Le conseguenze del referendum olandese per Europa e Ucraina

Scenari
Officials count the votes of the Dutch referendum about the association agreement between the EU and Ukraine, in Schiermonnikoog, The Netherlands, 06 April 2016. The Netherlands voted in a referendum to decide in favor or against the ratification of the Association Agreement between the EU and Ukraine. According to initial results, 64 percent voters have rejected the EU agreement with Ukraine in the referendum, although exit poll showed turnout may have been too low for the vote. ANSA/CATRINUS VAN DER VEEN

Il voto di ieri soffia sulle vele populiste potrebbero influenzare anche la consultazione sulla Brexit. Mentre a Kiev cresce la preoccupazione

I risultati ufficiali verranno comunicati all’inizio della prossima settimana, ma è solo questione di dettagli chirurgici. L’esito della tornata referendaria di ieri è chiaro e nessuno ha osato contraddirlo: il quorum del 30% è stato raggiunto (anche se di poco) e due terzi degli olandesi, all’incirca, hanno detto “no” all’accordo di associazione tra Europa e Ucraina, pacchetto di misure e incentivi economici, regole e procedure democratiche, che porta Kiev più vicina all’Europa e l’Europa a dare maggiore assistenza a Kiev.

L’oggetto del voto, a ogni modo, è stato prevalentemente un pretesto. Il primo offerto dal calendario. I promotori del referendum, più che affossare il rapporto che va strutturandosi tra Bruxelles e Kiev, hanno voluto castigare l’Europa. Lo hanno esplicitato sin dall’inizio di questa storia. Lo hanno confermato le parole di Geert Wilders, anima del populismo di destra olandese, a urne chiuse: “Per l’Europa è l’inizio della fine”.

Wilders può dirsi più che soddisfatto per come sono andate le cose. La vittoria del No, sostenuto anche dal Partito socialista, che si colloca alla sinistra di quello laburista (al governo con i liberali), dà benzina al suo Partito per la libertà, che stando ai sondaggi alle elezioni politiche del 2017 potrebbe diventare la prima forza del Parlamento. Il seguente grafico ne dà riscontro. La linea del Partito per la libertà è quella grigia (quella blu è dei liberali del primo ministro Mark Rutte; quella rossa dei laburisti).

olanda

 

La stampa europea sottolinea che il trionfo del No è qualcosa che va oltre il semplice perimetro della politica olandese. Può rappresentare, infatti, un elemento propulsivo per l’intero populismo europeo e aumentarne la massa critica elettorale. Qualcuno ritiene inoltre che il voto olandese possa persino influenzare la campagna in vista del referendum britannico sull’uscita o sulla permanenza nell’Unione europea, che si terrà a giugno.

Eppure non tutto può ridursi a un’analisi marchiata dal solo fattore populista. Il voto può avere conseguenze effettive sull’impianto delle relazioni tra Bruxelles e Kiev. Per quanto la natura del referendum sia stata consultiva (in Olanda non ne esistono né di confermativi né di abrogativi), il primo ministro Mark Rutte, il cui Paese detiene tra l’altro in questo semestre la presidenza dell’Unione europea, ha già fatto sapere che il risultato non può essere ignorato e che la questione tornerà in Parlamento. Difficile che arrivi un ripensamento netto sulla ratifica. Probabilmente si cercherà di guadagnare tempo e rallentare qualche passaggio. Uno potrebbe essere quello della liberalizzazione dei visti nei confronti dei cittadini ucraini. La Commissione Ue, proprio in queste settimane, ha in agenda l’argomento.

Il voto olandese va inquadrato anche da Kiev. Il presidente ucraino Petro Poroshenko minimizza. La sua analisi è che il processo referendario non tange l’Ucraina e il suo sforzo verso l’Europa. Non è proprio così. L’Olanda è stato uno dei Paesi membri dell’Ue che ha sostenuto con più nettezza le sanzioni alla Russia, anche in virtù dell’abbattimento del volo MH17 della Malaysia Airlines (194 gli olandesi a bordo), di cui sono accusati i ribelli filorussi dell’est ucraino, con la complicità dei militari di Mosca. Il “no” agli Accordi di associazione, benché due olandesi su tre non siano andati ai seggi, tenderebbe a dimostrare che l’umore è cambiato. E se accade questo in un Paese la cui popolazione era fino a poco tempo fa convinta dell’opportunità delle sanzioni alla Russia (ne consegue l’appoggio alla causa ucraina), figurarsi nel resto d’Europa.

L’Ucraina è un Paese troppo debole per potersi permettere di andare avanti senza la sponda politica dell’Europa ed emotiva degli europei. Non che la sua classe politica, a onor del vero, stia facendo il massimo per guadagnarsela (la società civile è frustrata e arrabbiata). Le riforme amministrative, economiche, giudiziarie e democratiche che Kiev è tenuta a intraprendere non sono state finora sufficienti. Al punto che il Fondo monetario internazionale, con un comunicato breve e perentorio, ha di recente minacciato di interrompere l’assistenza finanziaria per Kiev, che vive tra l’altro un momento politico delicato, con la coalizione di governo che va squagliandosi e Poroshenko inciampato nello scandalo Panama. E i soldi del Fondo monetario sono vitali, per un Paese che ha perso un po’ per scelta e un po’ per conseguenza una bella fetta del rapporto economico che aveva con la Russia, e che deve fare un salto lunghissimo per uniformarsi alle regole dell’Europa.

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