saggia e leale, che Orsini restituisce con un fascino un po’ délabrée, soprabito usurato e busta di plastica da cui tira fuori cibarie e bevande come un clochard. Prima di festeggiare con quel balletto finale che è tutto un programma, quando l’ultimo colpo della sua vita, e il più fortunoso, si è finalmente compiuto.

La regia di Popolizio nasce da un disincantato punto di vista sul dramma borghese e fa bene a cavalcare il parossismo di questi personaggi sorpresi nella loro goffaggine e cattiveria, connotati da gesti che ritornano come la camminata veloce di Esther quando parla di soldi, o le mani in tasca e le gambe incrociate di Walter da perfetto snob della domenica. Il risultato è un equilibrio sempre sfidato tra colori cupi e claustrofobici e comicità che pure esiste e arriva quando meno te l’aspetti, paradossale eppure chiara: con un pianto quasi brechtiano che invece di suscitare empatia fa sorridere o un capitombolo dopo due colpi di fioretto con tanto di battuta a dir poco didascalica (“la lama la vedi è come viva sei pronta”).

Il dramma monta e si dilata sulla recitazione degli attori, chiamati a un minuto lavoro sui sottotesti e a rapide virate di registro, e i momenti di svolta, non proprio colpi di scena ma riassestamenti e rivelazioni improvvise, vengono contrappuntati dai suoni di Pasquale Mari.

I costumi sono di Gianluca Sbicca e vestono ancora Victor con la divisa di polizia e Esther con abito bon ton e filo di perle, la borsetta sempre con sé come chi se ne vorrebbe andare al più presto.

Il prezzo sarà in scena fino all’8 novembre, prima piazza di una tournée che toccherà, tra l’altro, Napoli, Torino, Firenze, Milano, Bologna.

Un secondo Miller si attende invece all’Argentina conMorte di un commesso viaggiatore diretto da Elio De Capitani con il teatro dell’Elfo, dal 9 al 20 dicembre.

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